Città del Vaticano - Questa mattina Papa Leone XIV ha partecipato nell’Aula Paolo VI alla prima predica di Quaresima di quest’anno, tenuta dal Predicatore della Casa Pontificia, padre Roberto Pasolini, O.F.M. Cap.  

La Prefettura della Casa Pontificia aveva annunciato che le meditazioni quaresimali del 2026 sarebbero state dedicate al tema: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura” (2Cor 5,17). La conversione al Vangelo secondo San Francesco”, con appuntamenti fissati per i venerdì 6, 13, 20 e 27 marzo, alle ore 9.00, proprio nell’Aula Paolo VI. 

La prima meditazione, intitolata “La conversione. Seguire il Signore Gesù nella via dell’umiltà”, ha avuto un’impostazione densa, teologica, ma anche fortemente concreta. Il religioso cappuccino non ha affrontato la conversione come una questione moralistica o come una semplice correzione del comportamento. Ha scelto un’altra strada, più esigente e più radicale: mostrare che il Vangelo cambia l’uomo a partire dal suo modo di guardare, di desiderare, di sentire. Per questo ha detto che la conversione non coincide con “una semplice correzione di rotta”, ma con una “trasformazione dello sguardo”, una “rivoluzione della sensibilità”. Il punto di partenza scelto dal Predicatore è stato san Francesco d’Assisi, nel contesto degli ottocento anni dalla sua morte. Pasolini ha spiegato che il percorso francescano non appartiene al repertorio di una devozione da conservare, ma a una forma viva di sequela evangelica. Francesco, nelle parole di Pasolini, resta un uomo “attraversato dal fuoco del Vangelo”, capace di risvegliare ancora oggi “la nostalgia di una vita nuova nello Spirito”. Non un santo da ammirare a distanza, dunque, ma una figura che costringe la Chiesa a misurarsi di nuovo con il Vangelo.

Il primo grande passaggio della meditazione è quello che Pasolini ha chiamato il “cambio di gusto”. Qui abbiamo trovato uno dei nuclei più forti dell’intera meditazione. Il frate ha ripreso il Testamento di Francesco, nel punto in cui il santo ricorda l’incontro con i lebbrosi: “ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo”. Partendo da questo episodio il predicatore ha spiegato che la conversione comincia quando la grazia cambia il sapore delle cose, quando l’uomo scopre che proprio dove provava resistenza, paura o disgusto può aprirsi una via di libertà. La misericordia verso l’altro diventa allora il luogo in cui Dio trasforma anche l’interiorità di chi compie quel gesto. Pasolini insiste su questo punto perché sa che qui si gioca una parte decisiva dell’esperienza cristiana. Se manca questo mutamento interiore, la fede rischia di diventare sforzo, disciplina, costume, perfino abitudine religiosa. Per questo ha affermato che la conversione è “non anzitutto un atto della volontà, ma una trasformazione interiore”. Lo sforzo resta, la lotta resta, la fedeltà resta, ma cambia il loro segno: non sono più il tentativo di raddrizzare la vita con le proprie forze, bensì la risposta a una grazia già ricevuta.

Il secondo snodo della predica è stato il peccato. Anche in questo caso il discorso del religioso ha evitato tanto la severità astratta quanto la riduzione psicologica. Ha riconosciuto che oggi la parola peccato tende a scomparire, sostituita da categorie come fragilità, ferita, condizionamento, ma ha avvertito che quando tutto viene spiegato soltanto in questi termini si perde qualcosa di essenziale: la grandezza della libertà umana e, con essa, della responsabilità. Il peccato, ha spiegato, non toglie qualcosa a Dio: “altera noi”. Confuse le coordinate interiori, l’uomo non riconosce più con chiarezza il bene, il vero, il bello, e finisce per smarrire anche la propria misura. Qui la meditazione ha assunto un tono particolarmente profondo. Pasolini ha descritto il peccato come una spaccaturainteriore, una distanza da sé stessi, una frattura che si manifesta nella vergogna e nella paura, già presenti nel racconto della Genesi dopo la caduta. L’uomo, ferito, non vive più in pace con Dio, con l’altro e neppure con sé stesso. Per questo la conversione non può ridursi a un aggiustamento superficiale: richiede una guarigione reale, lunga, paziente, mai conclusa in modo automatico.

Il terzo movimento della predica ha riguardato l’umiltà, letta da Pasolini come la vera misura della grandezza umana. È qui che il riferimento a Francesco si è fatto ancora più netto. Povertà e umiltà, ha ricordato il Predicatore, in Francesco nascono entrambe dal mistero dell’Incarnazione. Ma mentre la povertà radicale appartiene a una vocazione specifica, l’umiltà riguarda ogni battezzato. Pasolini ha lavorato su questa parola fino a liberarla dalle sue deformazioni più comuni: non mortificazione sterile, non disprezzo di sé, non atteggiamento servile. Al contrario, ha detto l’umiltà non impoverisce l’uomo: lo restituisce a se stesso. Non lo rimpicciolisce: lo riconsegna alla sua vera grandezza”. È un passaggio decisivo, perché in questa prospettiva la conversione non appare come perdita, ma come ritorno alla verità. L’uomo convertito non si abbassa sotto la propria dignità: rientra nella sua condizione reale, smette di vivere dentro un’immagine gonfiata di sé e accetta di essere creatura, terra, figlio. Pasolini ha ricordato che la via evangelica non conduce all’umiliazione dell’uomo, ma alla sua liberazione da tutto ciò che lo falsa.

La meditazione è poi arrivata al tema forse più sorprendente: quello della piccolezza. Guardando ancora a Francesco d’Assisi, Pasolini ha osservato che il giovane cavaliere aveva inseguito per anni grandezza, prestigio, pienezza. Eppure, la verità della sua vita emerge quando incontra chi è più piccolo di lui, chi non può offrirgli potere né successo. Davanti ai lebbrosi, Francesco comprende che la grandezza evangelica passa per l’abbassamento, per la misericordia, per la disponibilità a non occupare tutto lo spazio. Da qui l’insistenza francescana sul nome di “frati minori”. In questa parte della predica Pasolini ha mostrato che la piccolezza non è una dimensione infantile o rinunciataria. È una forma alta di libertà spirituale. Il piccolo, nel Vangelo, è colui che sa dipendere, sa chiedere, sa lasciarsi amare, e proprio per questo è capace di risvegliare il bene negli altri. La misericordia, in questa logica, non è un sentimento ornamentale, ma una forza reale che rimette in moto il mondo.

L’ultimo tratto della meditazione ha riguardato la conversione continua. Il religioso ha rifiutato ogni immagine troppo lineare del cammino cristiano. La vita nello Spirito, ha spiegato, non procede per tappe nettamente separate, come se prima ci fosse il peccato, poi la conversione, poi la santità. La realtà è più esigente: il cristiano resta peccatore, viene santificato dalla grazia e, proprio per questo, è chiamato a convertirsi sempre di nuovo. Con una formula che riassume bene l’intera predica, Pasolini ha detto: “Convertirsi significa ricominciare continuamente questo movimento del cuore”. In questo ricominciare, il combattimento più difficile resta quello contro l’autoreferenzialità, il bisogno di riconoscimento, la ricerca di un ruolo. Anche la religione, ha lasciato intendere Pasolini, può diventare un rifugio dell’io se perde il contatto con la logica della croce. Per questo ha richiamato san Paolo: la debolezza accolta in Cristo diventa il luogo in cui si manifesta la potenza di Dio. Non è secondario che Pasolini abbia collegato questa riflessione anche al presente della Chiesa e del mondo. La piccolezza evangelica, ha spiegato, ha conseguenze concrete persino sul piano storico: la pace nasce da uomini e donne capaci di rinunciare alla violenza, di fare un passo indietro, di non cedere alla rivincita, di scegliere il dialogo quando tutto sembra spingere altrove. In giorni come quelli che stiamo vivendo, segnati da tensioni e conflitti, la conversione del cuore non appare affatto come una parentesi spirituale, ma come una responsabilità che tocca il destino comune.

La prima predica di Quaresima consegna così al Santo Padre e alla Curia un orientamento preciso. Pasolini non ha chiesto semplicemente uno sforzo morale maggiore. Ha indicato una via di purificazione dello sguardo, di guarigione dell’uomo ferito, di ritorno all’umiltà come verità, di scelta della piccolezza come forma della vita battesimale. Sullo sfondo resta la frase di san Francesco che chiude la meditazione e che suona come un programma per l’intera Quaresima: “Incominciamo, fratelli, a servire il Signore Dio nostro, perché finora poco abbiamo progredito”.

d.E.R.
Silere non possum

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