Città del Vaticano - Quando il Direttivo dei Memores si accorge che il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita non si sta comportando da arbitro e appare, nei fatti, come parte in causa - attento alle pressioni di una minoranza organizzata e sordo al governo dell’associazione e alla maggioranza - Antonella Frongillo e don Julián Carrón scelgono la via più diretta: bussare alla porta del Papa. Si tratta di una via prevista dal diritto e l’udienza viene richiesta attraverso i canali ufficiali, non grazie ad amici conosciuti a Piacenza. Il 19 settembre 2019 varcano le soglie del Palazzo Apostolico e vengono ricevuti da Papa Francesco il quale, nonostante Socci, Maddalena, Perrone, Molteni, e molti altri, era il successore di Pietro. È un passaggio che, nei giorni successivi, fa vacillare la “cricca” che si muove attorno a Perrone, Molteni e Maddalena: la convinzione era che il Pontefice potesse ribaltare il tavolo, rimettere in discussione Carrón, leggere le carte, osservare i fatti e comprendere il gioco che c’era dietro. Frongillo, nel rispondere poi per iscritto al cardinale Farrell ad ottobre 2019, dichiarerà di aver consegnato personalmente al Papa “il frammento delicatissimo che stiamo attraversando” e di trasmettere al Dicastero “l’esito del discernimento personale cui il Santo Padre ci ha invitato circa la modalità più adeguata per il prosieguo della vita associativa”.

Il punto, però, è un altro e sta tutto nel metodo. Come in altre vicende di governo (Bose insegna), Francesco tendeva a muoversi su un registro che era spiazzante: da un lato incoraggia, riconosce, ringrazia; dall’altro non spezza davvero il circuito delle pressioni e delle narrazioni che gli arrivano addosso, e finisce per lasciare che l’onda lunga del conflitto continui a propagarsi. È ciò che Frongillo racconta ai Memores Domini nella lettera dello stesso 9 ottobre 2019: l’udienza ha aperto uno spazio, ha imposto di “approfondire la questione”, ma - testualmente - “restiamo quindi in attesa del Suo discernimento”, mentre al Direttivo viene chiesto di valutare “in coscienza e in atteggiamento di preghiera” la strada da seguire nella contingenza storica; nel frattempo, si decide di procedere su alcuni passaggi (ammissioni al primo anno e passaggi di noviziato) e di sospendere altri (ammissioni definitive) “finché non si fosse chiarito tutto”.

Francesco e le medesime dinamiche del caso Bose

La risposta, però, non arriva “subito”, né con la forma che molti si aspettavano dopo un’udienza nel Palazzo Apostolico. Bisogna attendere fino al 2 gennaio 2020 perché a Frongillo giunga una lettera dattiloscritta, su carta intestata con lo stemma di Bergoglio e firmata “Francesco”. Ma il testo è costruito con il linguaggio e le categorie del Dicastero, non con lo stile di Bergoglio. In altre parole, quel discernimento invocato e presentato come passaggio decisivo - che avrebbe richiesto una ricostruzione documentale della storia dell’Associazione e dei fatti accaduti da quando il Dicastero ha scelto di intervenire, dunque carte, verbali, atti, non “chiacchiericcio” e “massimi sistemi” - si chiude con un nulla di fatto: nessuna verifica sostanziale, nessuna lettura critica del dossier, nessun atto che interrompa il circuito delle pressioni.

Il copione è quello già visto in altre vicende dolorose: Bose, Becciu, e non solo. Il Papa riceve un plico, lo rimette al Dicastero, il Dicastero predispone una lettera e la porta a firma. Con buona pace del diritto e della possibilità concreta di ricorrere alla Suprema Autorità: il ricorso c’è, ma se l’istanza ultima diventa un passaggio amministrato dagli stessi uffici che dovrebbero essere oggetto di scrutinio, la tutela è inesistente.

Francesco, del resto, ha agito spesso così. Anche nel caso Bose, approvò il decreto illegittimo di allontanamento in modo estemporaneo, in sagrestia, mentre si preparava a una Celebrazione Liturgica. Il cardinal Parolin domandò: “Santo Padre è approvato in forma specifica” e Francesco, con il suo modo di fare solito, batté la mano sul mobile della sagrestia e disse: “Sì, sì, approvato!” Eppure, le norme prevedono altro: i provvedimenti approvati in forma specifica richiedono studio, fascicolo completo, tempi adeguati e documentazione lasciata al Papa perché sia realmente atto suo, non mero visto su un testo altrui. È inutile richiamarsi al diritto statuale e agli ordinamenti civili: se una Corte d’appello chiedesse al tribunale di primo grado di redigere la sentenza che poi dovrebbe limitarsi a firmare ed emettere, l’appello risulterebbe forse formalmente garantito, ma nella sostanza sarebbe una finzione, una tutela solo apparente, una presa in giro del sistema delle garanzie.

Sono elementi essenziali per leggere questa vicenda nella sua interezza: con i documenti, con i fatti, seguendo ciò che è realmente accaduto, non ciò che “si dice” sia accaduto. E questa inchiesta non nasce per stabilire se “Carrón ha ragione” o “Carrón ha torto”. In realtà, poi, se proprio si volesse ridurre tutto a uno schema binario, bisognerebbe parlare della maggioranza dell’associazione - e, di riflesso, di una parte ampia del movimento - ma non è questo il punto.

Qui stiamo facendo una cosa diversa: ricostruire. Mettere in fila atti, passaggi, lettere, verbali. E ciò che emerge dai documenti è netto: l’intervento non viene innescato da criticità sostanziali, bensì da accuse evanescenti e considerazioni spesso pretestuose, agitate per alimentare sospetto e creare un clima di delegittimazione. “Potrebbe accadere, chissà”, questo è il livello della discussione. L’obiettivo, nella dinamica che si delinea, non è correggere un problema reale, ma arrivare a rimuovere una figura precisa: quel Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione che, per ragioni ideologico-politiche, risultava indigesto a qualcuno. Si comincia colpendolo come Consigliere ecclesiastico, e si procede poi - passo dopo passo - verso l’esito più ambizioso: eliminarlo anche dalla Presidenza della Fraternità.

«Se ci fossero stati realmente dei problemi, si sarebbe imbastito un procedimento canonico, si sarebbe permesso a Carron di difendersi. Modificare quello Statuto, invece, non significa altro che modificare l’impianto voluto da Giussani, come scrisse chiaramente Rylko. Ma anche se si fosse voluto modificare quello Statuto dicendo: “Tutto quello che avete fatto fino ad ora era sbagliato”, non comporta la demonizzazione di una persona», spiega a Silere non possum un cardinale che per diversi anni è stato a servizio della Curia Romana e ha avuto modo di conoscere, negli anni, Comunione e Liberazione. 






L'impossibilità di un giudice a Berlino

Tornando, però, alla lettera firmata dal Papa, i Memores prendono quindi atto del fatto che la vicenda, la loro vita e la loro vocazione, continua a essere governata più dalle pressioni e dai racconti che dalle carte. Tutto questo comporta una sofferenza immane di queste persone che hanno sempre visto nella Chiesa una madre tenera e accogliente ma con quell’azione si trasformava in una matrigna. Non è un mistero che, negli ultimi anni, la gestione della corrispondenza attorno al Papa sia diventata un terreno opaco. Al punto che, alla morte di Francesco, tra smistamenti confusi, protocolli saltati e un’amministrazione interna che definire “disordinata” è già un eufemismo, in più di un ufficio si è faticato perfino a ricostruire con precisione quali comunicazioni fossero effettivamente partite da Santa Marta e quali fossero dei falsi in circolazione. Sulla competenza di chi doveva garantire ordine e tracciabilità, conviene davvero stendere un velo pietoso e ringraziamo il cielo che chi doveva tornare a casa vi è tornato. Il contenuto della lettera del 2 gennaio 2020, come dicevamo, si muove esattamente su quel registro che in altri dossier ha segnato il pontificato. Francesco ricorda l’udienza del 19 settembre e dice di essersi “soffermato con prudenza” sui temi sollevati, aggiungendo di aver consultato anche l’allora Congregazione per la Dottrina della Fede. Poi arriva il cuore: l’invito ad “accogliere docilmente e con spirito ecclesiale la voce della Chiesa” che giunge “tramite il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita”, dicastero che – scrive Bergoglio - “compie il suo lavoro in unione di intenti con il Romano Pontefice e gode della mia piena fiducia”. E soprattutto: “Il cammino che il Dicastero Vi indicherà è necessario” e porterà “grandi benefici spirituali” per l’associazione.

In sostanza, dopo aver ascoltato Frongillo e Carrón, dopo aver riconosciuto l’importanza del momento e persino dopo aver chiamato in causa la Dottrina della Fede che evidentemente gli aveva detto che di processi non se ne potevano fare e di cose eretiche non ne erano state dette, il Papa non rompe il circuito. Lo conferma, lo legittima, lo rafforza. È lo stesso schema visto con Enzo Bianchi a Bose: una parola che si presenta come paterna, spirituale, quasi ascetica - “prendi questa croce” - e che, nella pratica, chiede di fidarsi di un percorso già incanalato altrove. «Peccato che si sia dimenticato che quella croce la stava infliggendo lui», spiega lo stesso cardinale che venne a conoscenza di quanto accadde davvero a Bose grazie all’inchiesta del 2021. Per la “cricca” guidata da Perrone, Molteni e Maddalena questa lettera è un segnale decisivo: non perché contenga prove ma perché consacra la cornice che loro volevano. Per Frongillo e Carrón, invece, è la fotografia di un paradosso: chi aveva cercato di tenere il movimento aderente alle richieste di Bergoglio si ritrova davanti a un Papa che elogia e ringrazia, ma contemporaneamente accredita la narrazione confezionata dai facinorosi cospirazionisti che in realtà mettevano addirittura in discussione la legittimità di quel Pontefice. Frongillo trasmette questa lettera ai Memores il 13 gennaio 2020 affermando: «come da Lui indicato, continueremo l’interlocuzione con il dicastero riguardo alla quale provvederemo ad aggiornarVi e coinvolgerVi».

Don Carrón si fa da parte

Di fatto, da quando è stata decretata la vacatio della figura del Consigliere ecclesiastico, don Julián Carrón non ha più preso parte ai ritiri dei professi. Nel marzo 2019 decide, da un giorno all’altro, di non presiederlo: la motivazione, come ha spiegato Frongillo in apertura dell’incontro, fu proprio quella di lasciare spazio a un confronto libero e franco tra i Memores Domini, senza la sua presenza a condizionare il dialogo.

Per il ritiro estivo, la scelta diventa ancora più netta: Carrón non solo non partecipa, ma invia anche la sua lettera di dimissioni definitive dalla vita dei Memores (allegata qui sotto). È una decisione che matura nel clima successivo alla lettera del 10 luglio 2019, in cui il cardinale Farrell formula affermazioni gravi e, per come emergono dagli atti, mai supportate da elementi verificabili. In un contesto ordinario, un simile impianto accusatorio avrebbe richiesto una reazione immediata, anche sul piano formale. Eppure, come si vede in molte vicende ecclesiali, i sacerdoti spesso non dispongono della stessa libertà effettiva di azione: l’asimmetria di potere, la pressione dell’“obbedienza” e un certo automatismo psicologico - “si rimetterà tutto a posto” - finiscono per disinnescare la capacità di risposta proprio quando l’Autorità ecclesiastica eccede o abusa. Ma la realtà è più semplice e più dura: chi diffama non si fronteggia con mezze frasi o con attese indefinite. Lo si porta davanti a tribunali terzi, sottoposti a regole chiare e a leggi realmente vincolanti; non in contesti in cui la norma diventa malleabile, l’accertamento evanescente e la responsabilità, di fatto, inesigibile.

A conclusione di questa prima parte dell’inchiesta, va registrato un dato che, da solo, basterebbe a qualificare l’intera gestione della vicenda. Al Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita sono pervenute centinaia di e-mail da parte dei Memores Domini - un numero esorbitante, in particolare dopo la comunicazione del dicembre 2018. Non si è trattato di messaggi estemporanei o polemici, ma di comunicazioni argomentate, puntuali, inviate con rispetto, nelle quali la maggioranza dei Memores segnalava una realtà ben diversa da quella descritta nelle lettere di Farrel. Il problema, però, è che il Dicastero non ha mai risposto. Mai, e va sottolineato MAI. Nessuna risposta, nessuna convocazione, nessun ascolto della maggioranza che scriveva per dire, in sostanza: “Attenzione, ciò che state affermando non corrisponde ai fatti”. Quelle voci non vengono integrate, verificate, neppure prese in considerazione.

Eppure, le comunicazioni ufficiali continuano ad aprirsi con formule generiche - “ci sono giunte segnalazioni” - mentre, nei fatti, vengono ascoltati e assunti come fonte privilegiata sempre gli stessi interlocutori, riconducibili a una cerchia ristretta, gli amici dell’amico di Linda Ghisoni. Se questa è la prassi, la domanda sorge spontanea: può definirsi amministrazione della giustizia un metodo che ignora sistematicamente la maggioranza e seleziona le fonti in modo così unilaterale? Di certo, non è un modello che rifletta la dottrina della Chiesa sul discernimento, sull’equità e sull’ascolto.

Un secondo punto merita di essere fissato con attenzione - e tornerà decisivo sia nella seconda parte di questa inchiesta sia nella terza, dedicata alla Fraternità di CL -: il comportamento di don Julián Carrón. Carrón non ha mai attaccato nessuno. Non l’Autorità ecclesiastica, non i Memores Domini, non i membri di CL, non neppure coloro che sono subentrati al suo posto. Silere non possum ha raccolto molte testimonianze, sia di persone vicine al suo modo di vivere la fede sia di altre più distanti; e tuttavia non emerge un solo episodio in cui Carrón abbia usato la parola o i comportamenti per delegittimare, insinuare, o “regolare i conti”.

La lettera con cui si congeda dai Memores, del resto, conferma la stessa linea: non rancore, non rivendicazioni, ma un passo indietro motivato dall’obbedienza al dato della vacatio. Carrón parla di una decisione maturata “dopo una profonda riflessione”, ribadisce che “tutti siamo chiamati a obbedire” al fatto che non è più Consigliere ecclesiastico, e invita i laici ad assumersi la propria responsabilità: “dovete essere voi, da laici, a decidere cosa volete”, augurando infine “buon cammino”. Ed è proprio qui che si apre il contrasto che, più avanti, diventerà inevitabile mettere a fuoco: perché il metodo del Dicastero, di Prosperi, di don Paolo Sottopietra, di mons. Massimo Camisasca e del gruppo degli “scontenti” si rivelerà - nei fatti e nei documenti - di tutt’altra natura.

Ma questa vicenda, per quanto già assurda e rivelatrice, è soltanto l’incipit di un disegno ben più ampio. Nella prossima parte dell’inchiesta emergerà infatti un nome che, in modo tutt’altro che casuale, fa la sua comparsa in questo scenario: Gianfranco Ghirlanda. Una presenza ricorrente negli ultimi anni in processi che hanno finito per smantellare o commissariare realtà complesse, la Curia Romana stessa, e sempre attraverso lo stesso metodo: la sovrapposizione dell’ideologia personale al diritto canonico. Della prima si è sempre proclamato interprete, del secondo ha mostrato, nei fatti, una conoscenza approssimativa e funzionale, con conseguenze che molte comunità conoscono fin troppo bene. La curia romana, ad oggi, ne ha visto i risultati con Praedicate Evangelium, ma quella è un’altra storia. 

d.D.V. e d.G.S.
Silere non possum