La quattordicesima parte dell’inchiesta di Silere non possum su Comunione e Liberazione riparte dalle dimissioni di don Julián Carrón. È un passaggio decisivo, perché consente di leggere in controluce l’intera vicenda e di comprendere come l’uscita di scena del successore di don Luigi Giussani fosse, di fatto, l’approdo verso cui convergeva l’azione di quegli attori che, per anni, si sono spesi nel delegittimarlo e nel dileggiarlo. Una dinamica che Silere non possum ha già documentato fin dall’avvio di questa ricostruzione serrata, fondata su documenti e testimonianze.
Il piano che si compie
Appena don Julián Carrón rassegna le dimissioni, la Diaconia centrale della Fraternità scrive ai membri per reagire e fissare una lettura pubblica di quella rottura. La lettera adotta un tono solenne, unitario, apparentemente pacificato. Non entra nel merito delle cause della crisi né delle dinamiche che hanno condotto all’uscita del Presidente. Al contrario, sceglie con nettezza un registro spirituale e teologico.
Carrón viene ringraziato “senza confini” per il servizio svolto, collocato esplicitamente nella continuità dell’eredità di don Luigi Giussani e presentato come colui che ha guidato il movimento secondo un metodo educativo riconosciuto dalla Chiesa come via di santità. Il passaggio davvero decisivo del testo, però, non è il ringraziamento personale, ma la reinterpretazione della crisi: le dimissioni vengono proposte come un’occasione provvidenziale per tornare al cuore del carisma, citando Giussani sul carisma come intervento dello Spirito che precede persone, ruoli e strutture. La Diaconia invita a vivere questo passaggio come un tempo di crescita dell’autocoscienza ecclesiale, spostando l’attenzione dal governo alla responsabilità personale dei membri. In questo modo la lettera costruisce una cornice precisa: nessun conflitto esplicito, nessuna analisi istituzionale, nessun riferimento al Dicastero o alle decisioni romane. Tutto viene ricondotto a una prova spirituale, da attraversare nell’obbedienza e nella preghiera.
È un testo che chiude simbolicamente l’era Carrón sul piano del racconto ufficiale, preparando il terreno a ciò che avverrà pochi giorni dopo sul piano giuridico e, inevitabilmente, degli equilibri di potere. E colpisce un dettaglio: nella narrazione ufficiale si ringrazia Carrón senza alcun accenno a quei presunti problemi legati alla sua persona che poi emergeranno insistentemente negli anni a venire. Come abbiamo visto, però, Davide Prosperi inaugurerà poi una lunga operazione di persuasione interna, iniziando a parlare di “gravi errori” anche nella Fraternità senza mai chiarire, in modo circostanziato, quale sarebbe il nodo reale.
L’ascesa di Davide Prosperi
A questa comunicazione fa seguito, a distanza di pochi giorni, una seconda lettera, questa volta firmata da Davide Prosperi, che segna il compimento di un disegno che si andava delineando da anni. Nella missiva, Prosperi conserva un tono misurato e formale, quasi tecnico, ma il contenuto è rivelatore. Comunica di essere stato convocato dal Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e di aver ricevuto la conferma che, ai sensi dello Statuto, in caso di dimissioni del Presidente il Vicepresidente subentra a pieno titolo.
Non è, dunque, una semplice supplenza di fatto: è una vera investitura giuridica, con il riconoscimento dei pieni poteri come Presidente ad interim, fino a nuove elezioni che, specifica, non potranno celebrarsi prima di dodici mesi. Dietro questa scansione, però, c’era un accordo: Prosperi e Farrell sanno che la traiettoria non porterà a un voto “normale”, ma a un percorso graduale, costruito per piccoli passi e con decisioni progressivamente irreversibili. Basteranno poche settimane, lo vedremo più avanti, per fare "il passettino ulteriore". Al momento, però, si tenta di "imbambolare" il "popolo di CL" con quella dicitura "ad interim".
La lettera chiarisce poi la road map concordata con Roma: il passaggio obbligato attraverso l’approvazione di un nuovo Statuto, sotto la supervisione del Dicastero, con l’avvio di consultazioni interne e l’istituzione di una Commissione per gli Statuti, presentata come rappresentativa e aperta al contributo dei membri. Il linguaggio resta volutamente neutro, privo di valutazioni sul passato recente, ma il messaggio è inequivocabile: il centro decisionale si sposta sul terreno normativo e procedurale, inaugurando una fase di ristrutturazione della Fraternità.
Nella parte finale, Prosperi riveste tutto di un lessico spirituale: accetta l’incarico come atto di obbedienza al Santo Padre, non certo per i benefit di auto, casa, trasferte e viaggi pagati, ecc.; chiede fiducia, quella fiducia cieca che continuerà a chiedere sempre in tutti gli anni a venire nonostante i giochi di potere; invoca la responsabilità personale di ciascuno e richiama la necessità di custodire una chiara proposta educativa durante la transizione. È qui che il testo compie la sua operazione più rilevante: mentre ribadisce l’assenza di conflitti e la continuità carismatica, sancisce di fatto l’avvio di una nuova fase di governo, legittimata dall’autorità romana e preparata con cura, senza mai nominare apertamente le tensioni e i giochi di potere che hanno portato a tutto questo.
Primo passo: modifica dello Statuto
Prosperi si dà subito da fare e, nel giro di poche settimane, invia un’ulteriore lettera per portare a compimento il disegno del Dicastero. La missiva, datata 22 dicembre 2021, segna il passaggio dalla fase dell’investitura a quella della normalizzazione di una governance imposta: non si parla più dell’emergenza o dell’eccezionalità del momento, ma si mette in moto la macchina che rende il cambio di assetto strutturale. Il tono resta misurato, formale, quasi amministrativo, ma proprio questa scelta di linguaggio serve a presentare come semplice “procedura” ciò che è, in realtà, un’operazione studiata a tavolino.
Il pretesto è la revisione dello Statuto, avviata in applicazione del Decreto generale del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita sulle associazioni internazionali di fedeli, ma non si tratta di un adempimento neutro. Prosperi introduce il tema delle consultazioni interne come prova di partecipazione e di unità, mentre il perimetro del processo è già fissato: lo scopo dichiarato è fare in modo che le nuove norme riflettano «nel modo più adeguato possibile» l’originalità del carisma e l’identità specifica della Fraternità di CL all’interno della Chiesa, una formula elastica che permette di riscrivere regole e assetti senza mai spiegare perché quelle norme fossero nate così, né per quale ragione CL avesse proprio quell’impianto, così consapevolmente voluto da don Giussani. In realtà, ciò che avverrà - e servirà molto tempo per giungere all’approvazione dello Statuto - sarà semplicemente la trasformazione di CL in una “Azione Cattolica mal riuscita”.
Il cuore della lettera, comunque, è l’annuncio della costituzione della Commissione consultiva per la revisione dello Statuto, presieduta dallo stesso Prosperi ovviamente, che inizierà i lavori nel mese di gennaio «approfondendo quanto già elaborato dalla Diaconia centrale». La consultazione, dunque, non parte da zero: prende le mosse da un impianto già pronto. L’elenco allegato dei membri - reso pubblico agli associati e presentato come rappresentativo - è la prova di una partecipazione incanalata, con profili selezionati e un equilibrio già costruito a monte. Ma basteranno le vacanze di Natale per consegnare al popolo di CL una sorpresa che, nella loro ingenuità, molti forse non avevano nemmeno preso in considerazione.
«Non siete capaci di votare perchè non votate ciò che vogliamo noi»
Dopo le vacanze di Natale arriva l'ennesima lettera del Dicastero, firmata dal cardinale Kevin Farrell, che definisce in modo vincolante il perimetro entro cui Davide Prosperi deve muoversi e, soprattutto, lo rende efficace sul piano del potere. Da quel momento Prosperi diventa “Presidente”. Non "ad interim" ma "Presidente". Il tutto all'insaputa del movimento.
Qui conviene ricordare un dato giuridico essenziale. Lo Statuto vigente al momento delle dimissioni di don Julián Carrón prevedeva, all’articolo 19, che «il Vicepresidente supplisce il Presidente in caso di sua assenza o di impedimento». Il testo non menziona le dimissioni. La formulazione rimanda a una situazione temporanea - assenza o impedimento - non all’uscita definitiva del titolare. Inoltre, lo stesso Statuto stabilisce che il Presidente venga eletto, non designato dal Dicastero. La linea scelta dal Prefetto appare però già scritta e concordata con la cricca dei delatori. Dopo aver di fatto congelato e messo fuori gioco il governo dell’Associazione Memores Domini, Farrell imprime un’accelerazione analoga sulla Fraternità di CL. Con la lettera del 22 febbraio 2022 chiama Prosperi “Presidente” e chiarisce i paletti: la durata complessiva dell’incarico non potrà superare i dieci anni; e non si procederà a nuove elezioni finché non sarà approvato dall’autorità ecclesiastica lo Statuto revisionato, chiamato a garantire procedure elettive “rappresentative” secondo il Decreto.
Il dettaglio che rende la contraddizione ancora più evidente è temporale: queste indicazioni vengono indirizzate a Prosperi proprio mentre sta raggiungendo i dieci anni da Vicepresidente della Fraternità. Chiamiamola coerenza.
Nel testo, Farrell riprende persino un passaggio già scritto a Carrón nell’agosto 2021 sulle elezioni “libere” e “preparate nella libertà”, senza “indicazioni” o “condizionamenti”, ma subito dopo sposta l’asse: la revisione dello Statuto non può diventare pretesto per rallentare la gestione ordinaria e la vita della Fraternità deve proseguire come “prosieguo naturale” della sua storia, richiamando una “rinnovata consapevolezza” e una “fedeltà al carisma” consegnato da don Giussani. Qui emerge l’operazione decisiva: l’obbedienza viene evocata come “libera e incondizionata” all’autorità della Chiesa e ai Pastori, e nel frattempo si legittima l’intervento sulla Diaconia Centrale come organo di governo da tenere in piena efficienza, con l’indicazione di procedere alla sostituzione dei Responsabili con mandati in scadenza. In altre parole, mentre si predica la libertà del voto, si costruisce per via documentale la condizione che lo rende impossibile nel breve periodo e si autorizza, passo dopo passo, una ricomposizione degli equilibri interni sotto la copertura della “continuità” e della “fedeltà” al carisma.
Anche la reprimenda inviata da Farrell a Roberto Fontolan e a don Julián Carrón colpisce per il suo tono e per le implicazioni che porta con sé. Osservando questo testo si potrebbe delineare il volto di un soggetto bipolare. Il Prefetto scrive: «Le elezioni in un’associazione di fedeli, a qualsiasi livello, devono essere libere e preparate nella libertà, senza indicazioni, suggerimenti o condizionamenti di sorta. Qualsiasi indicazione riguardo la persona o le persone da votare, infatti, è sempre indice di sfiducia negli associati, ma ancor di più, è indice di sfiducia nell’azione dello Spirito Santo, che sempre suscita nei battezzati il senso di fede e i doni utili per ogni discernimento». La distanza tra questa affermazione di principio e quanto è accaduto nella fase successiva è evidente. Durante gli anni di don Giussani e di Carrón non si è mai visto un intervento volto a sterilizzare o sospendere il processo elettivo. Oggi, invece, la dinamica si è rovesciata: prima nei Memores Domini, poi nella Fraternità, la traiettoria concreta è stata quella di un controllo crescente sulle procedure e sui tempi, fino a rendere impossibile il voto. E il punto centrale resta: questa gestione porta la firma operativa di Davide Prosperi, con l’avallo del Dicastero.
In questo incastro, che trapela tra una reprimenda ed un'altra, si vede l’obiettivo reale. L’argomento ufficiale diventa che le elezioni rischiano di non essere “libere” perché ci sarebbero “indicazioni” o “condizionamenti”. Ma, in concreto, la ragione per cui si blocca il voto è un’altra: il gruppo ristretto imposto e promosso dal Dicastero non ha - e non avrebbe - la maggioranza nel corpo reale del movimento. La soluzione, allora, non è difendere la libertà elettorale, ma sospendere il momento elettorale finché non si sarà completato l’allineamento. La lettera prepara proprio questo scenario: si invoca la libertà del voto come principio intoccabile, e contemporaneamente si costruisce il meccanismo per non votare, demandando tutto alla revisione dello Statuto e alla sua approvazione, che diventa un imbuto temporale e politico.
In questo senso, il richiamo all’“obbedienza libera e incondizionata” e al rapporto con Cristo che “passa oggettivamente” attraverso chi guida la Chiesa non è un dettaglio devozionale. È la copertura teologica, il vero e proprio abuso spirituale, della fase successiva: se l’obbedienza è posta come criterio identitario, allora ogni resistenza interna può essere letta come mancanza di fedeltà, ogni dissenso come immaturità, ogni richiesta di voto come “pretesa” o “condizionamento”. Il risultato è una strategia lineare: non far votare finché non sarà terminato il lavoro di persuasione e di uniformazione, finché il “lavaggio del cervello” - per usare una espressione utilizzata da alcuni membri, brutale ma efficace - non avrà prodotto un corpo associativo sufficientemente docile o rassegnato.
La lettera, dunque, non è un invito alla democrazia interna. È un testo di governo che, in nome della libertà, istituisce la sua sospensione. E mentre proclama di non voler “indicazioni”, indica esattamente la direzione: stabilizza chi comanda, permette la sostituzione dei responsabili, rafforza la Diaconia, rinvia il voto a un futuro subordinato a condizioni decise altrove. In questo quadro, il passaggio da ad interim a Presidente non è un effetto collaterale: è la premessa necessaria perché il processo proceda senza inciampi e senza che la base possa interromperlo con un gesto semplice e legittimo: votare.
d.M.C. e d.D.V.
Silere non possum