Mentre alla Sapienza, ieri, Papa Leone XIV diceva agli studenti che «nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami "difesa" un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune», ad Aquisgrana Mario Draghi ritirava il Premio internazionale Carlo Magno annunciando che la nuova stima di spesa strategica aggiuntiva per l’Europa è salita «con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media», e celebrava il fatto che «entro la fine di questo decennio, la sola Germania spenderà pressappoco quanto la Russia spende ora per la sua economia di guerra pienamente mobilitata».

Mentre alla Sapienza il Papa parlava di un "inquinamento della ragione" che dalla geopolitica si infila in ogni relazione sociale, e nominava uno per uno Ucraina, Gaza, Libano e Iran come tasselli di una "spirale di annientamento", ad Aquisgrana Draghi parlava dell’Ucraina come di un Paese che starebbe «guidando una forma di integrazione pratica della difesa che l’Europa ha a lungo faticato a realizzare per disegno». La guerra come laboratorio. La guerra come acceleratore istituzionale. La guerra come pedagogia europea. Se a Roma Leone XIV chiedeva ai giovani di farsi «artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante», ad Aquisgrana Draghi spiegava ai capi di governo presenti che «ogni volta che assorbiamo uno shock senza risposta, abbassiamo il costo di quello successivo. Una postura pensata per de-escalare sta invece invitando ulteriore escalation». Tradotto: la diplomazia è debolezza, la rappresaglia è forza. È esattamente, parola per parola, ciò che il Papa ha chiamato "la semplificazione che costruisce nemici".

Due palchi, due platee, due visioni del mondo che non solo non si parlano: si contraddicono frontalmente, frase per frase.

Questo è Mario Draghi: un uomo del denaro travestito da statista, acclamato in Italia da chi continua a confondere i titoli con la statura morale e i ruoli con la verità. C'è chi liquida le parole di Leone XIV come "omelia" - e in questo, paradossalmente, non è poi così lontano da Donald Trump, che pure dovrebbe essere il suo opposto: entrambi pensano che la politica sia una questione di forza, e che chi parla di pace stia semplicemente fuori dal gioco. Ma non è un'omelia. Il Papa sta offrendo l'unica via d'uscita reale da un massacro che nessuno vuole davvero fermare, perché tutti sono accecati dalla smania di primeggiare.

Un magistero coerente, non un’improvvisazione

Quello pronunciato alla Sapienza non è uno scatto isolato. È il cuore del magistero che Leone XIV porta avanti, con una coerenza notevole, fin dalla sera della sua elezione l’8 maggio 2025, quando dalla Loggia centrale di San Pietro pronunciò quelle parole - "pace disarmata e disarmante" - che da allora ritornano in tutti i suoi testi. Il 18 giugno 2025, in udienza generale, aveva detto: «Non dobbiamo abituarci alla guerra. Bisogna respingere come una tentazione il fascino degli armamenti potenti e sofisticati». Pochi giorni dopo, ricevendo la ROACO, aveva chiesto: «Come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi anziché alimentare odio e vendetta?». E nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2026, ha denunciato la cifra mostruosa raggiunta nel 2024 dalle spese militari globali - 2.718 miliardi di dollari, il 2,5% del PIL mondiale - chiedendo invece il "disarmo del cuore, della mente e della vita". Sulla stessa linea, alla Sapienza, ha aggiunto un avvertimento che riguarda anche le tecnologie: vigilare sull’uso militare e civile dell’intelligenza artificiale «affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti». Un anno di pontificato, un’unica direzione.

La predica del riarmo

Ad Aquisgrana, davanti al cancelliere Merz, alla presidente della BCE Lagarde, al premier greco Mitsotakis, allo scroscio di applausi che ha accompagnato l’intera cerimonia, Draghi ha tenuto un discorso di segno opposto. Ha parlato dell’investimento europeo nella difesa come della «scelta strategica più significativa degli ultimi decenni». Ha rivendicato il consolidamento dell’industria bellica, ha chiesto di rendere operativa la clausola di difesa reciproca dell’UE, ha lodato le "coalizioni" militari in formazione, ha enumerato con compiacimento droni, batterie, sensori, capacità cyber. Ha denunciato il fatto che «la R&S europea nel settore della difesa è appena un decimo dei livelli americani», come se questo fosse di per sé un problema da correggere e non, magari, una possibilità. Dove Leone XIV vede un riarmo che "depaupera educazione e salute", Draghi vede investimenti virtuosi. Dove il Papa parla di "élite cui nulla importa del bene comune", Draghi rivendica il consolidamento di "veri campioni europei". Dove uno chiede di "non chiamare difesa" il riarmo, l’altro lo chiama esattamente così. Stiamo parlando di Mario Draghi, colui che per volontà di papa Francesco fa ancora parte della Pontifica Accademia per le Scienze Sociali?

Il problema italiano

In Italia, Draghi continua a essere trattato come un’autorità morale oltre che tecnica, una specie di nume tutelare cui ci si rivolge quando la politica non sa più che pesci pigliare. I giornali ne riportano i discorsi in tono reverente, i conduttori ne citano le frasi come se fossero sentenze, i ministri lo invocano come testimone d’accusa o difensore di parte. Eppure Draghi non è un capo di Stato, non è un’autorità religiosa, non è stato eletto da nessuno alla guida dell’Europa. È stato un ottimo banchiere - che ha fatto soprattutto i suoi interessi - è stato addirittura piazzato come presidente del Consiglio proprio perché il popolino è assuefatto dai titoli e dagli incarichi, ha scritto un rapporto sulla competitività che oggi è la bussola dichiarata della Commissione. Tutto vero. Ma niente di tutto questo lo trasforma in un pensatore politico di cui valga la pena accogliere acriticamente la visione del mondo. E la visione del mondo, oggi, è quella di un bellicista cortese. Cortese perché ad Aquisgrana parla con voce bassa, cita l’OCSE e il FMI, sembra il professore più sobrio della stanza. Bellicista perché la sua proposta concreta è quella di un’Europa che si compra più armi, che consolida la propria base industriale militare, che mette la NATO "su basi più solide" - espressione meravigliosamente ambigua - assumendo cioè essa stessa una postura di forza. Che poi tutto questo venga venduto come reazione necessaria a Trump è quasi più inquietante del contenuto: significa che la cornice è la geopolitica della forza, non quella del diritto. È esattamente il contrario del «sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia» pronunciato dal Papa alla Sapienza.

Le cose che Draghi dice - e che andrebbero discusse

Vale la pena fermarsi su almeno tre passaggi del suo discorso che, letti a freddo, lasciano sgomenti.

Il primo è la frase secondo cui «la durezza esterna richiede profondità interna». In sé suona ragionevole, finché non si capisce che la "profondità interna" di cui parla è una macchina industriale-militare integrata su scala continentale. Non scuole, non ospedali, non welfare: data center, semiconduttori, difesa. Le tre cose vengono ripetute in coppia, come un mantra, lungo tutto il discorso.

Il secondo è il modo in cui l’Ucraina viene presentata come modello di "integrazione pratica della difesa". Una guerra in corso, con decine di migliaia di morti, viene letta come esperimento istituzionale riuscito. Non c’è una sola parola sulle vittime, sui negoziati possibili, sulla pace come orizzonte. C’è la guerra come metodo.

Il terzo è quel passaggio in cui Draghi sostiene che «ogni volta che assorbiamo uno shock senza risposta, abbassiamo il costo di quello successivo. Una postura pensata per de-escalare sta invece invitando ulteriore escalation». Tradotto in italiano corrente: la diplomazia è debolezza, la rappresaglia è forza. È la logica del bullo elevata a teorema strategico. Certo, Draghi non ha il ciuffo biondo, non posta immagini ritoccate con l'intelligenza artificiale, non attacca frontalmente il Papa, non è grottesco come Donald Trump. Ha la cravatta giusta, la voce bassa, le citazioni dell'OCSE al posto delle maiuscole su Truth Social. Ma sotto la patina della rispettabilità sta dicendo esattamente la stessa cosa: che la forza è l'unico linguaggio possibile, che chi parla di pace è ingenuo, che il diritto internazionale è un lusso del passato. Cambia il tono, non cambia la sostanza. Più composto, più “gesuita” ma la sostanza è quella. Ed è esattamente, parola per parola, ciò che il Papa ha definito "la semplificazione che costruisce nemici".

Leone parla di speranza, Draghi chiede armi

Leone XIV non sta parlando in astratto: sta dicendo, da Vescovo di Roma e Pontefice della Chiesa Cattolica, che il riarmo europeo è una menzogna travestita da prudenza, che impoverisce la scuola e la sanità per arricchire chi del bene comune non si cura. Draghi sta dicendo l’esatto contrario, e lo dice in nome di un’élite tecnocratica che ha sempre più potere reale e sempre meno legittimazione democratica: basti pensare che alla cerimonia di Aquisgrana erano presenti il cancelliere tedesco, la presidente della BCE, capi di governo, ministri, e nessun parlamento ha mai votato la sua linea. Non si tratta di chiedere ai cattolici di obbedire al Papa contro l’economista. Si tratta di chiedere a tutti - credenti e no - di rendersi conto che, di fronte a una scelta storica di questa portata, l’Italia sta scegliendo a occhi chiusi la voce più rassicurante e meno scomoda. E lo fa proprio mentre il Papa, nell’aula magna della Sapienza, ha pronunciato l’unica parola che davvero conta in questo momento: speranza. Non quella sentimentale delle conferenze, ma quella scomoda di chi chiede agli adulti "che mondo stiamo lasciando?" e non si accontenta della risposta dei mercati. La differenza fra i due discorsi è tutta qui. Uno parla ai giovani e chiede loro di "trasformare l’inquietudine in profezia". L’altro parla ai potenti e chiede loro di trasformare la paura in budget militare. Scegliere chi ascoltare, oggi, è già una presa di posizione politica.

E.O. e d.M.C.
Silere non possum




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