Colpisce vedere Écône sulle prime pagine dei quotidiani internazionali, nei titoli di apertura, nelle riunioni di redazione dove normalmente il Vaticano entra soltanto quando muore o si elegge un Papa o accade uno scandalo. Colpisce ancora di più perché, fino a pochi giorni fa, la Fraternità San Pio X restava per gran parte dell’opinione pubblica una sigla remota: “quelli della Messa in latino”, una minoranza ostinata, una nostalgia liturgica confinata ai margini della vita cattolica.

Oggi tutti ne parlano. In Italia il Corriere della Sera ha messo la sfida al Papa in prima pagina; Il Fatto Quotidiano ha parlato di uno spazio offerto al mondo Maga; La Stampa ha costruito un dossier; la Repubblica ha collegato apertamente il caso lefebvriano alla destra radicale. Persino la stampa internazionale ha trattato le consacrazioni come una rottura che supera la cronaca religiosa. Non è normale che una vicenda di diritto canonico occupi questa attenzione. E proprio per questo occorre domandarsi che cosa stia davvero leggendo la stampa.

Roma, naturalmente, ha fatto la sua parte. La consacrazione di quattro vescovi senza mandato pontificio produce conseguenze canoniche precise e dà ai giornali una parola semplice, immediata, comprensibile: scisma. Ma sarebbe ingenuo pensare che l’interesse nasca soltanto dal documento della Santa Sede. Roma emette documenti, note e decreti con frequenza. Molti restano confinati alle pagine ecclesiali. Certo, qui è il Dicastero a pronunciarsi contro alcuni sacerdoti illecitamente ordinati vescovi ma sono certo che alla maggior parte della popolazione mondiale non importi assolutamente nulla.

La notizia, quindi, è altra e per poterla comprendere bisogna indossare le lenti del Capo Redattore della testata generalista. L’attenzione ovviamente è il mondo politico che riconosce nella Fraternità un alleato, un simbolo, un possibile punto di coagulo. A Écône non sono comparsi soltanto fedeli e sacerdoti. C’erano Mario Borghezio, Roberto Fiore e una rappresentanza di Forza Nuova. Sono presenze reali, esibite, accolte dentro una cerimonia che voleva apparire come il raduno di una resistenza. Borghezio ha parlato apertamente di una questione “metapolitica”, della resistenza della Tradizione contro il collasso della modernità. È un linguaggio politico, prima ancora che religioso. E la San Pio X ha sempre fatto di tutto perché questa associazione “sacro politica” non gli si staccasse di dosso.

Qui si trova il punto decisivo. La liturgia spiega la forma. La politica spiega la rilevanza.

La Messa antica conserva per molti fedeli una dimensione autenticamente spirituale. Sarebbe ingiusto ridurre chi vi partecipa a un militante della destra radicale o a un elettore in cerca di simboli identitari. Ci sono giovani, famiglie, sacerdoti, religiosi e anche vescovi che vi trovano silenzio, continuità, disciplina e bellezza; una forma liturgica che avvertono più capace di favorire il raccoglimento e di custodire una grammatica religiosa percepita come solida.

Sono fedeli che vivono normalmente nelle parrocchie e nelle associazioni della Chiesa, in piena comunione e obbedienza a Roma. Possono preferire il rito antico per sensibilità personale, senza contrapporlo alla liturgia riformata da Paolo VI e senza trasformare una scelta spirituale in una rivendicazione ecclesiale o politica. Sanno che la validità dell’Eucaristia non dipende dalla lingua, dai paramenti o dall’orientamento dell’altare: il sacramento è lo stesso.

In altri ambienti, invece, che preferiscono definirsi “tradizionalisti” piuttosto che semplicemente cattolici, anche restando formalmente dentro la Chiesa, attorno alla liturgia antica si è costruito negli anni un sistema di appartenenza che va ben oltre il messale.

La Messa diventa il segno visibile di una più ampia visione del mondo: l’avversione al pluralismo, al dialogo interreligioso, alla libertà religiosa, al Concilio Vaticano II; la nostalgia di un ordine sociale nel quale il cattolicesimo non dialoga con la società moderna, ma pretende di giudicarla dall’alto e di ricondurla sotto un’unica disciplina.

È qui che entrano in gioco i temi che l’estrema destra conosce bene e sa utilizzare: la battaglia contro i diritti delle persone, l’ossessione per il “gender”, l’idea della famiglia trasformata in strumento di esclusione, la rappresentazione dell’immigrazione come minaccia religiosa e civile. Sono parole che, estratte dal loro contesto pastorale e teologico, vengono trasformate in slogan identitari. Non servono più a illuminare le coscienze. Servono a delimitare un campo e a individuare un nemico.

La dottrina cattolica sulla vita, sul matrimonio o sulla dignità della persona non coincide con un programma di estrema destra. Questa distinzione è essenziale. Il problema nasce quando quelle parole vengono usate per costruire una piattaforma politica permanente, quando il Vangelo si trasforma in lessico di mobilitazione contro qualcuno: oggi contro i gay, domani contro le donne, dopo domani contro i migranti, contro chi non condivide una certa idea di nazione, famiglia e ordine sociale.

La Fraternità San Pio X non possiede i numeri per rappresentare un fenomeno di massa nella Chiesa cattolica. Le cifre vengono spesso ripetute come prova di una crescita irresistibile: centinaia di sacerdoti, scuole, priorati, comunità diffuse in molti Paesi, migliaia di persone radunate a Écône. Sono dati che indicano una struttura organizzata e internazionale. Non dimostrano però una forza comparabile con la vita ordinaria della Chiesa cattolica.

Anche la fotografia delle grandi celebrazioni inganna. Se tutti coloro che desiderano la Messa antica, provenienti da regioni e Paesi diversi, confluiscono nello stesso luogo per un evento eccezionale, la chiesa o la tensostruttura si riempie inevitabilmente. Non è una prova sociologica di maggioranza. Sarebbe come prendere tutti i fedeli di una diocesi, radunarli in una sola parrocchia e poi sostenere che quella parrocchia rappresenta l’intera pratica religiosa di quel territorio.

Il confronto non regge. Le celebrazioni cattoliche ordinarie sono distribuite in migliaia di parrocchie, comunità, cappelle, ospedali, case religiose. Una folla concentrata in un unico luogo produce un impatto visivo enorme; non dice, da sola, nulla sulla proporzione reale del fenomeno. La Fraternità conosce molto bene il valore di quelle immagini: la massa, i paramenti, i giovani, la durata del rito, la pioggia affrontata insieme, la sensazione di essere un popolo assediato e fedele. È una costruzione identitaria potentissima.

È anche per questo che cercavano con tanta insistenza una fotografia accanto a Leone XIV: sarebbe servita a legittimare, agli occhi dei loro fedeli, una comunione che nei fatti non esiste. Prevost, però, ha scelto di non lasciarsi usare. All’unità ha sempre aperto una porta; alla finzione, no. Dal 2009 sono passati anni, sono succeduti Papi e si sono moltiplicate le occasioni di dialogo, ma la Fraternità non ha compiuto alcun passo reale verso Roma. Per questo non vi era alcuna ragione di offrire ancora una volta alibi, immagini o gesti da trasformare in propaganda, mentre si preparava l’ennesima sfida all’autorità del Papa.

Ed è esattamente ciò che interessa alla politica radicale. Non servono milioni di persone per incidere nel dibattito pubblico. Servono simboli, reti transnazionali, linguaggi semplici, capacità di trasformare la frustrazione in appartenenza. Una comunità piccola, compatta e disciplinata può avere una forza culturale superiore ai suoi numeri quando offre a un’area politica un immaginario religioso già pronto: autorità, ordine, purezza, gerarchia, nemici esterni, decadenza della civiltà, promessa di restaurazione.

Il dramma comincia quando il Vangelo viene usato come materiale elettorale o come garanzia morale per interessi che con il Vangelo hanno poco a che fare. Non si tratta solo delle “buste di denaro” che vengono elargite a queste comunità. Gli interessi economici possono manifestarsi anche in forme più ordinarie: il circuito di scuole, associazioni, editoria, conferenze, raccolte fondi, canali digitali, eventi, prodotti culturali e campagne identitarie. Ogni comunità ha diritto di sostenersi e di organizzarsi. Il problema arriva quando la percezione di un’emergenza permanente diventa il carburante dell’organizzazione, quando la paura del mondo rafforza il consenso, aumenta le donazioni, consolida il potere interno.

A Écône, accanto a costosi paramenti ispirati al 1988 ma nuovissimi e a riti presentati come immutabili, comparivano anche strumenti di mobilitazione contemporanea, comprese le offerte digitali. È la prova di una realtà capace di usare linguaggi antichi e tecniche modernissime per costruire appartenenza, visibilità e risorse. Per questo la stampa generalista ne parla. Non perché abbia improvvisamente scoperto il latino o il diritto canonico. Ne parla perché riconosce una vicenda che riguarda il potere, l’identità, l’estrema destra e il modo in cui la religione può essere trasformata in piattaforma politica.

La domanda, allora, non riguarda soltanto la Fraternità San Pio X. Riguarda tutte quelle realtà che, pur restando formalmente in comunione con Roma, utilizzano la Tradizione come bandiera di una guerra culturale permanente. Seminano zizzania e maldicenza come ha dimostrato il caso Marco Agostini. Riguarda una Chiesa che viene cercata non per Cristo, ma per l’utilità che può avere nel combattere battaglie

Il caso lefebvriano è diventato una notizia nazionale e internazionale per questa ragione. Non riguarda soltanto quattro vescovi ordinati senza mandato pontificio, dopo aver persino scimmiottato il tradizionale rotolo di pergamena – ovvero la nomina del Papa - con un altro rotolo contenente una dichiarazione preparata per giustificare l’assenza di quel mandato. Riguarda il tentativo di trasformare il cattolicesimo in una fortezza identitaria, nella quale la Tradizione non è più una memoria viva da ricevere e custodire, ma un vessillo da contrapporre alla Chiesa e al mondo. Le cronache dei quotidiani mostrano chiaramente il salto dalla questione ecclesiale a quella politica: il Corriere ha registrato a Écône la presenza di Borghezio e Fiore e il loro linguaggio “metapolitico”; la Repubblica ha ricostruito il legame storico tra l’area lefebvriana e l’estrema destra; Il Fatto ha letto l’operazione anche in rapporto allo spazio della destra cattolica americana e dell’universo Maga.

Sui numeri, le stesse cronache parlano di alcune centinaia di sacerdoti, centinaia di luoghi di culto e di una presenza internazionale strutturata, mentre per la cerimonia di Écône riportano una folla tra circa 15 mila e 20 mila persone: dati che fotografano una mobilitazione concentrata, non una misura comparativa della pratica cattolica ordinaria.

d.P.B.
Silere non possum

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