Città del Vaticano - Tutto comincia, come spesso accade in questo Di[sastr]ero, in una riunione di redazione. Siamo a novembre 2024 e Andrea Tornielli annuncia ai suoi collaboratori il suo piano per il Giubileo 2025: stampare centomila copie di un'edizione straordinaria dell'Osservatore Romano, da far uscire in occasione dell'apertura della Porta Santa. Una cifra enorme sparata lì come si parla di un'idea geniale appena partorita. Tornielli ne discute con Andrea Monda e con Paolo Ruffini. E qui ci troviamo, ancora una volta, di fronte al grande problema che ha guidato tutti questi anni della direzione editoriale del maghetto di Chioggia: nessuno, in quella stanza, si è posto la domanda più ovvia. Centomila copie, va bene. Ma per andare dove?
Centomila copie, zero distribuzione
Nelle riunioni non si è discusso di come distribuire questa montagna di carta. Non si è ragionato su quali punti vendita, in quali realtà, con quale rete, in quali date. Non si è valutato se la tipografia fosse in grado di reggere un carico simile. Non si è fatta una stima dei costi. Nulla. Si è deciso il "quanto" senza che nessuno si occupasse del "dove", del "quando" e soprattutto del "perché".
È il modo di lavorare di una struttura, il Dicastero per la Comunicazione, in cui le idee dei “capetti” non vengono mai messe in discussione, perché tanto il conto lo paga la Santa Sede. E quando il conto lo paga qualcun altro, le idee da boomer diventano improvvisamente irresistibili.

L'ossessione per i QR code
Perché di questo, in fondo, si è trattato. Tornielli, sessantadue anni, davanti a un QR code va in estasi. È una fissazione, una delle tante, che il "vaticanista scrittore" ha e che si collega a quelle smanie tipiche degli anziani dal rapporto un po' complicato con il cellulare: lo possiamo osservare anche in queste ore, mentre scatta le foto in prima fila e ne pubblica cinque o sei, di cui due o tre con il logo di Vatican Media messo lì un po' a casaccio con Canva, in fretta e furia. Poi non attribuisce i crediti, perché lui è "Vatican News" e di questo è fermamente convinto. Tanto è vero che contesta ai suoi nemici di usare immagini sue: peccato che le immagini non siano sue, ma del Dicastero, e questa cosa Andrea non l'ha ancora capita né digerita bene. Chissà se fra un po', molto presto, quando sarà invitato a fare le valigie, accetterà la cosa, oppure se aprirà un blog in cui userà contro il Papa che non gli va a genio tutto ciò che ha saputo in questi anni. Chissà.
Molti si sono chiesti, e si stanno chiedendo anche su questo volo apostolico, a cosa serva la presenza di una figura che fra trasferta, stipendio, rimborsi, pranzi, cene e albergo non costa alla Santa Sede meno di diecimila euro. La risposta è semplice: a niente. Esattamente come la presenza di Andrea Monda o Massimiliano Menichetti. Tutto si esaurisce nella foto col cellulare in prima fila e nel post che segue. Nient'altro. Nel frattempo, però, si fa la passerella.
Un Dicastero che costa milioni alla Santa Sede manda al seguito tutte queste persone: perché? A che pro? Da Madrid non producono un solo contenuto che non potrebbero sfornare comodamente da casa, e per le foto ci sono i fotografi ufficiali - non serve di certo Andrea Tornielli con il suo iPhone. Massimiliano Menichetti, intanto, smania notte e giorno per realizzare i suoi reportage video: legge dal cellulare un testo preparato e racconta in poco più di un minuto la giornata del Papa. Roba che totalizza, quando va bene, trecento visualizzazioni - e che potrebbe fare benissimo da Palazzo Pio, senza gravare ulteriormente sulle casse della Santa Sede. Trecento visualizzazioni, sia chiaro.

Tornando all'estasi da QR code: a novembre 2024 Tornielli si impunta. Vuole i codici a tutti i costi, bene in vista, e così pensa bene che ogni copia dell'edizione straordinaria dell'Osservatore Romano debba essere accompagnata da una busta con i QR code stampati sul fronte. Immaginate centomila copie, ciascuna con la sua busta, e sul fronte questi codici buttati lì a caso, in una composizione grafica che – è sufficiente guardarla - fa letteralmente ribrezzo.
La tipografia solleva rilievi. Fa garbatamente capire che è una soluzione inelegante e del tutto inopportuna. Ma Tornielli tira dritto: guai a contraddirlo, perché quando si infervora alza la voce e arrossisce. Del resto, è bene ricordarlo, i soldi non escono dalle sue tasche. È lo stesso meccanismo con cui concede, a chi decide lui, l'utilizzo delle foto di Vatican News: prende il logo del Dicastero per la Comunicazione e autorizza l'uso delle immagini di Vatican Media - perfino su articoli e riviste che offendono gravemente il Papa - senza che la Santa Sede sappia nulla, né degli introiti mai incassati né di altro. Autorizza, pur non avendone alcuna autorità. Ma di questo parleremo nei prossimi giorni.

Come si stampa l'Osservatore Romano (e perché conviene saperlo)
Qui serve un passo indietro, per il lettore che nello Stato della Città del Vaticano entra al massimo per visitare il nuovo museo gestito da Mauro Gambetti - "Basilica San Pietro SpA" - e che, in questi tredici anni, non si è accorto del lento declino dell'Osservatore Romano.
Prima di passare alla storia come falsario di lettere pontificie, monsignor Dario Edoardo Viganò aveva piazzato alcuni suoi fedelissimi nella allora Segreteria per la Comunicazione. Tra questi, Natasa Govekar - imposta a Viganò dal suo stretto amico Marko Ivan Rupnik e denominata a Palazzo Pio "Natasa I di Jugoslavia", per il modo con cui si impone sugli altri. In questi anni Govekar ha governato più di quanto abbia mai governato Paolo Ruffini, il quale aveva capito di essere arrivato dopo un terremoto e si era comodamente adagiato sull'impalcatura lasciata da Viganò. È stata proprio lei, spingendo avanti Ruffini, a far sì che Leone XIV nominasse suor Nina Krapić al posto di Cristiane Murray. Ed è bene che il Papa sappia che questi personaggi escono tutti dallo stesso pozzo: non solo non sono competenti, ma perseguono interessi che non coincidono con i suoi.
Con Govekar, Viganò portò Lucio Adrian Ruiz, Paolo Nusiner e Francesco Masci. E proprio Masci - oggi a capo della Direzione Tecnologica del Dicastero - volle cambiare la macchina da stampa interna alla Tipografia Vaticana, accantonando di fatto la rotativa. La domanda, ancora senza risposta, è: perché?
Perché è qui che la faccenda diventa interessante. Non tutti sanno che l'Osservatore Romano viene stampato internamente solo per circa trecento copie: quelle che, nel pomeriggio stesso della pubblicazione, vengono recapitate ai dicasteri, alle zone extraterritoriali, ai cardinali e agli arcivescovi residenti nei pressi del Vaticano. Tutto il resto della tiratura viene affidato a una tipografia esterna, il cui responsabile intrattiene rapporti di amicizia con membri del Dicastero per la Comunicazione.
Trecento copie al giorno, prodotte con questa nuova stampante che stampa a getto d'inchiostro, per un costo di circa due euro a copia per il Dicastero. «Hanno voluto questa versione "patinata" per chi devono mostrarsi efficienti e impeccabili, ma fuori dalle mura l'Osservatore è morto», riferisce un importante prelato. Ed è andata proprio così: in questi anni, nelle edicole dell'Urbe, l'Osservatore Romano è semplicemente sparito. Quanto a chi stampa all'esterno, non si capisce nemmeno con quale criterio gestisca la distribuzione, destinata per lo più agli "abbonati" - abbonati che, nella maggior parte dei casi, sono in realtà abbonamenti gratuiti, oppure diocesi ed enti religiosi di fatto "obbligati" ad acquistare. Non esiste una lista di edicole di Roma che vende l’Osservatore e spesso chi vorrebbe anche comprarlo non sa neppure dove andare.

"Non avevamo neppure nessuno che le piegasse"
Deciso l'importo della spesa e il numero delle copie, Tornielli si ritrova davanti a un problema tanto fisico quanto banale. Centomila copie stampate, e nessuno in grado di piegarle. «Non c’era neppure nessuno che le piegasse», racconta qualcuno attorno a Via della Tipografia. E di certo non poteva essere Tornielli ad abbandonare il cellulare - che maneggia in modo spasmodico - per mettersi a piegare centomila copie a mano.
La soluzione, naturalmente, fu trovata col solito metodo. Qualcuno fece chiamare una ditta "amica di non si sa chi", di quelle che fanno lavoretti nelle case in giro per Roma, manodopera in larga parte extracomunitaria. Perché questi cattocomunisti col Rolex vivono di contraddizioni e ogni mattina non sanno nemmeno con quali occhi piangere. Insomma: una piegatura artigianale, fatta a mano, durata settimane.
E poi? Poi quelle copie non sono state vendute. Per lungo tempo la Libreria Leonina ha tenuto una pila enorme di giornali accatastati, invenduti. La maggior parte è finita negli scantinati di Palazzo Pio. Parliamo, lo ricordiamo, di centomila copie.
Le domande che restano
A questo punto le domande sono molte, e a doverne rispondere - in piena trasparenza - dovrebbe essere proprio Andrea Tornielli, lui che ha più volte invitato i suoi nemici a replicare persino agli insulti e agli attacchi omofobi provenienti dagli appartenenti alla sua cricca:
Quanto è costato, in totale, questo giochetto nato per soddisfare la vanità di chi voleva apparire? Quanto sono costate le buste con i QR code e le settimane di piegatura affidate alla ditta? Quante copie sono state effettivamente vendute? E quante, oggi, giacciono ancora nello scantinato di Palazzo Pio a prendere polvere?
Sono soldi della Santa Sede. Sono i soldi dei fedeli, inviati al Papa perché possa annunciare il Vangelo. E invece, in questi anni, Andrea Tornielli, Andrea Monda, Matteo Bruni e Paolo Ruffini hanno fatto di tutto tranne che dare valore alla comunicazione vaticana. Anzi: con l'elezione di Leone XIV hanno tentato - e tuttora tentano - di manovrare il racconto di questo pontificato. Tornielli, addirittura, sta cercando di mettere a tacere chi dice la Verità sul suo operato e, più cadono le sue pedine più diventa ossessivo e violento. Ma può starne certo: più insisterà, più noi continueremo. E più forte di prima.
Marco Felipe Perfetti
Silere non possum