Città del Vaticano - Ieri, mercoledì 6 maggio, l'Aula Paolo VI ha ospitato uno dei riti più suggestivi e antichi di questa piccola Città Stato: il giuramento solenne di 28 nuove reclute della Guardia Svizzera Pontificia. Una cerimonia che ogni anno, in questa stessa data, rinnova un legame secolare tra la Santa Sede e i giovani soldati elvetici chiamati a proteggere il Papa.

Sono diversi, in effetti, i giovani che ogni anno bussano alle porte della caserma di Porta Sant'Anna chiedendo di indossare l'uniforme a strisce gialle, rosse e blu. Tutti svizzeri, tutti cattolici, tutti animati da una miscela particolare di fede, entusiasmo e desiderio di mettersi alla prova. Il servizio in Vaticano rappresenta per molti di loro molto più di un impiego: è una scelta che intreccia la dimensione spirituale - il desiderio di servire il Successore di Pietro nel cuore della cristianità - con quella umana e personale, fatta di sogni, aspirazioni e voglia di scoprire il mondo. La possibilità di vivere a Roma, di conoscere la Città Eterna da una prospettiva privilegiata e di acquisire un'esperienza unica al mondo arricchisce inevitabilmente il loro bagaglio personale, e non di rado anche il loro curriculum professionale.

I percorsi, poi, sono i più diversi. C'è chi resta nel Corpo per il periodo minimo previsto e poi torna in Svizzera per intraprendere altre strade - nel mondo del lavoro, negli studi o seguendo la propria vocazione (alcuni anche quella religiosa e sacerdotale). C'è chi invece sceglie di restare a lungo, scalando i gradi della gerarchia militare e facendo del servizio al Papa la propria carriera. Ma tutti, indipendentemente dalla durata del loro impegno, lasciano il Vaticano portando con sé qualcosa che difficilmente si trova altrove: il ricordo di anni intensi, di amicizie profonde e di un servizio che, come ricordato durante la cerimonia, "ha una qualità sacramentale" capace di segnare la vita.

Una data scelta per ricordare il sacrificio

Il 6 maggio non è un giorno casuale. È la data in cui, nel 1527, durante il drammatico Sacco di Roma, 147 Guardie Svizzere caddero combattendo per difendere Papa Clemente VII dalle truppe imperiali di Carlo V. Solo 42 sopravvissero, riuscendo a mettere in salvo il Pontefice attraverso il Passetto di Borgo che collega il Vaticano a Castel Sant'Angelo. Da quel momento, il loro sacrificio è diventato il simbolo stesso della fedeltà del Corpo al Successore di Pietro.

Proprio in memoria di quell'evento, durante la cerimonia di giuramento le Guardie indossano l'uniforme detta "Gran Gala", completa di armatura, normalmente riservata solamente alle benedizioni "Urbi et Orbi" di Natale e Pasqua.

Le origini: l'esercito più antico del mondo

Il Corpo della Guardia Svizzera Pontificia fu istituito nel 1506 da Papa Giulio II, che richiese al Cantone svizzero un contingente di soldati per la difesa della propria persona e dei Palazzi Apostolici. I mercenari elvetici erano allora considerati tra i più valorosi e affidabili d'Europa, e il primo gruppo di 150 uomini varcò la Porta del Popolo il 22 gennaio di quello stesso anno, ricevendo la benedizione papale.

Da oltre cinque secoli, dunque, le Guardie Svizzere rappresentano l'esercito attivo più antico del mondo, mantenendo intatti il giuramento, le tradizioni e - almeno nelle occasioni solenni - le uniformi rinascimentali, la cui foggia colorata viene tradizionalmente attribuita a un disegno ispirato a Michelangelo, anche se gli storici la fanno risalire al comandante Jules Repond, che la ridisegnò all'inizio del Novecento.

La cerimonia in Aula Paolo VI

Leone XIV ha fatto il suo ingresso alle ore 17 in punto, salutando il comandante del Corpo, colonnello Christoph Graf, il cappellano e i prelati presenti. Le 28 reclute sono entrate marciando solennemente al rullo dei tamburi, dirigendosi verso la scalinata dove sono state passate in rassegna.

Alla cerimonia ha assistito una nutrita delegazione della Confederazione Svizzera, guidata dal Presidente Guy Parmelin, accompagnato dal presidente del Consiglio Nazionale Pierre-André Page e dal presidente del Consiglio degli Stati Stefan Engler. Presenti anche il Capo dell'Esercito svizzero, comandante di Corpo Benedikt Roos, e il presidente della Conferenza Episcopale Svizzera, monsignor Charles Morerod. Il Cantone ospite di quest'anno, la Turgovia, era rappresentato dal presidente del Consiglio di Stato Dominik Diezi.

Il discorso del colonnello Graf: servire come realizzazione

Nel suo intervento, il colonnello Graf ha affrontato un tema profondamente attuale: il valore del servizio in una società che spesso lo guarda con sospetto. "Nella nostra società" - ha osservato - "il servire viene spesso guardato con spirito critico. Alcuni lo percepiscono come un ostacolo alla realizzazione personale, oppure lo associano, non di rado, a qualcosa di umile o persino di degradante".

Ribaltando questa prospettiva, Graf ha invitato i giovani a riscoprire il servizio come opportunità: "È proprio mettendo i nostri talenti a disposizione degli altri che possiamo realizzare pienamente noi stessi. Chi serve, scopre la chiave della vera realizzazione".

Il valore spirituale del dono di sé

Il cappellano del Corpo, padre Kolumban Reichlin OSB, ha poi illustrato la dimensione spirituale di questa scelta di vita, ricordando alle reclute le difficoltà concrete che dovranno affrontare: privazioni, stanchezza, nostalgia di casa. Ma - ha sottolineato - "chi dona non diventa più povero. Il dono ha una qualità sacramentale che ci fa crescere umanamente e spiritualmente".

Subito dopo è stata letta la formula completa del giuramento, con cui le Guardie si impegnano a servire "fedelmente, lealmente e onorevolmente il Pontefice regnante e i suoi legittimi successori", sacrificando se necessario anche la propria vita.

Il gesto delle tre dita

Il momento più solenne è arrivato con la chiamata individuale delle reclute. Una a una, avvicinandosi alla bandiera del Corpo, le nuove Guardie l'hanno impugnata con la mano sinistra mentre con la destra alzavano tre dita: un gesto carico di simbolismo, che richiama la Santissima Trinità e l'antico patto di mutua difesa tra i primi cantoni della Confederazione Elvetica.

Ciascuno ha pronunciato il proprio nome e la formula di giuramento nella propria lingua madre - tedesco, francese, italiano o romancio - riflettendo la ricchezza linguistica della Svizzera: "Giuro di osservare fedelmente, lealmente e onorevolmente tutto ciò che in questo momento mi è stato letto. Che Dio e i nostri Santi Patroni mi assistano!".

Le parole del Papa

Al termine della cerimonia, Leone XIV ha preso la parola per ringraziare le autorità presenti, i familiari delle Guardie giunti da ogni angolo della Svizzera, e soprattutto i giovani protagonisti della giornata. "Il gesto che avete compiuto" - ha detto rivolto alle reclute - "attesta un impegno di fedeltà, animato dall'entusiasmo giovanile e fondato sulla fede in Dio e sull'amore per la Chiesa".

Il Pontefice ha affidato il servizio delle nuove Guardie alla protezione della Vergine Maria, concludendo poi con i tradizionali saluti nelle tre lingue ufficiali: "Einen schönen Abend und ein schönes Fest! Passez une bonne soirée et une bonne fête!".

Mentre le note degli inni vaticano e svizzero si spegnevano nell'Aula Paolo VI, 28 giovani uomini lasciavano la cerimonia trasformati: non più reclute, ma alabardieri di un Corpo che da oltre cinquecento anni custodisce, con armatura rinascimentale e cuore moderno, il Successore di Pietro.

E.C.
Silere non possum

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