Madrid - Nei giorni scorsi, in occasione della discussione della tesi di dottorato di un amico, il reverendo monsignor Edgard Iván Rimaycuna Inga, segretario particolare di Papa Leone XIV, ha rilasciato una breve intervista al settimanale legato all’arcidiocesi di Madrid Alfa y Omega. Dalle sue parole emerge il profilo di un ministero vissuto nella discrezione, accanto al Pontefice, ma anche uno sguardo diretto sullo stile umano e pastorale di Leone XIV: un uomo rimasto, secondo chi lo conosce da anni, vicino, sobrio, paziente e profondamente segnato dall’esperienza ecclesiale latinoamericana.

Che cosa significa realmente essere il segretario personale di un Papa, in questo caso di Leone XIV?
Significa lavorare accanto a un amico, nel mio caso particolare; essere colui che lo aiuta nel lavoro quotidiano e che lo protegge affinché possa svolgere il suo compito con serenità. Il mio lavoro consiste anche nell’aiutarlo a trovare e ad avere il riposo necessario perché il Santo Padre possa continuare la sua missione di guidare la Chiesa.

La figura del segretario è una figura discreta. Come si impara l’arte di esserci e non esserci allo stesso tempo?
Nessuno insegna a essere segretario del Papa, perché è un incarico che arriva da un momento all’altro. Nel corso di questi mesi ho riflettuto su due idee, soprattutto sull’immagine di due santi che troviamo nella Sacra Scrittura. La prima è quella di san Giuseppe, che è il santo del silenzio; non pronuncia alcuna parola. Tutta la sua vita è stata uno stare in secondo piano, perché i primi posti erano sempre occupati da Maria e Gesù. L’altra figura è san Giovanni Battista. Ha una frase che dice: “Bisogna che io diminuisca e che Lui cresca”. Credo che queste siano le due immagini che riassumono la missione e il compito di un segretario: stare in secondo piano e lasciare che il centro dell’attenzione sia l’altro.

Lei che lo ha conosciuto molto giovane a Chiclayo, quando era seminarista, che cosa vede restare oggi del padre Roberto?
Resta tutto, perché non è cambiato. Potrei dirlo così: è cambiato soltanto l’abito, che ora è bianco, ed è cambiato l’incarico. L’uomo che tutti noi abbiamo conosciuto è lo stesso: vicino, tranquillo, con una grande capacità di ascolto e sempre disponibile. Nonostante l’enorme mole di lavoro, il ritmo, le attività… trova sempre il tempo per accogliere, per ascoltare.

Quali tratti dell’esperienza vissuta dal Papa nella realtà della Chiesa in America Latina si possono cogliere oggi nel pontificato?
Sempre il contatto con la gente, la vicinanza. In America Latina siamo abituati alla prossimità fisica, al contatto diretto. La religiosità popolare è molto viva e il Santo Padre ha portato questo anche nel governo della Chiesa: nella vicinanza cerca sempre di salutare, sorridere, offrire una parola di incoraggiamento, una frase o un piccolo gesto.

Eppure, per ora, i titoli sottolineano soprattutto che è prudente, sobrio. Dall’interno, come percepisce i tratti del suo pontificato?
È sobrio perché nel suo modo di essere è così. Sempre prudente, tranquillo, paziente. Ma anche gli anni trascorsi in Perù lo hanno aiutato a scoprire questa vicinanza con la gente, a saper condividere la stessa realtà, la stessa condizione delle persone nelle missioni in cui è stato. Sa unire la prudenza e il pragmatismo americano con la vicinanza imparata in America Latina, con gesti cordiali, vicini, affettuosi.

Aspettiamo con ansia la sua visita [in Spagna ndr]. Che cosa significa questo viaggio in questo momento del pontificato?

Anzitutto, la vicinanza del pastore al suo popolo, al popolo che il Signore gli ha affidato. Nel corso della storia, questa terra si è caratterizzata per aver dato molti santi, di grande autorità e rilievo nella Chiesa, per la loro dottrina e per la santità della vita. Il Santo Padre vuole riconoscere, con questa visita, attraverso un segno di vicinanza e di gratitudine, tutto ciò che da qui è stato offerto al mondo e alla Chiesa nella fede e nella vita cristiana.

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