Roma - Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli e da anni figura di primo piano della magistratura italiana anche per la sua costante esposizione mediatica, è tornato al centro delle polemiche dopo un nuovo scontro con la stampa. Tutto nasce da una sua partecipazione televisiva al programma In altre parole su La7, condotto da Massimo Gramellini, durante il quale ha rilanciato una notizia falsa, l’ennesima notizia falsa, attribuendo al cantante neomelodico Sal Da Vinci una presa di posizione sul referendum legato alla riforma della giustizia. In trasmissione Gratteri ha sostenuto che il cantante, vincitore di Sanremo con il brano “Per sempre Sì”, avrebbe votato No al Referendum sulla giustizia. La notizia è stata smentita dallo stesso artista, che ha chiarito tutto commentando il meme circolato sui social da cui era nata la mistificazione.
A quel punto un giornalista de Il Foglio ha chiesto conto a Gratteri di questa ennesima gaffe. La risposta del magistrato è stata gravissima: “Se dovete speculare e diffamare persino su Sal Da Vinci, fate pure. Non è un problema. Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti”. Quando poi il cronista gli ha domandato che cosa intendesse dire, Gratteri ha rincarato: “Nel senso che tireremo una rete”. Parole pesanti, pronunciate da un magistrato che esercita un ruolo di enorme rilievo istituzionale e che conosce perfettamente il peso pubblico delle proprie affermazioni.
Quello che è accaduto non può essere liquidato come uno sfogo. Si tratta dell’ennesima intimidazione rivolta ai giornalisti da parte di magistrati e figure potenti che usano la propria posizione per colpire, spaventare e mettere sotto pressione anche chi fa informazione. Nel caso di Gratteri il problema assume un rilievo ancora maggiore, perché non si tratta di una figura marginale del sistema giudiziario ma di uno dei magistrati più noti, più ascoltati e più presenti nel dibattito pubblico italiano. Quando un uomo con questo potere parla di “fare i conti” con un quotidiano e di “tirare una rete”, manda un messaggio preciso: i giornalisti devono sapere che chi appartiene a un certo mondo dispone della forza per colpire.
«Dopo il referendum con voi del Foglio faremo i conti, tireremo su una rete, ci ha detto il pm Gratteri durante un’intervista. Parole che suonano come un avvertimento. Gratteri vuole gettare la rete che usa per le sue famose pesche a strascico, con centinaia di persone indagate e arrestate e poi prosciolte o assolte (con tanto di indennizzo per ingiusta detenzione)? Si faccia pure avanti, procuratore. Intanto continueremo a raccontare le sue gesta. Anzi, colgo l’occasione per ricordarne alcune: la maxi operazione contro la ’ndrangheta del 2003 a Platì, nella Locride, con 125 misure di custodia cautelare (alla fine solo in 8 vennero condannati); l’operazione “Circolo formato” del 2011, con l’arresto di 40 persone, tra cui il sindaco di Marina di Gioiosa Ionica e diversi assessori (gli amministratori locali poi vennero assolti); la maxi operazione "Stige", con 169 arresti (a processo 100 imputati sono stati poi assolti - all'epoca degli arresti Gratteri la definì "la più grande operazione degli ultimi 23 anni" e "un’indagine da portare nella scuola della magistratura"); l’ancora più nota operazione “Rinascita-Scott”, lanciata nel 2019 con 334 persone destinatarie di misure cautelari (in primo grado sono stati assolti 131 imputati su 338, praticamente uno su tre); l’inchiesta del dicembre 2018 che sconvolse la politica calabrese, con le accuse di corruzione e abuso d’ufficio contro l’allora presidente della regione, Mario Oliverio, poi assolto da tutte le accuse; l’indagine “Erebo Lacinio” del 2021, con 8 persone accusate di associazione a delinquere per traffico illecito di rifiuti (poi tutte assolte, ma nel frattempo l'azienda è fallita); l'indagine contro Domenico Tallini, ex presidente del Consiglio regionale della Calabria, accusato e poi assolto definitivamente dalle accuse infamanti di concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico mafioso (accuse che gli costarono anche un mese ai domiciliari). Eccetera eccetera. Anche a causa delle maxi retate di Gratteri, la Calabria è diventata la prima regione italiana per indennizzi per ingiuste detenzioni. Dal 2018 al 2024 lo Stato ha pagato 78 milioni di euro per indennizzare i cittadini vittime di ingiusta detenzione in Calabria, il 35% della spesa nazionale (220 milioni). Oggi Gratteri è tra i testimonial del No alla riforma Nordio, che accusa di sottomettere il pm all'esecutivo (falso: l'articolo 104 della Costituzione continuerà a garantire autonomia e indipendenza all'intera magistratura, giudici e pm). Eppure Gratteri continua a essere intervistato ogni giorno, senza contraddittorio, da tv e giornali, per commentare la riforma costituzionale e per parlare di "giustizia giusta". Lui», ha scritto su X Ermes Antonucci, giornalista de Il Foglio.
Il contesto in cui tutto questo avviene rende la vicenda ancora più grave. Il referendum sulla giustizia, nato dentro lo scontro aperto sulla riforma Nordio, ha riportato al centro della discussione pubblica il nodo che in Italia viene sistematicamente eluso: il potere smisurato della magistratura e l’assenza di qualunque vera responsabilità per i suoi errori. Da una parte c’è un sistema giudiziario che accumula ritardi insostenibili, prolunga le indagini oltre ogni limite ragionevole, piega le regole a logiche di appartenenza e agisce troppo spesso al riparo da qualsiasi conseguenza. Dall’altra ci sono cittadini e giornalisti costretti a muoversi in un clima sempre più intimidatorio, dove chi dovrebbe garantire la legge finisce per usare il proprio ruolo come strumento di pressione.
In Italia i magistrati non pagano per gli errori che commettono. Troppo spesso agiscono con motivazioni che si allontanano dalla tutela della legge e dei cittadini, si muovono dentro reti di relazioni, protezioni e convenienze, forzano i limiti dell’ordinamento e trasformano il potere giudiziario in un potere senza controllo. A farne le spese sono anche i giornalisti veri, non quelli che stazionano accanto ai magistrati per ottenere veline o piegare certe relazioni ai propri regolamenti di conti, esposti ogni giorno a minacce, vessazioni e operazioni di delegittimazione, mentre l’Italia continua a scendere nelle classifiche sulla libertà di stampa.
Anche per questo le parole di Gratteri risultano inquietanti, tanto più nel silenzio che le ha accompagnate: nessuna condanna dagli organi di autogoverno della magistratura, nessuna presa di posizione del Presidente della Repubblica, che invece non esitò a intervenire quando il ministro Carlo Nordio definì, con ragione, questo sistema paramafioso.
L.M.
Silere non possum