Nel corso dell’anno l’Alleluia scandisce il culto cristiano. Lo si intona nella Messa, immediatamente prima della proclamazione del Vangelo; lo si ritrova anche nella Liturgia delle Ore, dove accompagna l’inizio delle Ore. Con l’avvio della Quaresima, però, questa acclamazione si fa da parte: scompare dai testi liturgici e resta in silenzio fino a quando, nella notte di Pasqua, viene nuovamente proclamata e cantata con particolare solennità. È una prassi antica: per alcune settimane la Chiesa sospende la sua parola più festosa, perché il suo ritorno illumini con maggior forza la gioia pasquale.
Questa sospensione risponde a una pedagogia precisa. L’Alleluia appartiene al ristretto gruppo di parole ebraiche entrate nella liturgia cristiana fin dall’età apostolica e significa “Lodate il Signore”. Proprio perché avvertita come parola “consacrata”, la tradizione latina ha preferito conservarla nella sua forma originaria, senza tradurla nelle lingue correnti: una scelta di rispetto verso un’eredità ritenuta inviolabile, già segnalata dagli autori antichi.
Col tempo l’Alleluia ha superato i confini del coro. Fonti patristiche e tardoantiche lo mostrano come refrain quotidiano del popolo: inserito nelle devozioni private, cantato nel lavoro, perfino associato alle fatiche dei rematori e dei naviganti; fino a diventare, in certi contesti, grido corale capace di compattare comunità intere. È un dettaglio che aiuta a capire perché, quando la liturgia lo “mette a riposo”, non si tratta di un dettaglio rubricistico: è come se venisse chiesto ai fedeli di consegnare, per un tratto, una parola ormai familiare.
Nella disciplina occidentale, la dismissione ufficiale dell’Alleluia è attestata come segnale dell’avvicinarsi del tempo penitenziale: in età medievale, in varie regioni, avveniva già alla vigilia della Settuagesima (la domenica che apriva la “pre-Quaresima” nel calendario più antico), mentre oggi il fedele sperimenta soprattutto il suo silenzio con l’inizio della Quaresima. Il dato teologico resta identico: la Chiesa non “dimentica” l’Alleluia, lo custodisce; lo accantona perché la sua riapparizione non sia una routine, ma annuncio.
Da questa sensibilità sono nati riti di congedo sorprendentemente intensi. Le fonti medievali parlano di un addio quasi “personale” all’Alleluia: il vescovo e liturgista Guglielmo Durando descriveva la separazione “come da un amico amato”, salutato più volte prima di lasciarlo. In alcune chiese si moltiplicavano volutamente gli “alleluia” nei testi dell’Ufficio; altrove prendevano forma cerimonie popolari, talvolta eccentriche, come il cosiddetto “funerale dell’Alleluia” affidato ai fanciulli del coro. Anche quando il folklore prendeva il sopravvento, l’intuizione rimaneva limpida: ciò che è più caro alla fede non si consuma per saturazione, ma si educa con l’attesa.
Alleluia, dulce carmen
Per accompagnare questo commiato, tra X e XI secolo si diffonde un inno destinato a lunga fortuna: Alleluia, dulce carmen. La tradizione lo colloca nel clima liturgico che precede la Settuagesima; le attestazioni manoscritte più antiche sono medievali e lo collegano agli usi gallicani e ad alcune liturgie inglesi (con la “clausula Alleluia” come sigillo prima del silenzio quaresimale). In età moderna l’inno è tornato a circolare soprattutto grazie alle traduzioni inglesi ottocentesche, tra cui quella di John Mason Neale, capace di rendere in lingua viva la densità del testo latino.
Il cuore spirituale del Dulce carmen è un sentimento doppio: gioia e amarezza insieme. L’Alleluia è “canto di letizia”, ma l’uomo, segnato dal peccato e dalla storia, non lo possiede ancora “perennemente”. Il linguaggio dell’inno richiama l’immagine biblica dell’esilio, con echi dei Salmi legati alle acque di Babilonia: la Chiesa canta, ma sa di essere ancora in cammino; sospende l’Alleluia perché la Quaresima è tempo di verità su di sé, e perché l’Eucaristia e la Pasqua non siano ridotte a sfondo sonoro.
Accanto a questo filone, esiste un testo ancora più antico, legato alla tradizione mozarabica, che dà voce a un addio insieme mesto e pieno di speranza, evocando lo spirito del Martedì grasso:
«Resta con noi oggi, Alleluia, e domani ti separerai.
Quando il mattino si leverà, te ne andrai per la tua via.
Alleluia, Alleluia.
I monti e le colline esulteranno, Alleluia, mentre attendono la tua gloria.
Tu te ne vai, Alleluia; sia benedetto il tuo cammino, finché tornerai nella gioia.
Alleluia, Alleluia, Alleluia.»
Qui questo “congedo” diviene una piccola catechesi poetica. L’Alleluia se ne va “per la sua via” perché la Chiesa riconosce che la lode piena appartiene già al cielo; tuttavia benedice il suo cammino, perché ne attende il ritorno “nella gioia”. In altre parole, la Quaresima è l’arte di rimettere ordine nei desideri, imparando a chiamare le cose con il loro peso reale.
Non a caso il ritorno dell’Alleluia viene collocato nella notte più densa dell’anno cristiano. Nella Veglia pasquale, dopo l’ascolto della Parola e l’annuncio della Risurrezione, l’Alleluia riemerge come proclamazione e non come ornamento: in alcune forme rituali è intonato e ripreso più volte, quasi a far esplodere, con un gesto semplice, ciò che la Quaresima ha preparato nel silenzio. Restiamo, quindi, nell’attesa e disponiamo il cuore, perché al momento del ritorno dell’Alleluia possiamo proclamare che Cristo è vivo e, con lui, torna viva anche la possibilità di una lode che non si consuma.
p.E.L.
Silere non possum