Milano – L’8 maggio 2019 il direttivo dei Memores Domini - realtà nata e cresciuta nell’alveo di Comunione e Liberazione per volontà di don Luigi Giussani - scrive ai massimi vertici della Curia romana: al Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, al Prefetto della Dottrina della Fede, al Prefetto della Segnatura Apostolica, al Prefetto dei Vescovi e al Segretario di Stato . Per comprendere la vicenda, se non lo hai già fatto, riprendi le parti di questa inchiesta qui.
La lettera non è un appello generico: denuncia un’escalation di richieste “sempre più penetranti” da parte del Dicastero competente e mette nero su bianco che, nel giro di mesi, si è passati da rilievi su alcune norme del Direttorio a contestare come “inaccettabile” una norma statutaria che era stata specificamente approvata dalla Santa Sede; per questo il direttivo spiega di aver chiesto l’assistenza di canonisti e allega una Nota tecnica che evidenzia incongruenze procedurali e giuridiche nel carteggio fra i Memores e il Dicastero per i Laici, a partire da un dato cruciale: un Memorandum richiesto dallo stesso Dicastero - con argomentazioni e richieste di documentazione a supporto di eventuali addebiti - risulta di fatto ignorato, senza che nelle missive successive compaia “un rigo” che lo richiami o lo confuti, fino a denunciare una violazione dei criteri di correttezza istruttoria e di motivazione negli atti amministrativi, con effetti pesanti sui diritti dei membri e sull’autonomia dell’associazione.
E qui si innesta il punto che dobbiamo guardare negli occhi in una Chiesa che non è capace di garantire i diritti dei propri fedeli: a quella lettera indirizzata ai vertici, corredata da documenti e da una ricostruzione tecnica, non arriva alcuna risposta. Da nessuno degli interpellati. Ora, proviamo a spostare la scena fuori dal Vaticano: immaginate un cittadino francese che presenta al tribunale, al ministero e agli organi di vigilanza una denuncia di fatti gravi e non riceve nessun riscontro; scoppierebbe un caso, perché nel diritto civile - anche sul versante amministrativo e, in certe ipotesi, persino penale - esistono obblighi di riscontro e garanzie minime che tutelano il cittadino. Il silenzio, invece, per anni è stato un modus operandi utilizzato in Curia per proteggere gli amici, al punto che solo recentemente Papa Leone XIV ha introdotto una disciplina che impone alle Istituzioni curiali di trattare con diligenza le questioni presentate e di tenere informati gli interessati sull’andamento e sull’esito delle pratiche: una svolta che, letta alla luce di vicende come questa, suona come una correzione strutturale di una prassi che ha prodotto opacità, frustrazione e contenziosi latenti.
Diritti violati e autorità corrotta
Le comunicazioni del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita arrivavano sistematicamente dopo lunghe pause e, non di rado, a ridosso dei ritiri. Un dettaglio solo in apparenza: in questo modo il Direttivo veniva messo nella condizione di dover assumere decisioni delicate ed esporsi pubblicamente in tempi strettissimi, senza lo spazio minimo per valutare, consultare e istruire le questioni. Si crea una sproporzione evidente: da un lato un’autorità che gestisce tempi e calendario con piena libertà, dall’altro una realtà molto meno “forte” che viene compressa in una corsa contro il tempo, in una posizione di oggettivo svantaggio.
Eppure, dentro questo modus agendi - già di per sé incompatibile con un’amministrazione equa e con quelle garanzie elementari di tutela che anche il diritto canonico è chiamato a rispettare - il Dicastero è arrivato persino ad accusare il Direttivo di lentezza. Un rovesciamento paradossale: chi impone attese prolungate e poi pretende risposte immediate finisce per attribuire all’altra parte la responsabilità di un ritardo che nasce, in realtà, dall’asimmetria dei tempi e del potere.
L’accusa del Dicastero al Direttivo: «Non ne avete parlato con i Memores»
Le accuse formulate dal Dicastero nella lettera pubblicata nella scorsa parte di questa inchiesta risultano, ancora una volta, smentite dai fatti: verbali, testimonianze e atti ufficiali. I Memores Domini sono stati informati fin da subito di quanto stava accadendo attraverso una lettera della Presidente dell’Associazione, come abbiamo documentato; ma, soprattutto, la vicenda è stata ampiamente discussa nei luoghi e nei tempi propri della vita associativa. Se ne è parlato nei diversi ritiri: il ritiro dei novizi di dicembre 2018, celebrato il giorno successivo alla consegna delle modifiche al Direttorio al Dicastero e alla comunicazione ai Memores della vacatio del Consigliere ecclesiastico; se ne è tornati a parlare nel ritiro dei novizi di gennaio 2019 e, ancora, nel ritiro dei professi di marzo 2019. E non è tutto.
Nel ritiro dei professi di marzo 2019 prendono la parola tutti, comprese quelle voci che avevano scelto di rivolgersi direttamente al Dicastero – forti dell’appoggio di Linda Ghisoni e muovendosi fuori dai canali ufficiali - invece di portare il dissenso dentro una discussione interna. È dunque infondato sostenere che tali posizioni non abbiano avuto spazio o che siano state silenziate: i verbali dimostrano esattamente il contrario.
Colpisce, semmai, che in quell’occasione Giovanni Maddalena arrivi a lamentare che, secondo la sua esperienza, chi non condivideva l’impostazione prevalente sarebbe stato progressivamente escluso, arrivando addirittura a parlare di uno “smembramento” di alcune case come conseguenza di questo clima. Un’affermazione grave, che va letta con attenzione. Anzitutto perché Maddalena, Perrone e Molteni riconoscono esplicitamente di essere una minoranza all’interno dei Memores Domini (e dello stesso movimento); ma soprattutto perché questa narrazione apre una questione più ampia, che molti sottolineano oggi: la tendenza a trasformare un dissenso minoritario in una denuncia sistemica, senza però dimostrarla.
Nel corso dell’incontro, queste stesse persone arrivano a discutere di ordini religiosi, di durata dei mandati, di limiti dell’autorità, mostrando una sicurezza che stride con la scarsa competenza ecclesiologica delle argomentazioni portate. La postura è quella di chi discute di massimi sistemi, spesso con categorie prese più dal dibattito ideologico che dalla reale vita della Chiesa. Parliamo di persone che strizzano l’occhio a narrazioni cospirazioniste fatte suoi blog, anche su temi sensibili come le questioni vaccinali. Basti un esempio concreto. Nei monasteri benedettini, i monaci eleggono l’abate in capitolo: chi riceve la maggioranza dei voti governa. La durata del mandato varia a seconda delle congregazioni, ma il principio è chiaro: la maggioranza decide e chi perde accoglie quella decisione. Solo in tempi recentissimi, e per iniziativa di Papa Francesco, si è aperta una riflessione sugli abbaziati troppo lunghi, una "preoccupazione" senza precedenti storici nella Chiesa. Ma ciò che dice Francesco viene preso a seconda di ciò che fa comodo perchè «se poi tu mi chiedi se io ho una immediata corrispondenza più con lui o più con il precedente ti risponderò al bar e probabilmente si capisce con chi è..», hanno affermato questi signori nel ritiro del 9 marzo 2018.
Senza voler andare troppo lontano e restando attorno al movimento di CL, l’esperienza di Mauro Giuseppe Lepori, ben nota a questo trio, è emblematica: rieletto abate generale dei cistercensi per un solo voto di scarto, nonostante una forte insofferenza interna e critiche diffuse rispetto al fatto che ha portato l'ordine cistercense ad una morte certa. Eppure, nessuno ha pensato di rivolgersi al Dicastero per farlo decadere, né di delegittimare l’intero ordine. Ci si chiede allora perché, nel caso dei Memores Domini, una minoranza abbia ritenuto legittimo far saltare la figura del Consigliere ecclesiastico semplicemente perché non ne condivideva l’impostazione. Il ragionamento potremmo farlo per numerosi ordini religiosi. Il Priore Generale dell’Ordine di Sant’Agostino, ad esempio, non viene dimesso semplicemente perché un gruppo minoritario di frati scontenti si rivolge al Dicastero per la Vita Consacrata dicendo che le Costituzioni, approvate dalla Chiesa per 58 anni, oggi non vanno più bene. Maddalena, in quell’occasione affermò testualmente: «Quando uno dice qualcosa di critico si svolge una specie di mobbing sociale per cui viene escluso sistematicamente da tutto… Sì, ci sono dei problemi».
Parole che fanno balzare dalla sedia, anche perché oggi molti appartenenti a Comunione e Liberazione denunciano dinamiche analoghe, ma in senso opposto. Tuttavia, nel contesto del 2019, queste accuse non vengono provate in alcun modo. Quando gli viene chiesto di fare nomi o riferimenti concreti “alle Case smembrate”, ad esempio, Maddalena si sottrae, rispondendo: «Le dirò alla Presidente dopo, in privato». Una scelta che lascia perplessi, soprattutto se adottata da chi invoca trasparenza e si usano categorie tanto pesanti. Qui torna utile il richiamo fatto ai Memores dal cardinale Gianfranco Ghirlanda: se una persona non si riconosce più nel cammino di un’associazione, può legittimamente lasciarla. È una dinamica ordinaria nella vita ecclesiale. È molto più normale, però, che una minoranza si separi, piuttosto che pretendere di far cambiare rotta a una maggioranza. In un monastero, se un abate eletto non piace a qualcuno, le possibilità sono due: accogliere quella decisione come volontà di Dio e parte del proprio cammino, oppure andarsene. Non è concepibile far saltare l’intero monastero perché non si accetta l’abate.
La contestazione di fondo che emerge dai verbali è un’altra: Giovanni Maddalena accusa don Julián Carrón di aver impresso al movimento un’impronta troppo personale. In filigrana si intravede il disagio di chi, in passato, riteneva più agevole orientare il movimento verso determinate battaglie culturali e politiche. Il fatto che Carrón abbia ripreso il pensiero di Giussani impedendo un uso strumentale del carisma, sottraendolo a logiche di potere o di influenza, appare come il vero nodo irrisolto. Ed è questo, più di ogni altra cosa, che a una parte di quel gruppo non è mai andato bene.

10 luglio: assecondare un gruppetto di delatori
Dopo aver sostenuto che con i Memores Domini non sarebbe stata discussa la portata delle richieste del Dicastero - affermazione già smentita - il 10 luglio 2019 Farrell torna “all’attacco” dopo una lunga pausa di silenzio. E dalla lettera che invia alla Presidente si ricava un dato essenziale: il Dicastero sembra prendere in considerazione esclusivamente ciò che viene filtrato da Maddalena, Perrone e Molteni. Fino a quando questi non consegnano i verbali, Farrell ritiene che non se ne sia mai parlato; quando i verbali arrivano, si smentisce e prende di mira tutto quanto è stato detto. A questo punto la domanda sorge spontanea: perché non chiedere direttamente al Direttivo i documenti, invece di basarsi su invii selettivi provenienti da una minoranza interna?
La formula utilizzata è, come vi avevamo detto, sempre la solita: i testi sarebbero stati ricevuti “a più riprese” e da “diversi Memores Domini”. Tradotto: gli stessi soggetti hanno inoltrato quei verbali più volte, insistendo perché fossero presi come base interpretativa. Ma i nomi non vengono indicati, non si chiarisce quando siano stati inviati, con quale mandato, né con quale finalità. Farrell parla di una non meglio precisata “consultazione interdicasteriale”, senza dire quali dicasteri siano coinvolti; e soprattutto redige una lettera che ha il tono di un atto d’accusa, senza che tuttavia venga mai avviato un vero procedimento canonico con contestazioni circostanziate, istruttoria, contraddittorio e verifica dei fatti. Quando don Carrón, negli scorsi anni, ha detto all'entourage di Farrel: «Fatemi un processo, anche al Dicastero per la Dottrina della Fede», gli è sempre stato risposto: «Ma no, non ci sono mica crimini». Fonti interne al Dicastero per la Dottrina della Fede, interpellate da Silere non possum, hanno riferito: «L'unico procedimento canonico bisognerebbe farlo a chi firma certe lettere per lesione della buona fama».
Il metodo di inviare testi a caso ad un Dicastero è, per sua natura, problematico: se ogni monastero inviasse al Dicastero per la Vita Consacrata i verbali dei capitoli, quante frasi - pronunciate nel contesto di una correzione fraterna, di un discernimento interno, di un linguaggio “di casa” - potrebbero essere estrapolate e trasformate in capi d’imputazione? Senza contesto, molte affermazioni diventano caricature. E il nodo sta proprio qui: il contesto, cioè la vita reale dell’associazione dei Memores Domini e il significato di quanto voluto dallo stesso Giussani, è ciò che questo nuovo Dicastero sembra non aver mai voluto comprendere fino in fondo.
Nel merito, la lettera di Farrell articola quattro contestazioni principali. La prima riguarda una presunta svalutazione del riconoscimento pontificio e del diritto ecclesiale; ma la lettura integrale dei verbali restituisce un quadro diverso: non c’è alcuna negazione del valore giuridico o dell’autorità della Chiesa, bensì l’osservazione – ricorrente in più interventi – che l’iniziativa del Dicastero, alla luce degli atti e della vicenda storica, tradisce una marcata ignoranza della storia di CL e della forma concreta con cui quel carisma si è strutturato nel tempo. La seconda contestazione attiene all’idea che la “vera preoccupazione” dei Memores sarebbe la figura di don Julián Carrón, descritto come “punto sorgivo” e “unico garante”: Farrell contrappone a questa impostazione il principio per cui l’ultimo discernimento spetta all’Autorità ecclesiastica. La terza riguarda la necessità di distinguere con nettezza foro interno/coscienza e governo, richiamando la Nota della Penitenzieria Apostolica del 1 luglio 2019. Ma proprio la lettura dei verbali avrebbe dovuto suggerire al Dicastero la fragilità dell’impianto: si finisce infatti per assumere come indizio “disciplinare” ciò che, nei fatti, è spesso un linguaggio ipotetico e incontrollato. Nel ritiro di marzo 2019, ad esempio, Maddalena arriva a dire: «Non è un problema di don Julián Carrón, e infatti il problema non è mai stato don Julián Carrón, almeno per me, che mi è pure personalmente simpatico, ma non c'entra nulla, è il problema dell'assetto, è il problema che chi ha tutto questo potere... A noi con don Julián Carrón ci è andata benissimo! Se viene uno che in quella stessa posizione ha qualche mania sessuale occulta che non abbiamo beccato prima...ed è già capitato, e infatti la Chiesa è così dura perché è già capitato nei Legionari di Cristo...».
Un ragionamento che non produce alcun fatto verificabile, ma costruisce un’argomentazione su scenari immaginati: e su ipotesi del genere non si riscrive un ordinamento, come non si cambierebbe il regolamento di una scuola perché “potrebbe” esistere una maestra con una devianza non rilevata. Come, ad esempio, potrebbe avere le stesse devianze un Memores che ha il pallino costante del sesso. Tutto è possibile, in questo modo. Se si vuole discutere seriamente di governo, si discutano atti, procedure, responsabilità, non fantasmi evocati per eliminare chi "ci sta simpatico" (sic!) ma non sposa la nostra agenda politica. La quarta contestazione, infine, concerne l’esigenza di un’unità tra Memores Domini e Fraternità di CL, da intendersi o come vincolo giuridico oppure come riferimento morale e libero a chi avrebbe la responsabilità di “attualizzare” il carisma.
In sostanza, il Dicastero non entra nel terreno proprio di atti amministrativi, né in quello di abusi concretamente contestati e verificati; sceglie invece di usare i verbali dei ritiri come materiale per costruire una diagnosi dottrinale e disciplinare. Una diagnosi che, però, nasce da una lettura selettiva e “a strappo” di frasi estrapolate e "sparate" nei ritiri senza alcun nesso logico. Una diagnosi affidata alle consegne reiterate di una minoranza interna, e non a un confronto trasparente e diretto con l’organo di governo dell’associazione. In definitiva, lo Statuto era già stato modificato. Ma, come avevamo spiegato, quella non era la vera questione: lo Statuto diventa il pretesto, non il nodo. Ora bisogna andare avanti! Il messaggio, in sostanza, è molto più brutale nella sua logica: non basta adeguarsi, non basta obbedire, bisogna anche ringraziare e guai ad esprimere perplessità, sempre per ritornare alle parole di Maddalena. Come se il senso ultimo dell'agire del Dicastero fosse: «vi abbiamo saccagnato di botte, e dovete pure dirci grazie».
p.V.B. e d.E.V.
Silere non possum