Città del Vaticano - Questa sera, alle ore 18 nella Basilica di San Pietro, Leone XIV ha presieduto la preghiera del Santo Rosario per invocare il dono della pace. Indossava mozzetta, cotta e stola e, prima dell’inizio della veglia, ha voluto recarsi sul sagrato per salutare e ringraziare i fedeli raccolti davanti alla facciata della Basilica, in uno dei giorni più intensi dell’Ottava di Pasqua. È un’attenzione che ha già mostrato in altre occasioni e che rivela un tratto personale: la cura per chi resta fuori, spesso a causa dei posti limitati, ma partecipa ugualmente con devozione e attesa. Ai presenti il Papa ha rivolto parole di gratitudine per aver accolto l’invito a unirsi “con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace”. Leone XIV ha insistito sul fatto che la pace abita il cuore umano prima ancora di diventare tema diplomatico o slogan pubblico. “La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori”, ha detto ai fedeli. E ha formulato l’auspicio che la pace possa regnare ovunque e ha chiesto ai cristiani di farsi portatori di questo messaggio. Il Pontefice ha ricordato che in questi giorni la Chiesa crede “profondamente nella presenza di Gesù risorto fra noi”. La pace invocata dal Papa non nasce dunque da un generico desiderio di convivenza, ma dalla presenza del Risorto, che rende possibile una fraternità altrimenti continuamente ferita dalla violenza, dalla paura e dalla volontà di dominio. In questo quadro si comprende anche la volontà del Papa di pregare proprio il Santo Rosario: una scuola di comunione, affidata all’intercessione della Madre.
In Basilica Leone XIV ha guidato la recita del Santo Rosario, mentre a ogni mistero veniva accesa una lampada ai piedi della statua della Beata Vergine Maria collocata al centro di fronte al baldacchino del Bernini. Al termine della preghiera, dopo il canto delle litanie, il Papa ha pronunciato una riflessione che ha interpretato con lucidità la gravità del tempo presente, inserendo la preghiera dentro il dramma del conflitto come atto concreto, efficace e capace di opporsi alla logica della morte. Leone XIV ha voluto sottrarre la preghiera a due possibili deformazioni: quella della passività e quella dell’anestesia. Ha detto che la preghiera “non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità” e “non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena”. In queste parole c’è una correzione importante anche per la coscienza credente. Pregare, per noi cristiani, non significa ritirarsi dal mondo per non vedere le sue ferite; significa attraversarle senza consegnarsi alla disperazione e senza lasciare che la violenza detti il vocabolario ultimo dell’umano. Il Papa ha contrapposto alla logica della guerra una serie di immagini forti e incisive: “La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina”. Non si tratta di un semplice esercizio retorico. In questa trama di formule brevi si raccoglie una diagnosi profonda del tempo presente. La guerra appare come il frutto di un processo spirituale e culturale in cui l’uomo adora sé stesso, il proprio potere, la propria capacità di imporsi. Quando il potere si fa idolo, tutto il resto diventa sacrificabile: il diritto, la verità, la dignità dei deboli, la vita dei bambini, perfino il nome di Dio.
Non a caso Leone XIV ha parlato apertamente di “idolatria di sé stessi e del denaro”, di “esibizione della forza”, di “delirio di onnipotenza”. La sua non è stata una meditazione astratta sul male, ma una denuncia precisa di quella mentalità che trasforma la guerra in strumento legittimo di affermazione, in calcolo, in vantaggio, in profitto. Colpisce soprattutto il passaggio in cui il Papa ha evocato un regno opposto a questa logica: un regno in cui “non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono”.

Di grande rilievo anche il riferimento ai bambini delle zone di conflitto. Leone XIV ha raccontato di ricevere molte loro lettere e ha detto che, leggendole, si percepisce “con la verità dell’innocenza” tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti arrivano perfino a vantare con orgoglio. La guerra, guardata dal basso, dagli occhi dei piccoli, perde ogni giustificazione ideologica e ogni estetica della forza. Resta soltanto la sua sostanza: devastazione dell’umano. Il Papa non ha eluso la dimensione politica del problema. Ha parlato di “inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni” e ha rivolto loro un ulteriore appello: “Fermatevi! È il tempo della pace!”. Ha chiesto tavoli di dialogo e di mediazione, non tavoli in cui si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte. È un passaggio destinato a pesare, perché rimette al centro un criterio spesso oscurato dal linguaggio strategico e dagli automatismi geopolitici: la politica ha un dovere nei confronti della pace e tradisce sé stessa quando si lascia assorbire dalla gestione tecnica della distruzione. Eppure Leone XIV ha ricordato che esiste anche una responsabilità diffusa, appartenente a tutti. La preghiera, ha detto, impegna ciascuno a convertire ciò che resta di violento nel proprio cuore e nella propria mente. La pace, allora, prende corpo nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose. Il Papa ha chiesto di sottrarre terreno alla polemica e alla rassegnazione mediante l’amicizia e la cultura dell’incontro. Ha invitato a tornare a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. È una visione esigente, che rifiuta tanto il moralismo sterile quanto la delega comoda: la pace domanda strutture giuste, ma domanda anche uomini e donne convertiti.
Di particolare bellezza il passaggio di questa riflessione dedicato al Rosario stesso. Leone XIV ha descritto questa preghiera come un ritmo regolare, affidato alla ripetizione, nel quale la pace si apre lentamente “parola dopo parola, gesto dopo gesto”, come una roccia scavata goccia dopo goccia, come una tessitura che avanza al telaio movimento dopo movimento. Qui il discorso ha assunto un tono profondamente meditativo. Il Papa ha riconosciuto che il nostro tempo è dominato dall’accelerazione, da un mondo che corre senza sapere davvero cosa stia inseguendo. Il Rosario, invece, educa a un tempo diverso: il tempo della pazienza, della fedeltà, della cura, dell’opera che non si impone con rumore ma si costruisce nel silenzio.
In questa luce si comprende anche il richiamo agli “artigiani di pace” caro a Papa Francesco e l’idea di un “artigianato” della pace che accompagna la sua “architettura”. Leone XIV ha ripreso quella lezione inserendola in una visione ampia della missione ecclesiale. La Chiesa, ha detto, è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace. Avanza anche quando il rifiuto della logica bellica le procura incomprensione e disprezzo. È un’affermazione che delinea un compito preciso per i cristiani nel tempo presente: non benedire le polarizzazioni del mondo, non adattarsi al linguaggio della forza, non piegare il Vangelo a una grammatica di nemici. Nella Basilica di San Pietro, davanti alla tomba dell’Apostolo, il Papa questa sera ha chiesto a noi tutti di pregare e di convertirci. Ha ricordato che la guerra non è soltanto un fronte militare, ma una deformazione del cuore, della politica, dell’economia, perfino del linguaggio religioso quando il nome di Dio viene trascinato dentro i discorsi di morte.
s.I.R.
Silere non possum