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Diocesi di Roma

Roma - Nella basilica cattedrale di San Giovanni in Laterano, alle ore 17 di sabato 2 maggio 2026, Papa Leone XIV ha presieduto la celebrazione eucaristica con il rito di ordinazione episcopale di quattro nuovi vescovi ausiliari per la diocesi di Roma: Andrea, Stefano, Marco e Alessandro. Una scelta - quella dei nomi e dei volti - che racconta più di mille analisi il modo in cui il nuovo pontefice intende ricucire un tessuto ecclesiale provato.

Una diocesi che ha bisogno di respirare

Per comprendere il senso profondo di questa ordinazione occorre guardare al contesto. La diocesi di Roma arriva a questo momento dopo anni segnati da un rapporto faticoso, a tratti francamente conflittuale, con il proprio vescovo. Il pontificato di Papa Francesco ha lasciato sul clero romano una sedimentazione di tensioni: incontri vissuti più come momenti di richiamo che di paternità, riforme calate dall'alto senza un reale ascolto del presbiterio, una percezione diffusa di sfiducia da parte del Papa verso i propri preti. Molti parroci romani hanno raccontato, in questi anni, la sensazione di sentirsi giudicati prima ancora che accompagnati.

Leone XIV eredita questa situazione e - è il primo dato significativo anche di questa giornata - sembra averne piena consapevolezza. La scelta di ordinare quattro ausiliari con un profilo molto preciso lo dimostra. Non figure di curia, non teologi prestati alla pastorale, ma quattro parroci. Pastori che vengono dalle parrocchie romane, conosciuti e amati dai loro confratelli presbiteri, scelti dal popolo prima ancora che dall'alto. È il Papa stesso a sottolinearlo nell'omelia: «È una festa di popolo, perché essi vengono da questo popolo e dal presbiterio che con amore se ne prende cura».

Una frase che, letta con attenzione, suona come una piccola dichiarazione di metodo. I nuovi vescovi non sono stati paracadutati: sono emersi da quel presbiterio che negli ultimi anni si è spesso sentito ignorato. È un segnale di fiducia restituita. Si tratta, peraltro, della prima ordinazione episcopale di Leone XIV.

La pietra scartata come cifra del Vangelo

Al centro della meditazione di Leone XIV, l'immagine biblica della pietra scartata divenuta pietra angolare, ripresa dalla Prima Lettera di Pietro e dal Salmo 118. Una metafora che il Papa ha articolato su tre livelli, con un'argomentazione tanto teologicamente densa quanto pastoralmente concreta.

Il primo livello è cristologico. Cristo stesso è la pietra scartata: scartato non solo perché non riconosciuto come Figlio di Dio, ma - ed è la sottolineatura più originale - perché ha assunto la condizione creaturale, considerata «indegna di Dio». In questa fedeltà alla via dell'amore misericordioso, Gesù «andava a cercare le pecore scartate, si sedeva a tavola con loro, disarmava le mani e i cuori che volevano lapidarle». Il volto del Padre si manifesta in queste opere, non altrove.

Il secondo livello è ecclesiologico e cittadino. Roma, capitale dell'impero, è il luogo in cui la pietra scartata è diventata «vessillo di una nuova speranza». Il Papa cita le Beatitudini e il Magnificat come testi che capovolgono «la logica del dominio, quella di chi persegue l'insensata ambizione di determinare l'architettura della Terra». È in Cristo, e solo in Cristo, che gli scartati ritrovano dignità e si sentono eletti per il Regno.

Il terzo livello è il più tagliente, ed è quello che dà all'omelia la sua forza profetica. Pietre scartate dagli uomini e scelte da Dio si diventa «quando con la vita e la parola ci si oppone ai progetti che schiacciano i deboli, non rispettano la dignità di ogni persona, si servono dei conflitti per selezionare i più forti, mentre trascurano chi resta indietro». Una frase che parla a Roma, ma anche al mondo, in un momento storico in cui la logica dello scarto attraversa le politiche internazionali, le scelte economiche, i discorsi pubblici. La definizione di Cristo come «profeta disarmato e disarmante» è, nel lessico di Leone XIV, una vera e propria chiave di lettura: il pontefice agostiniano sta tracciando con discrezione ma con chiarezza il proprio profilo magisteriale.

Il mandato ai quattro nuovi vescovi

Rivolgendosi direttamente ad Andrea, Stefano, Marco e Alessandro, il Papa ha consegnato loro un compito articolato in alcune indicazioni precise. Anzitutto, raggiungere le pietre scartate della città. Annunciare loro che «in Cristo, nostra pietra angolare, nessuno è escluso dal diventare parte attiva dell'edificio santo che è la Chiesa». Qui Leone XIV cita esplicitamente Evangelii gaudium di Papa Francesco riprendendo le immagini della Chiesa "ospedale da campo" e dei pastori di strada. La continuità c'è. Ma si combina con un tono diverso: quello del padre che incoraggia, non del padrone che richiama.

In secondo luogo, lo stile. «Non accomodatevi nei privilegi che la vostra condizione potrebbe offrirvi, non seguite la logica mondana dei primi posti». Qui il Papa è esplicito nel chiedere ai nuovi vescovi di essere «uomini di pace e di unità», capaci di comporre con «fili di grazia e misericordia» le differenze di una diocesi vasta e complessa. La parola «unità», ripetuta più volte, suona come programma. Ed è un punto decisivo, considerato che i quattro andranno a inserirsi in un consiglio episcopale che negli ultimi anni è stato attraversato da tensioni e contrasti non sempre ricomposti.

In terzo luogo, il rapporto con i preti. Ed è forse il passaggio più significativo, alla luce delle tensioni recenti: «Non fatevi cercare, fatevi trovare. E fate in modo che i presbiteri, i diaconi, le religiose e i religiosi, le laiche e i laici impegnati nell'apostolato non si sentano mai soli». È una correzione di rotta rispetto a un clima percepito di distanza. I vescovi ausiliari sono chiamati a essere, prima di tutto, presenze accessibili. Persone con cui si può parlare. Pastori che ascoltano. Parole che sono risuonate anche in testa al cardinale vicario, al vicegerente e al rettore del seminario.

Un orizzonte

Nel finale dell'omelia, il pensiero del Papa si è allargato ai poveri di Roma, ai pellegrini, ai visitatori che giungono da ogni parte del mondo. Tutti devono poter trovare nella città, nelle istituzioni, nei pastori «quella maternità che è il volto autentico della Chiesa».

Leone XIV sta avviando quel cammino di ricostruzione del rapporto tra il Papa - che è anzitutto vescovo di Roma - e la sua diocesi, fondandolo su fiducia, ascolto e valorizzazione del clero locale. Il profilo dei quattro nuovi ausiliari, parroci stimati e amati dai loro confratelli, dice che la scelta non è di facciata: è un investimento sulle persone giuste. La diocesi di Roma ha davanti a sé un cammino di guarigione. Oggi pomeriggio, in San Giovanni in Laterano, ne sono state poste alcune pietre. Quelle giuste.

d.M.C.
Silere non possum

Commenti (1)

Luciolo
04/05/2026 - 01:18

Le parole pronunciate dal Santo Padre non fatevi cercare, fatevi trovare — «e fate in modo che i presbiteri… non si sentano mai soli» — risuonano con forza particolare alla luce di quanto è accaduto recentemente nella diocesi di Roma.C’è infatti un dettaglio, piccolo solo in apparenza, che non è passato del tutto inosservato.In occasione delle recenti ordinazioni episcopali, i vescovi ausiliari di settore non hanno inviato le consuete partecipazioni ai parroci di Roma. Un gesto semplice, antico, quasi scontato: una lettera, un invito, una parola. Non un atto formale, ma un segno di comunione.Si è sempre fatto.Non per protocollo, ma per dire: “questa gioia è anche vostra”.Questa volta no.Si potrà dire che è stato un segno di sobrietà, forse di quel pauperismo che oggi rinuncia anche ai gesti più elementari di relazione. Ma resta una domanda: può la sobrietà diventare distanza? Può il silenzio essere scambiato per umiltà?Il risultato, sotto gli occhi di molti, è stato singolare: all’ordinazione erano presenti molti vescovi, molti sacerdoti, ma non i parroci di Roma.E allora la domanda diventa più seria.Da quanto tempo — e per quali scelte — si è incrinato il rapporto tra chi guida la diocesi e chi vive ogni giorno il ministero nelle parrocchie?Le radici di questa frattura affondano ormai lontano. Subito dopo il grande Giubileo, si è aperta una prima stagione in cui nel Vicariato si è progressivamente affermato uno stile più rigido e distante. I preti hanno imparato a muoversi con cautela, quasi in punta di piedi. I problemi, più che risolversi, finivano per complicarsi. Anche il seminario ha iniziato allora un declino silenzioso, fatto non di crolli improvvisi, ma di un progressivo spegnersi.Poi è arrivata una seconda stagione, accolta da molti con speranza. Ci si attendeva un cambio di passo, uno stile più paterno, più vicino, più capace di ascolto. Ma con il tempo l’attesa si è trasformata in delusione. Molti parroci hanno avuto la percezione di una prossimità concreta riservata a pochi, mentre la maggioranza continuava a portare da sola il peso della vita pastorale quotidiana. Non si trattava di ostilità, ma di una vicinanza non condivisa, che ha finito per generare distanza. E così, lentamente, la fiducia si è logorata.Oggi siamo entrati in una terza stagione, che si presenta come tempo di rinnovamento e di discontinuità. Ma la sensazione diffusa è quella di una guida ancora distante dalla vita concreta del clero, come se mancasse una vera familiarità con la città, con le sue parrocchie e con la storia del suo presbiterio. E senza questa familiarità, anche le intenzioni migliori rischiano di non incidere.Intanto, il segno più evidente non è forse sotto gli occhi di tutti?Un seminario che si svuota. Una promozione vocazionale che si affievolisce. Un clero che, in molti casi, ha smesso persino di proporre con convinzione la bellezza del sacerdozio.Non per mancanza di fede, ma per mancanza di fiducia.Perché le vocazioni nascono dove c’è gioia, stima reciproca, senso di appartenenza. E difficilmente crescono dove si percepisce distanza o indifferenza.Allora la questione non è più organizzativa, ma spirituale.Forse è tempo di un gesto semplice e radicale: rimettersi in ginocchio.Non in modo retorico, ma reale. Davanti a Dio e davanti al popolo di Dio. Per riconoscere che qualcosa si è incrinato, che il cammino non è stato sempre quello giusto, che le ferite del clero non possono essere ignorate.Non si tratta di dire “non siamo stati noi”. Si tratta di dire: “saremo noi a cambiare rotta”.Perché il problema non è solo come si è arrivati fin qui, ma se si vuole davvero ripartire.E da dove?Dai parroci. Dalla loro dignità. Dalla loro voce. Dal loro sentirsi nuovamente parte di una comunione reale.Perché senza questo, ogni riforma resta parola. E ogni festa, inevitabilmente, si svuota.C’è una parola che oggi ricorre spesso: ascolto.La si ripete, la si invoca, la si propone come metodo. Ma una domanda resta inevitabile: che cosa significa davvero ascoltare?Perché l’ascolto, se è autentico, non può fermarsi all’ascolto.L’ascolto vero chiede un passo in più: l’azione.Significa farsi carico dei problemi, non registrarli. Significa intervenire, non rinviare. Significa assumersi responsabilità, non moltiplicare passaggi.Un parroco che segnala una difficoltà non chiede di essere ascoltato soltanto: chiede di essere aiutato.Se c’è un problema in una parrocchia, si affronta. Se c’è una tensione tra sacerdoti, si interviene. Se manca un aiuto, lo si cerca — anche lontano, se necessario. Se c’è un’urgenza concreta, si risponde con prontezza, senza rimandare settimane, mesi, anni.Perché dove c’è un problema pastorale, non c’è tempo da perdere.L’ascolto che non diventa azione rischia di ridursi a una forma elegante di distanza. Può diventare curiosità, oppure gestione, ma non è cura.E senza cura, non c’è paternità. E senza paternità, non c’è comunione.Forse è proprio da qui che occorre ricominciare.Non da nuove parole, ma da gesti concreti. Non da dichiarazioni, ma da risposte. Non da un ascolto proclamato, ma da un ascolto che agisce.Perché è lì — e solo lì — che un presbitero smette di sentirsi solo.

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