Trani - La frattura che attraversa oggi il Paese sulla riforma della giustizia non si ferma ai palazzi della politica o alle aule dei tribunali. Sta raggiungendo anche le parrocchie, le diocesi, i luoghi che dovrebbero restare estranei alle contrapposizioni di parte. È un passaggio delicato, che rivela quanto questa vicenda non venga più percepita come un confronto tecnico o istituzionale, ma come uno scontro ideologico che pretende spazi, legittimazioni e simboli.
In questo contesto si inserisce anche la presa di posizione del quotidiano dei vescovi italiani, che ha scelto una linea chiaramente schierata. Una scelta che, al di là delle intenzioni, finisce per sovrapporre la Chiesa a un campo politico ben preciso – quello del Partito Democratico – senza cogliere il nodo reale della questione: la riforma della giustizia non riguarda un partito contro un altro, ma una lotta di civiltà, il rapporto tra potere giudiziario, garanzie, responsabilità e limiti. Ridurla a bandierina ideologica significa non capirla, o non volerla capire.
Il caso di Trani e delle diocesi pugliesi
Nei giorni scorsi Silere non possum ha pubblicato un articolo che documentava una serie di incontri ospitati in ambito ecclesiale, nelle diocesi della Puglia, con magistrati tutti schierati a favore del NO al referendum. Nessuna voce alternativa, nessun confronto reale. Le locandine erano esplicite: «Chiesa di San Michele», «Chiesa Madonna della Pace», «Chiesa di San Andrea Apostolo», «Chiesa Madonna della Stella». In altri casi, quando gli incontri si tenevano altrove, veniva indicato chiaramente «auditorium» o «sala conferenze».
Il punto sollevato dall’articolo non era marginale né terminologico. Era – ed è – ecclesiale, giuridico e pastorale: l’uso di luoghi sacri per iniziative legate a un referendum politico costituisce un fatto grave, in contrasto con il diritto canonico e con la natura stessa della chiesa come spazio consacrato. Il riferimento al can. 1210 del Codice di diritto canonico non è un’opinione, ma una norma chiara: nei luoghi sacri è consentito solo ciò che serve al culto, alla pietà e alla religione. Tutto il resto è escluso.
Le precisazioni e le locandine
Dopo pochi minuti dalla pubblicazione, la redazione è stata contattata da un responsabile della comunicazione diocesana e da uno dei parroci coinvolti, i quali hanno precisato che gli incontri non si sarebbero svolti nell’aula liturgica, ma in locali parrocchiali annessi. Una precisazione doverosa, che Silere non possum ha accolto e pubblicato, dando atto delle spiegazioni ricevute.
Resta però un dato oggettivo: le locandine parlavano di “chiesa”, mentre in altri appuntamenti analoghi si faceva correttamente riferimento ad auditorium o sale conferenze. Non si trattava, dunque, di un equivoco inevitabile. Alla richiesta se fosse stato chiesto all’organizzatrice di correggere le locandine, non è arrivata alcuna risposta.
La mail della presidente dei Giuristi cattolici
Poco dopo, è arrivata una mail firmata dalla presidente pro-tempore dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani – sezione di Trani, dai toni che definire sopra le righe è poco. Una lunga invettiva, confusa e aggressiva, nella quale si mescolano accuse, slogan, riferimenti a torturatori libici, voli di Stato, B&B ecclesiastici, preti incapaci di celebrare la Messa, carità “moderna”, fino a confondere il diritto canonico con le “normative del Vaticano”. Questa mail è emblematica non per il suo stile - che si commenta da solo e ci offre un’ulteriore conferma del livello dei giuristi cattolici italiani - ma per ciò che rivela. Non si stava discutendo della riforma della giustizia, né del merito del referendum. Si stava parlando di diritto canonico, di uso corretto dei luoghi sacri, di rispetto della distinzione tra Chiesa e contesa politica. Eppure la risposta scivola immediatamente su un piano ideologico, urlato, incapace di argomentare, dove tutto viene confuso. Colpisce, in particolare, l’autoproclamata competenza sul “Vaticano”, quando la questione riguardava il Codice di diritto canonico, non lo Stato della Città del Vaticano. Così come colpisce l’idea che questi incontri non sarebbero “politici”, salvo poi riempire la mail di slogan e narrazioni tipiche di una parte ben precisa del dibattito pubblico.
Giuseppina Paracampo scrive: «Non intendo io ed i Magistrati che saranno presenti, fare alcuna propaganda politica: deve comprendere, come devono capire molti politici che si sentono franare la terra sotto i piedi, che questo referendum come la riforma non è un atto politico, cambierà solo la giustizia ed il modo di fare la giustizia nei confronti dei governanti che non accettano di essere sottoposti ad indagini dei magistrati perché si ritengono super partes. Perché il poverino che ruba per mangiare deve finire in carcere e loro,invece, trasferiscono un torturatore libico nel suo paese con un volo di Stato pagato da noi contribuenti? Sono soldi anche suoi. Del resto Nordio è stato chiaro con alcuni componenti degli altri partiti dicendo che è meglio votare questa legge così potrà fare loro comodo quando saranno al potere!!! Questa non è giustizia!!! Ma,purtroppo,la vera giustizia non è di questo mondo». Poi, non paga di queste considerazioni, afferma: «Quindi non si scaldi tanto,anche la Chiesa in questi decenni è cambiata,si è evoluta,per fortuna, già con Papa Paolo VI ed i suoi successori. E poi si lamenta per i miei incontri nelle chiese quando a Roma le suore,i frati ed i preti hanno trasformato i loro istituti in B&B con camere a più di € 90,00 al giorno? Questo è business moderno!!!! Non sa che ci sono preti che non sanno neanche celebrare più una messa? E non sa che la carità non significa solo aiutare economicamente le persone bisognose ma anche dando loro aiuto in altri sensi perché non restino ancora più emarginati? Ed in questo rientra il mio servizio di Giurista Cattolico (comunque conosco le normative del Vaticano e sappia che,in alcuni campi,sono molto più evoluti delle leggi italiane)!!!!. Quindi si metta tranquillo e si aggiorni!!!»
La domanda che sorge spontanea è: davvero diamo le nostre Parrocchie a questa gente? Se questa è l’idea che hanno delle nostre chiese, perché vogliono venire in Parrocchia a parlare? Forse perché la sala conferenze del comune costa?
Un problema più profondo
Il punto, allora, non è Giuseppina Paracampo o questo convegno. È l’immagine che emerge di una parte dei giuristi cattolici oggi: una categoria che dovrebbe conoscere e rispettare le regole della Chiesa, e che invece sembra viverle come un fastidio da aggirare; che invoca il sacro quando fa comodo, ma lo relativizza quando diventa un limite. E qui sta il nodo più serio. Chi si schiera per il “sì” o per il “no” in forza dell’appartenenza partitica finisce per trasformare una questione complessa in una rissa ideologica. I temi agitati nella mail - poveri contro potenti, soldi della Chiesa, scandali veri o presunti - non c’entrano nulla con il contenuto della riforma. Servono solo a fare rumore.
Chiesa e giustizia: una linea da non oltrepassare
Questa vicenda mostra come la battaglia sulla giustizia stia tentando di colonizzare anche gli spazi ecclesiali, trascinando la Chiesa dentro uno scontro che non le appartiene. Difendere la natura del luogo sacro, chiarire i ruoli, rifiutare la strumentalizzazione non significa schierarsi politicamente. Significa, al contrario, custodire la Chiesa e la sua credibilità. Il fatto che non lo capiscano parroci e vescovi è molto grave.
Quando le parrocchie diventano palcoscenici ideologici e i giuristi cattolici confondono diritto, militanza e propaganda, il problema non è più il referendum. È la perdita di misura, di competenza e di rispetto. E questo dovrebbe preoccupare molto più di qualsiasi voto.
d.L.C.
Silere non possum