Bari - L’inchiesta di Silere non possum pubblicata in questi mesi ha aperto gli occhi a molte persone, dentro e fuori il Movimento di CL. Abbiamo raccolto molte testimonianze. Tra queste, quella di Francesco, che ha accettato di raccontarci la sua storia e il modo in cui sta attraversando questo tempo all’interno del Movimento. Dal suo racconto affiora una percezione netta e inquietante: la questione non riguarda soltanto l’assetto di governo, ma investe la legittimità stessa di una vocazione maturata e vissuta per anni dentro un’esperienza riconosciuta dalla Chiesa.
Francesco spiega che, secondo lui, la questione non nasce da una controversia astratta sul diritto, ma da un modo di intervenire che percepisce come violento e immotivato: un intervento che non passa da una visita apostolica, non chiede davvero testimonianze diffuse, non costruisce un contraddittorio reale. Un argomento giuridico - la distinzione tra foro interno e foro esterno - viene addotto come base del cambiamento, ma con il tempo, nella lettura di Francesco, quel criterio diventa lo strumento per rovesciare la guida dell’associazione e sostituirla con una leadership eterodiretta.
“Mi stanno dicendo che non sono maturo nella fede”
La ferita più profonda, però, non riguarda solo la struttura. Riguarda l’origine. Francesco racconta che, nel processo, si arriva a mettere in discussione l’autorità di don Luigi Giussani in modo indiretto ma sistematico. Si ripete che Giussani «non è infallibile» - cosa ovvia - ma quell’ovvietà viene usata, secondo lui, per insinuare un’altra idea: che il fondatore non fosse capace di custodire ciò che aveva generato, che le sue indicazioni potessero essere relativizzate e riscritte dall’esterno. E soprattutto che l’autorità ecclesiastica non stia esercitando una vigilanza, ma pretendendo di imporre l’unica interpretazione corretta del carisma.
In questo quadro, Francesco denuncia ciò che sta vivendo come una contraddizione inaccettabile: «Abbiamo detto di sì in maniera definitiva e cosciente a un’esperienza carismatica approvata ufficialmente dalla Chiesa. Oggi un Dicastero mette in discussione la nostra vocazione e alcuni suoi presupposti di contenuto e di metodo, oltre che affermare la nostra immaturità ecclesiale in generale». La considerazione è tanto più pesante perché non è astratta: significa sentirsi trattato come qualcuno che, dopo anni, deve essere “rieducato” su ciò che ha già abbracciato.
La narrazione che schiaccia le persone
Dal 2021 in avanti, Francesco descrive un tentativo di imporre una narrazione. Un racconto che attribuisce anche ai Memores Domini una colpa di fondo: non avrebbero capito davvero il carisma, avrebbero commesso “errori” teologici mai chiariti, sarebbero ecclesialmente immaturi. È un linguaggio che, nella sua esperienza, produce una conseguenza precisa: gli associati vengono trattati come minorati spirituali, incapaci di giudicare, costretti a subire. E qui Francesco pone la domanda che molti evitano: se chi subisce l’abuso non può giudicare se è in corso un abuso, chi lo può giudicare? E come se ne esce?
Accanto a questa denuncia, in realtà sono proprio le parole di don Luigi Giussani ad illuminare il punto di rottura. Giussani lega l’autorità alla gratuità: l’altro ti dice la verità non per tornaconto, ma perché ama il tuo destino. La gratuità diventa criterio per riconoscere un’autorità affidabile. E da qui si comprende perché, per Giussani, l’obbedienza non coincide con la cieca esecuzione: è un atto razionale, che ha senso quando ciò che viene proposto corrisponde alle esigenze originarie del cuore e si lascia verificare nella vita.
Dalla vita carismatica alla vita associativa
Francesco individua una discontinuità che giudica radicale: la riduzione dell’esperienza da vita carismatica laicale a vita associativa sempre più “clericale”. Non è un’accusa “campata in aria”: descrive un cambiamento di accento. Al centro non c’è più la persona e la sua vocazione, ma le questioni giuridico-organizzative; non c’è più l’educazione al giudizio, ma la richiesta di conformità; non c’è più la libertà come responsabilità, ma la libertà come problema da contenere. È in questa cornice che, nella lettura di Francesco, l’obbedienza viene trasformata in un dispositivo che pretende di sostituirsi alla coscienza, e che finisce per produrre uniformità, paura, colpa.
Il nodo: storicità e responsabilità
Se leggiamo gli scritti di don Giussani, questi insistono proprio su un punto che è decisivo: il carisma non è un’idea, vive in una storia concreta. “Dare la vita per l’opera di un Altro” non è un concetto astratto, ma un riferimento reale, descrivibile, verificabile. Se si perde la storicità, se il carisma viene separato dai volti e dalla responsabilità personale, allora resta soltanto la struttura. E la struttura, anche quando è impeccabile, non genera vita.
Francesco racconta di percepire un esito già scritto: la progressiva trasformazione di un’esperienza laicale in una forma di associazione regolata dall’alto, dove l’ultima parola non è più la verifica dell’esperienza, ma la conformità. È un punto che chiama in causa non solo i membri della Fraternità di CL o i Memores Domini, ma il modo stesso in cui si decide di esercitare l’autorità nella Chiesa: se l’autorità non “aiuta”, se non nasce dalla gratuità, se non rispetta la libertà e il giudizio della persona, allora - come ammonisce lo stesso don Giussani - non educa, non genera, non custodisce. Governa. E, governando così, rischia di distruggere ciò che dice di voler salvare.
M.P.
Silere non possum