Ci siamo convinti che vivere significhi tenere in piedi la macchina. Agenda piena, mente occupata, prestazioni misurabili. Eppure, sotto l’efficienza, cresce un vuoto che non si risolve con più contenuti. L’informazione non manca; manca lo sguardo. Il dibattito non manca; manca la coscienza. Non è solo una ferita: è un torpore che rende l’uomo gestibile, ma non libero. Il risultato è una strana forma di stanchezza. Non quella che nasce dalla fatica, ma quella che deriva dal non sapere più perché si fa ciò che si fa. Si continua a vivere, ma senza una vera misura dell’umano. La realtà viene ridotta, addomesticata, gestita. Finché non disturba, va bene così.
Eppure, quando ci si ferma davvero - non per scelta, ma per necessità interiore - emerge una verità scomoda: l’uomo non si basta. Non è autosufficiente, non è chiuso, non è risolvibile. La fragilità che cerchiamo di rimuovere non è un incidente del percorso, è la struttura stessa dell’esistenza. È il segno che la vita eccede sempre ciò che possiamo controllare. Questo non è uno scandalo. È un dato. Lo scandalo, semmai, è l’illusione di poter vivere senza farci i conti.
Nel Diario di un parroco di campagna di Georges Bernanos il protagonista non è un eroe spirituale, non è un vincente, non è un uomo forte. È malato, povero, spesso incompreso, attraversato dal dubbio. Eppure, non fugge. Resta. Sta davanti alla vita così com’è, senza ridurla. «La grazia è tutto», scrive Bernanos. Ma lo dice un uomo che non domina nulla, che non possiede nemmeno sé stesso. La grazia, in quel diario, non è una risposta rassicurante: è ciò che impedisce al parroco di smettere di stare davanti alla realtà, anche quando non la capisce. Questo è un punto decisivo.
Abbiamo imparato a considerare le domande come un problema da risolvere. In realtà, sono spesso l’unico segno che siamo vivi. Le domande radicali - sul senso, sul dolore, sulla morte, sul bene - non sono una debolezza dell’uomo, ma la sua grandezza. Indicano che la vita non è chiusa, che non si esaurisce in ciò che appare. Per questo una società che anestetizza le domande non diventa più stabile: diventa più fragile, ma senza saperlo.
Bernanos lo aveva capito a tal punto che scrive: «Il contrario di un popolo cristiano non è un popolo ateo, ma un popolo che si annoia». La noia, nel Diario, è il segno di una vita che ha smesso di attendere qualcosa di grande. Il parroco non salva nessuno. Non risolve i conflitti, non cambia il corso degli eventi, non offre spiegazioni convincenti. Ma la sua presenza pesa. Perché è una presenza non anestetizzata. Non mente a sé stessa. Non scappa dalla propria miseria. Non trasforma la fede in una tecnica di sopravvivenza. In questo senso, il cristianesimo - se vuole dire qualcosa all’uomo di oggi - non può ridursi a un discorso morale né a un apparato rassicurante. O è una presenza che accompagna l’umano nel suo punto più scoperto, oppure diventa irrilevante. Il parroco di Bernanos arriva a scrivere: «Tutto è grazia». Non perché tutto sia facile o giusto, ma perché tutto - anche ciò che ferisce - può diventare luogo di verità, se non viene censurato.
Forse il vero risveglio dell’umano comincia da qui: dal rifiuto di vivere distratti. Dal coraggio di stare davanti alla realtà senza ridurla. Dalla disponibilità a riconoscere che non siamo fatti per l’autosufficienza, ma per un rapporto che ci precede e ci supera.
Non serve una crisi per svegliarsi.
Serve smettere di mentire a sé stessi.
d.P.M.
Silere non possum