Un vescovo che sale all'altare nell'anniversario della sua ordinazione e confessa di non trovare pace; un papa che scrive a un confratello per giustificarsi di aver tentato di sfuggire al ministero; un'assemblea conciliare che discute per tre anni sul significato stesso della parola "episcopato". Sono tre scene lontane nel tempo - Agostino nel V secolo, Gregorio Magno alla fine del VI, i padri del Vaticano II a metà del Novecento - ma raccontano la stessa cosa: che parlare del vescovo, nella Chiesa, non è mai stato un esercizio amministrativo. È sempre stato un esame di coscienza.
«Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano»
Nel Discorso 340, pronunciato nell'anniversario della sua ordinazione episcopale, Agostino apre con una confessione che vale tutto un trattato: «Da quando è stato posto questo carico sulle mie spalle - e di cui si dà un rigoroso rendiconto - la preoccupazione della mia dignità mi tiene veramente in ansia continua». L'ufficio non è percepito come onore, ma come rischio. E il rischio è chiaro: che ciò che la dignità comporta di pericoloso possa diventare, col tempo, più gradito di ciò che è utile alla salvezza del popolo.
Da questa inquietudine Agostino fa nascere la formula che è diventata, a ragione, una delle più citate di tutta la patristica latina: «Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome è segno dell'incarico ricevuto, questo della grazia; quello è occasione di pericolo, questo di salvezza». La sproporzione è voluta. Il ministero è una funzione che può perdere chi la esercita; l'essere cristiano è il terreno comune che lo salva. Un vescovo che si ricorda di essere, prima di tutto, uno dei redenti insieme al suo popolo, scrive Agostino, sarà «più efficacemente vostro servo». Si tratta di un'intera teologia del ministero che nasce dal rifiuto di trattare l'episcopato come una promozione. Non a caso Agostino chiede ai fedeli di pregare per lui, e lo chiede con l'urgenza di chi sa che, senza quell'intercessione, «ne restiamo schiacciati». Il peso del vescovo, dice, «che altro è se non voi stessi?». Il popolo è insieme il carico e, mediante la preghiera, la forza che permette di portarlo.
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