Nell'articolo pubblicato ieri su alcune comunità nascenti e le loro derive abbiamo riflettuto sui rischi che si corrono quando non vengono nominate persone capaci e preparate per vigilare sulla vita consacrata. I casi sono numerosi e nei prossimi giorni ne parleremo ancora. Oggi nella Newsletter riservata agli abbonati abbiamo dato uno sguardo ad un'altra deriva, un'altra forma di abuso che riguarda quei "presbiteri psicologi" della scuola Parolari-Cencini. Ne parliamo portando casi concreti in cui il modus agendi di questi preti che svolgono ben poco il loro ministero sacerdotale e chiedono soldi (più di 2000 euro all'anno) per le loro attività "psicologizzanti". Si tratta, però, di una "scimmiottatura" della psicoterapia. Infatti, queste sedute non sono né direzione spirituale né psicoterapia. Abbiamo affrontato anche il grave tema della commistione tra foro interno e foro esterno, uno dei punti forti della scuola rupnikiana.
Spesso ci chiediamo come mai il Libro di Padre Dysmas De Lassus non venga utilizzato anche dai vescovi e responsabili della formazione negli incontri con seminaristi e sacerdoti. Molti altri libri, di scarso valore, hanno riempito le librerie e negli incontri se ne è parlato fino a provocare il vomito. Come mai questo libro no? Evidentemente c’è un problema serio ed è la paura, da parte di alcuni formatori, di formare persone che siano capaci di pensare con la loro testa ed essere libere anche di mettere in discussione la formazione che ricevono. L’Abuso spirituale è un tema che nessuno vuole trattare in modo profondo perché c’è chi ne giova nell’avere persone “sottomesse” e “incapaci di camminare da sole”.

"Il prete psicologo" e alcune derive del ministero
Foro interno e foro esterno. Alcuni dei casi di cronaca ci parlano di commistione che porta all'abuso. Facciamo un po' il punto
SOSTIENI SILERE NON POSSUM
Se questo articolo è online, è anche grazie al tuo sostegno.
Silere non possum sceglie di rendere accessibili gratuitamente gran parte delle proprie inchieste e dei propri contenuti, perché il giornalismo indipendente deve poter raggiungere tutti.
Sostenere il nostro lavoro significa permetterci di continuare a verificare, raccontare e pubblicare ciò che altri preferirebbero restasse nascosto.


