Milano - «In questo delicatissimo momento, invito perciò tutti ad evitare ogni atteggiamento e presa di posizione che ostacoli l’obbedienza alla Chiesa e l’unità nelle nostre comunità». Con questa esortazione di Davide Prosperi si chiude (o forse no) la vicenda che ha visto il cardinale Kevin Farrell indirizzare alla Fraternità una lettera in data 10 giugno 2022, già ricostruita da Silere non possum nella scorsa puntata di questa inchiesta. Oggi, nella diciassettesima parte, ci soffermiamo sul lessico e sulla postura con cui Prosperi ha scelto di “accompagnare” l’ennesima missiva del Dicastero rivolta al movimento.
Occorre ricordare, infatti, che Prosperi ha ritenuto in questi anni pressoché imprescindibile premettere una propria lettera di “spiegazione” alle comunicazioni del Dicastero: e così, al già cospicuo numero di lettere del Dicastero, si sono regolarmente sommate le lettere accompagnatorie del presidente, secondo un copione ormai riconoscibile e che oggi torna a imporsi con rinnovato vigore nel movimento: Voi siete idioti, ora vi spiego io cosa vuole dire Tizio. Il punto non è la cura pastorale della comprensione, ma un preciso schema di gestione del senso: una pedagogia rovesciata, che presume l’inadeguatezza del destinatario e legittima, per ciò solo, il monopolio interpretativo di chi parla. È il medesimo modus agendi che taluni sembrano applicare con sistematicità lungo l’intero arco della vita dei membri del movimento, nella vita di fede, nella dimensione culturale e in quella politica. C’è il Referendum sulla Giustizia? Ecco il volantino: Ve lo spieghiamo noi cosa dovete votare, altrimenti voi siete idioti, mica lo sapete. Dinamiche di questo tipo, più di molte altre, permettono di cogliere la distanza tra abuso di coscienza e libertà. E non è un dettaglio che chi ha guidato il movimento fino al 2019 avesse esplicitamente eliminato questi passaggi, persuaso che ciascuno, nel proprio intimo e secondo la propria coscienza - nella quale non intendeva mettere bocca - sapesse, come fedele, che cosa fare.
Obbedienza / Sottomissione cieca
Il punto non è mettere sotto accusa l’obbedienza in quanto tale - categoria reale e strutturante della vita ecclesiale - bensì interrogare l’uso del linguaggio con cui, in un clima di tensione interna, l’obbedienza viene elevata a parola-argine: uno strumento capace di comprimere la domanda, semplificare la complessità e, soprattutto, di spostare il baricentro dall’accertamento dei fatti alla disciplina delle coscienze. È una tentazione ricorrente nelle istituzioni, e in modo peculiare nella Chiesa cattolica: quando la crisi stringe, il lessico dell’unità può scivolare da criterio di comunione a dispositivo di controllo.
Nel testo di Prosperi la progressione è fin troppo riconoscibile e affiora un clericalismo di grana grossa, precisamente quel riflesso che Papa Francesco ha denunciato per anni. Con una torsione ulteriore, quasi grottesca: oggi assistiamo a laici che finiscono per fare la predica ai preti. La costruzione procede per gradini: anzitutto la premessa emotiva - “profondo dolore”, “smarrimento”, “mortificato” - poi la lettura moralizzante - “atteggiamenti immaturi tenuti da alcuni di noi” - quindi la cornice di sicurezza, affidata alla “piena fiducia nell’autorità della Chiesa”, con l’esortazione a non “scandalizzarsi” e a non temere “questo passo che la Chiesa ci chiede”. È una formula cantilena, proprio perché ripetuta: rassicura, chiude, normalizza. E soprattutto prepara il passaggio che pesa davvero: evitare “ogni presa di posizione” che possa “ostacolare” obbedienza e unità.
Il tempo passa ma l’arroganza aumenta
A distanza di quattro anni, la grammatica non cambia: mutano i contesti, resta la medesima regia delle coscienze. Il 31 gennaio 2026, all’Assemblea responsabili Italia presso l’Istituto Sacro Cuore di Milano, Prosperi riattiva lo stesso dispositivo, travestendolo da elogio della libertà. «Oggi… è il tempo della libertà. Ciascuno… può dire sì… oppure… no», scandisce; subito dopo stringe il cappio: «Non ci sono vie di mezzo». La libertà, così evocata, viene incanalata in un bivio che non ammette gradazioni, attraversamenti, tempi interiori, domande aperte. Diventa una parola-soglia: o dentro senza riserve e senza domande, o fuori. Il passaggio successivo è l’ultimatum morale mascherato da coerenza comunitaria. «Chi non trovasse più motivo… dovrebbe coerentemente farlo, per il bene di tutti», aggiunge; poi l’affondo identitario: «La nostra comunione non può essere ridotta a una confederazione…» E ripete: «La nostra comunione non è una confederazione». In queste formule si coglie una scelta netta: non si entra nel merito di ciò che divide, non si affrontano le lettere giunte da più parti - Memores e membri della Fraternità - né quanto va emergendo, puntata dopo puntata, da un’inchiesta costruita su documenti e prove; si propone invece una soluzione di carattere disciplinare. Non si procede all’accertamento dei fatti: si presidia, e in ultima analisi si restringe, la soglia di appartenenza.
E qui si vede il cortocircuito. Nello stesso testo letto, Prosperi concede a parole che «non si tratta di uniformarsi…», ma la concessione viene immediatamente sterilizzata: «…nemmeno… di sostenere proposte alternative»; la “compagnia” è presentata come “strada” e le “alternative” come problema da contenere. È un pluralismo nominale: riconosciuto come concetto, svuotato come pratica.

Le menzogne hanno le gambe corte
Quanto abbiamo riportato in questo resoconto dell’incontro del 31 gennaio, tra virgolette, corrisponde alle parole effettivamente pronunciate da Davide Prosperi davanti ai presenti. Nel testo successivamente pubblicato sul sito di Comunione e Liberazione, tuttavia, alcuni passaggi risultano omessi o ritoccati. La domanda, allora, che rivolgiamo a Davide Prosperi è: perché? Che cosa si è ritenuto necessario attenuare - e per quale ragione? Di che cosa ha paura Davide Prosperi? E se modifica addirittura le sue parole, chi vi dice che non stia riportando sciocchezze anche sull'incontro avvenuto con il Papa?
Don Giussani educava, oggi si sottomette
Questo modo di procedere contrasta frontalmente con l’impianto educativo di don Giussani, che non ha mai pensato la comunione come anestesia della ragione. Nel Senso religioso scrive che «è veramente indegno dell’uomo affermare senza che la ragione le abbia illuminate» e che «non si crede per ordine… o per paura». Nel Rischio educativo lega la persona alla possibilità di critica: «la critica è la posizione dell’esigenza del criterio ultimo… la coscienza… altrimenti siamo alienati». E in un dialogo riportato ne L’io rinasce, davanti al riflesso gregario (“il gregge parte…”), taglia corto: «No, questo no!». Sono frasi che, lette insieme, demoliscono l’equivoco: l’obbedienza cristiana non cresce sulla paura, né sulla sospensione del giudizio, né sull’obbligo di tacere “per il bene di tutti”. Giussani è persino più preciso quando definisce l’autorità: «la sequela… significava rendere ciò che la comunità propone vero per me… Non devozione alla comunità… ma il segno su cui vivere… E questo è l’unico concetto di autorità». Qui troviamo la linea di demarcazione: l’autorità come segno che rimanda a Cristo e chiama alla verifica personale; oppure l’autorità come monopolio interpretativo che pretende adesione senza processo. In Si può vivere così, Giussani demolisce l’equivoco più diffuso con una franchezza che oggi suona come una smentita diretta di questo tipo di linguaggio: «…il concetto di obbedienza che c’è in giro, per cui obbedire è dire di sì, è fare quello che ti dicono. Nossignore!». E aggiunge il criterio: l’obbedienza nasce come “sforzo e lavoro” di comprendere la corrispondenza tra ciò che viene detto e le esigenze del cuore; quando questo livello non c’è, resta “schiavitù”. Ed è una definizione operativa che deve orientarci. Se obbedienza significa adesione ragionevole a ciò che riconosci come vero, allora la domanda non è un “problema da risolvere”, è parte del metodo. Se invece l’obbedienza viene ridotta a sospensione del giudizio (“evitare ogni presa di domanda o presa di posizione”), allora il meccanismo scivola nella sottomissione.
Anche sul piano ecclesiologico Giussani è molto chiaro: la Chiesa “respinge ogni fede cieca, ogni obbedienza puramente esteriore, ogni compimento di pratiche vuote”, perché “la fede vuole la convinzione intima” e l’“esame delle motivazioni”. Usare la parola “obbedienza” come martello retorico per silenziare la coscienza non è una difesa della Chiesa: è una sua caricatura disciplinare. Nel Rischio educativo, inoltre, Giussani spiega che l’autorità è “criterio di sperimentazione” dei valori e “richiamo” al senso ultimo; ma avverte che spesso l’autorità viene percepita come qualcosa di estraneo, “un limite devotamente accettato”, cioè un esterno che schiaccia l’io invece di educarlo. È la fotografia del rischio: la devozione come forma elegante dell’eteronomia. Quando un sistema entra in questa torsione, non c’è tanto bisogno di ordini espliciti ma è sufficiente un clima. Giussani parlava di “strumenti di così dispotica invasione delle coscienze” che rendono l’ambiente un “educatore” sovrano. Parlando oggi al movimento significa che il linguaggio ufficiale, ripetuto e moralizzato, può diventare l’ambiente che “invade” e orienta, fino a far percepire la domanda come tradimento. Per questo, nel pensiero di don Giussani, la risposta alla menzogna non passa dalla censura del dissenso, ma dalla riapertura della ragione. In L’io rinasce insiste: «il modo migliore… è porre le domande vere». E in Certo di alcune grandi cose il criterio è ancora più verificabile: “la fede cresce rischiandola” nelle circostanze; non è vera una fede che non si confronta con ciò che accade. In sostanza, invocare oggi l’obbedienza senza chiarire i fatti, senza interrompere un atteggiamento dispotico, senza entrare nel merito e senza assumersi fino in fondo le proprie responsabilità, diventa la forma più efficace di pressione: non persuade, disciplina. Giussani ci ha insegnato che l’obbedienza cristiana è un atto adulto della coscienza: passa attraverso comprensione, verifica, libertà e domanda. La sottomissione cieca, invece, è la rinuncia a capire: ci si consegna al clima, alle etichette, alla paura di essere bollati come “divisivi”.
Oggi Comunione e Liberazione non sta più educando; sta piuttosto tentando, peraltro con esiti tutt’altro che convincenti, di addomesticare.
D.V. e d.M.C.
Silere non possum