Se il mondo, quando guarda all'Africa, vede un problema, Leone XIV ci è andato e vi ha visto una soluzione. Questa inversione di sguardo - così semplice da sembrare ingenua, così radicale da sembrare rivoluzionaria - è il cuore di un viaggio apostolico che nessun titolo di giornale ha ancora saputo (o voluto) raccontare davvero. Forse perché i giornali, lo ha ricordato il Papa sul volo verso l’Angola, le notizie tentano di fabbricarle piuttosto che osservare e raccontare la realtà. Il Papa ha guardato, invece, dove nessuno guarda: tra i poveri, i bambini senza genitori, gli imam di una città in guerra.

Quattro Paesi, undici giorni, migliaia di chilometri. Eppure Leone XIV attraversa tutto con una sola parola in tasca: pellegrino. La usa ad Algeri, la usa a Bamenda, la usa a Luanda. Ricorderete l'omelia della Santa Messa Crismale, pronunciata appena due settimane prima della partenza. Il Papa aveva già preannunciato qual è il suo stile, qual è lo stile che lo ha caratterizzato negli anni della missione: "I grandi missionari sono testimoni di avvicinamenti in punta di piedi", aveva detto in San Pietro, "che hanno per metodo la condivisione della vita, il servizio disinteressato, la rinuncia a qualunque strategia di calcolo, il dialogo, il rispetto." E ancora: "Siamo ospiti. Per ospitare, dobbiamo imparare a farci ospitare." Il viaggio in Africa, dunque, è stato un mettere in pratica. Prevost non ci offre solo “belle parole” ma ci educa con il suo esempio. Questo, del resto, è il compito del cristiano non solo del vescovo. Duranta la Santa Messa del Crisma il Papa ci aveva ricordato che il pellegrino non porta, riceve. Non insegna, impara. Arriva senza pretese - a differenza dell'ambasciatore, del benefattore, del conquistatore - perché sa che la salvezza, come diceva Leone XIV in quella stessa omelia, "può essere accolta da ciascuno soltanto nella lingua materna."

L'Africa come riserva di speranza

La svolta più originale - e più controcorrente – delle parole pronunciate in questa splendida terra è la lettura che ha dato del continente come risorsa spirituale per l'umanità intera, non come problema da risolvere. A Luanda lo enuncia con chiarezza disarmante: "L'Africa è per il mondo intero una riserva di gioia e di speranza, che non esiterei a definire virtù 'politiche', perché i suoi giovani e i suoi poveri sognano ancora, sperano ancora, non si accontentano di ciò che già c'è."

Léopold Sédar Senghor, il grande poeta-presidente senegalese che fu anche teologo della cultura africana, parlava di una civilisation du rendez-vous - una civiltà dell'incontro come vocazione originaria dell'Africa. Leone XIV respira questo stesso spirito: là dove il mondo guarda al continente e vede un paziente da curare, il Papa guarda e vede un maestro. La gioia africana, che "conosce anche il dolore, l'indignazione, le delusioni e le sconfitte, resiste e rinasce fra chi ha mantenuto liberi cuore e mente dall'inganno della ricchezza."  E ascoltando queste parole mi sono tornate alla mente le parole di Péguy, che nel Portico del mistero della seconda virtù faceva dire a Dio: "La speranza è una bambina. Eppure è questa bambina che traverserà i mondi. Questa bambina da nulla". Quella bambina, in questo viaggio, parla con accento africano.

In principio è il dialogo

Il filo che tiene insieme tutte queste tappe è la convinzione che l'incontro - vero, disinteressato, capace di sopportare il conflitto - sia il principio generatore di ogni civilizzazione autentica. "Solo nell'incontro la vita fiorisce. In principio è il dialogo," dice il Papa a Luanda. Ed è una scelta ontologica. È Leone che ha voluto questa struttura. Lo ha fatto scegliendo l’Algeria come prima tappa, sotto il segno di Agostino di Ippona. A bordo dell'aereo per Yaoundé, Leone XIV ha spiegato ai giornalisti il significato di quella partenza: Agostino - africano, berbero, intellettuale convertito - incarna "la ricerca della verità, la ricerca di Dio, riconoscendo la dignità di ogni essere umano." Un messaggio "molto attuale per tutti noi oggi, come credenti in Gesù Cristo, ma anche per ogni persona." Agostino diventa l'icona del viaggio perché incarna la tensione irrisolta e feconda tra appartenenza e universalità, tra radici e ricerca.

Questa tensione si è fatta carne a Bamenda, città del Nord-Ovest camerunese devastata da anni di conflitto armato. È lì che il Pontefice ha trovato la scena forse più commovente dell'intero pellegrinaggio: una comunità cristiana e musulmana che hanno fondato insieme un Movimento per la Pace. "In quanti luoghi del mondo vorrei che avvenisse così!" ha detto Leone XIV. E poi ha aggiunto: "La pace non è da inventare: è da accogliere, accogliendo il prossimo come nostro fratello e come nostra sorella."

Una pace disarmata che disarma

Il vocabolario della pace in questo viaggio, come in tutto il suo magistero, non è mai il linguaggio della tregua. A Yaoundé, davanti alle autorità camerunesi, il Papa ha reso l’idea spiegando che:vuole "una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza." Allo Japoma Stadium di Douala, Leone XIV ha tradotto tutto con un'immagine biblica: la moltiplicazione dei pani non è un miracolo ex nihilo, è il miracolo della condivisione. "C'è pane per tutti se a tutti lo si dona. C'è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona." È esattamente l'opposto dell'economia estrattivista che devasta il continente. In questo, Leone XIV tocca ciò che Dostoevskij faceva dire allo starec Zosima nei Fratelli Karamazov: "Siamo tutti responsabili di tutto e di tutti davanti a tutti, e io più di tutti gli altri."

Senza incontro non c'è politica

Nel discorso rivolto alla società civile a Luanda, Leone XIV ricorda:"Senza gioia non c'è rinnovamento; senza interiorità non c'è liberazione; senza incontro non c'è politica; senza l'altro non c'è giustizia." Quattro affermazioni, quattro sfide all'agenda del mondo. La gioia come categoria politica, l'interiorità come condizione di libertà, l'incontro come fondamento della polis, l'altro come criterio della giustizia. Leone XIV è qui, in Africa, come pellegrino, è venuto per guardare la sofferenza senza distogliere gli occhi, e tornerà a casa con qualcosa che il suo magistero consegnerà al mondo. La convinzione che l'umanità non si salva da sola, né con le armi né con le ideologie, e che la prima parola di ogni vera politica non è potere, ma incontro.

"Ringraziamo Dio che questa crisi non sia degenerata in una guerra religiosa, e che tutti stiamo ancora cercando di amarci gli uni gli altri!" aveva detto l'Imam a Bamenda. Leone XIV ha fatto proprie quelle parole. E le ha portate con sé, come un'icona. Arrivando, come avrebbe detto Eliot, dove era partito. E conoscendo il luogo per la prima volta.

p.I.O.
Silere non possum

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