Città del Vaticano - Nella parte precedente, l’undicesima, questa inchiesta ha mostrato come, davanti al tentativo dei Memores Domini di “bussare alla porta del Papa”, il circuito non si sia spezzato: l’istanza ultima è rimasta, nei fatti, amministrata dagli stessi uffici chiamati a essere oggetto di scrutinio. Il risultato è stato un paradosso crescente: più si chiedeva un giudizio fondato su atti e fatti, più il dossier veniva ricondotto a un flusso di pressioni, narrazioni e “segnalazioni” selezionate. In questo snodo, la regola elementare indicata da don Giussani - “la legge suprema del realismo” per cui “è l’oggetto a dettare il metodo di conoscenza” - diventa criterio decisivo per leggere ciò che accade dopo.
Il 15 giugno 2020 (Prot. n. 2020/406) dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita esce una convocazione. Il cardinale Kevin Farrell scrive alla presidente e al Consiglio direttivo dei Memores Domini per convocarli “presso gli uffici di questo Dicastero” il 26 giugno, alle ore 11, dichiarando esplicitamente che l’incontro serve “al fine di comunicarVi alcune disposizioni”, già preannunciate in precedenti colloqui e lettere. La stessa lettera allarga la convocazione oltre l’organo di governo: vengono “caldamente invitati” anche “tutti i Capi-casa”, tramite collegamento virtuale, con una previsione tecnica fino a 300 dispositivi, e si chiede che la comunicazione sia trasmessa “a tutti i membri dell’associazione” perché il maggior numero possibile possa partecipare.

Anche nei Memores arriva il “Delegato Pontificio”
Non sono bastati, nei lunghi tredici anni di pontificato, i danni compiuti dai vari “delegati pontifici” nelle comunità religiose, ad un certo punto si è scelto di nominare anche nei Memores Domini un Delegato Pontificio. E chi, se non l’unico canonista di corte che Francesco aveva scelto e poi addirittura promosso come cardinale? Il 26 giugno viene consegnato ai presenti un decreto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita (Prot. n. 2020/436) firmato dal cardinale Kevin Farrell.
Nelle premesse, il Dicastero insiste sulla formula che ricorre da mesi e che finisce per sostituire la verifica: sostiene di aver ricevuto “segnalazioni” da alcuni membri dell’Associazione; afferma di aver “esaminato accuratamente” Statuto e Direttorio e di avervi individuato disposizioni che, a suo giudizio, “pregiudicano la necessaria distinzione” tra ambito di governo dell’associazione e ambito della coscienza dei membri, con un riferimento mirato alle competenze attribuite al Consigliere ecclesiastico. Il decreto afferma di aver ascoltato le motivazioni della Presidente, Antonella Frongillo, e del già Consigliere ecclesiastico, don Julián Carrón, e richiama un parere della Congregazione per la Dottrina della Fede “per quanto di sua competenza”. Peccato, però, che di tutto quanto riferito dal Direttivo dell’Associazione il Dicastero non abbia mai dato prova di aver tenuto in considerazione alcunché. Quanto al presunto parere della Congregazione per la Dottrina della Fede, non è stata fornita ai membri alcuna evidenza verificabile: non ne sono stati comunicati né l’oggetto, né i contenuti, né l’esito. Il Direttorio era già stato modificato, e lo Statuto pure. Eppure, come abbiamo spiegato, non bastava: anche quando venivano meno le premesse addotte fino a quel momento, il Dicastero sceglie comunque di procedere con un atto ulteriore, nominando Gianfranco Ghirlanda, S.J. quale Delegato pontificio dell’associazione. A lui viene affidato il compito di guidare il “processo di revisione” di Statuto e Direttorio, con un focus esplicito sulla struttura di governo, sulla configurazione delle cariche e, “in modo non esclusivo”, sui poteri del Consigliere ecclesiastico, della Presidentee dei membri del Consiglio direttivo. L’obiettivo dichiarato è ottenere una “netta separazione” tra governo e coscienza e intervenire sulla “reale rappresentatività” degli organi di governo. Insomma, come avvenuto a Bose, si è scelto di mettere la volpe alla guardia del pollaio.
Contestualmente viene istituita una Commissione, presieduta dal Delegato pontificio, composta da Memores “competenti”, incaricata di revisionare Statuto e Direttorio secondo modalità stabilite dal Delegato; numero e nominativi dei componenti verranno definiti dal Dicastero “in accordo con il Delegato”, mentre il Consiglio direttivo potrà soltanto proporre dei nomi “soggetti alla valutazione del Dicastero”. “Competenti” qui significa: quelli utili a realizzare ciò che il Dicastero ha già deciso, cioè imporre un nuovo direttivo che sposi le idee di coloro che si sono rivolti a lui. E “secondo le modalità stabilite dal Delegato” significa trasformare i Memores Domini, svuotandoli della loro peculiarità. Del resto, chi meglio di Gianfranco Ghirlanda avrebbe potuto fare tutto questo? Lo avrebbe fatto con la Curia Romana pochi anni dopo; lo stava progettando con l’Opus Dei; e nel giro di alcuni mesi avrebbe agito allo stesso modo con la comunità di Bose, nata come realtà ecumenica e ribaltata fino a essere ricondotta a un monastero sui iuris, sebbene, lì dentro, di monastico non ci sia proprio nulla. Al Delegato viene inoltre attribuita la facoltà di avvalersi di consulenti ed esperti e, non ultimo, si stabilisce che tutte le spese necessarie per lo svolgimento dell’incarico siano a carico dei Memores Domini. “Noi vi ribaltiamo, ma voi pagate”, facciamo a capirci.
I “consulenti ed esperti”: i nomi che entrano nella Commissione
Dopo il decreto del 26 giugno, la lista dei “consulenti ed esperti” inizia a prendere forma. Frongillo, su richiesta del Dicastero, con lettera del 6 luglio 2020 propone i nomi di due Memores Ilaria Delponte e Carlo Wolfsgruber. Wolfsgruber viene immediatamente cancellato dal Dicastero su input della “guardia Perrone”, perché sarebbe stata una presenza troppo scomoda per ribaltare la storia del movimento. Inoltre, senza alcun pudore, il Dicastero inserisce lo stesso Andrea Perrone nella Commissione e con lui e Delponte, vengono nominati due altri Memores, uno in particolare stretto amico di Perrone, Michele Rosboch, uno dei consiglieri della Fondazione CRT che finì coinvolto nell’indagine su un presunto “patto occulto” che avrebbe avuto lo scopo di condizionare in modo coordinato il rinnovo e il funzionamento degli organi della Fondazione CRT. Il 16 luglio 2020 il Dicastero emette un ulteriore decreto (Prot. n. 2020/483) che, richiamando espressamente quello precedente (Prot. 2020/436), procede alla nomina dei membri della Commissione incaricata della revisione dei testi normativi.
Il provvedimento spiega che i candidati sono stati valutati tra quelli proposti dalla Presidente Antonella Frongillo “con lettera del 6 luglio 2020” e che è stato “sentito il parere del Delegato Pontificio”. Poi mette i nomi: Ilaria Delponte, Andrea Perrone, Raffaele Ronchi e Michele Rosboch vengono nominati membri della Commissione “con il preciso compito di revisionare lo Statuto e il Direttorio”, seguendo “le modalità stabilite dal Delegato pontificio”. In altre parole: la “competenza” resta un’etichetta; ciò che conta davvero continua a essere l’orientamento.
Ora, anche ammettendo pure per ipotesi che ci fossero delle criticità, che ci fosse davvero da modificare lo Statuto e tutto ciò che, in astratto, si può immaginare, è mai possibile che a essere nominati membri di una commissione siano proprio coloro che hanno fatto di tutto per ribaltare il governo dell’associazione stessa? Questa assenza di imparzialità e oggettività la ritroveremo presto nella parte dell’inchiesta che si occupa della Fraternità di CL.
La lettera della Presidente: il tono, le categorie, la resa del campo
Dopo questi eventi, come un passaggio inevitabile, arriva la lettera del 1° luglio 2020, firmata dalla Presidente dei Memores Domini, Antonella Frongillo. L’apertura è programmatica: «Non ci ardeva forse il cuore mentre conversava con noi lungo il cammino?» (Lc 24,32). Frongillo imposta subito la vicenda come “passaggio delicato” della vita dei Memores e la riconduce alla propria storia vocazionale: parla di un “tocco” di Dio che fa ardere il cuore e dichiara che il Signore l’ha raggiunta “attraverso l’incontro con una realtà storica riconosciuta dalla Chiesa universale: il movimento di Comunione e Liberazione”. Dentro questa cornice, introduce don Luigi Giussani come origine di un fascino e di una presa totale, fino a citare Jacopone da Todi: «Cristo me trae tutto, tanto è bello». Poi arriva il punto che incastra l’interlocuzione col Dicastero nel linguaggio che gli uffici vogliono imporre: la lettera dice che la discussione sui testi normativi verte su un nodo “fondativo”, presentato come alternativa tra “autoreferenzialità (o personalismo)” e la modalità con cui Dio “raggiunge” l’uomo “per legarlo sempre di più a Lui”. Per rafforzare la distinzione, Frongillo richiama Ratzinger e la frase pronunciata al funerale di Giussani: Giussani “è diventato padre di molti” perché “ha guidato le persone non a sé ma a Cristo”, e conclude: “legare non a sé ma a Cristo” distinguerebbe il “personalismo” dalla “paternità”. Se fino a questo punto gli interventi avevano mantenuto un tono da accompagnamento spirituale, in questa lettera, per la prima volta, anche Frongillo comincia – in modo timido- a denunciare ciò che stava accadendo. Ribadisce la disponibilità “a continuare a collaborare” alla revisione normativa, orientata a modificare disposizioni che “potrebbero pregiudicare” la distinzione tra governo e coscienza; poi aggiunge un passaggio che cristallizza la sproporzione dell’intero impianto e l’agire, nei fatti, in spregio al diritto, come Silere non possum ha documentato in tutta questa inchiesta attraverso gli atti: dopo il decreto del 26 giugno, scrive, “ad oggi” non sarebbero mai stati notificati “addebiti circostanziati”, né indicate “ripercussioni concrete” delle disposizioni contestate.
La pagina finale completa il quadro: Frongillo dichiara di essere “fiduciosa” e “grata” di poter affrontare questo passo “con padre Gianfranco Ghirlanda”, nominato Delegato Pontificio, e interpreta la fase come occasione per “testimoniare” ciò che lo Spirito suscita attraverso il carisma, fino a collegare il momento storico alla secolarizzazione e all’indifferenza verso Dio, con l’affermazione che proprio in quei giorni “i giovani” starebbero chiedendo di dare la vita a Cristo “all’interno del cammino dei Memores Domini”.
A distanza di meno di un anno da quella lettera, le “preoccupazioni” per la sola associazione Memores Domini vengono estese a tutti. L’11 giugno 2021 il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita approva il Decreto generale sulle associazioni di fedeli, trasmettendolo anche alla Presidenza dei Memores Domini dimostrando, ancora una volta, di non aver compreso che quella lettera del Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici aveva chiaramente spiegato che Memores Domini non era una associazione come altre. Non si tratta di un atto rivolto a un singolo caso, ma di una norma di carattere generale che disciplina l’esercizio del governo nelle associazioni internazionali di fedeli, pubbliche e private, soggette alla vigilanza diretta del Dicastero.
Il testo chiarisce alcuni punti, tutti essenziali e lodevoli: la Chiesa riconosce il diritto di associazione dei fedeli e la libertà di fondare e dirigere aggregazioni ecclesiali, ma colloca l’esercizio del governo entro limiti precisi. Il governo non è un possesso, né un’estensione della coscienza, bensì un servizio ordinato alla missione ecclesiale, da esercitare secondo le norme generali della Chiesa, gli statuti propri e la vigilanza dell’autorità competente. In questa prospettiva, il Dicastero introduce criteri vincolanti: durata massima dei mandati, limiti temporali alla permanenza negli organi di governo, obbligo di rappresentatività e partecipazione dei membri, ricambio generazionale come strumento di tutela e prevenzione degli abusi. Tutte cose che, come vedremo, non rispetterà affatto quando stabilirà, in modo autonomo e dispotico, che alla guida della Fraternità debba andare Davide Prosperi. Della serie: «Per voi, le leggi; per noi, ciò che ci pare». Di questo, però, parleremo nella prossima parte.
d.D.V. e d.M.S.
Silere non possum