Città del Vaticano - Sono numerose le testimonianze che, in questi mesi, mettono in luce il tratto umano di Leone XIV: l’attenzione alle persone, alle loro storie, ai dettagli che spesso dicono più di molti discorsi. Prevost ascolta, ma soprattutto ricorda. E questo, per chi gli lavora accanto, non è un particolare marginale: è un modo di stare con l’altro. Lo si è notato anche in un episodio apparentemente minimo, quando nei mesi scorsi il Pontefice ha ricevuto Laura Pausini. Alcuni collaboratori rimasero colpiti da una semplice battuta rivolta al segretario, sapendo che è un fan della cantautrice italiana. Un gesto che qualcuno liquiderebbe con un “ci mancherebbe”, ma che in realtà non è affatto scontato.
Non lo è, anzitutto, perché si viene da dodici anni in cui qui dentro c’era un clima opposto: collaboratori trattati come materiale di consumo, usa e getta, finché lo decideva il Papa. E non lo è neppure perché, nel panorama ecclesiale, non sono pochi i vescovi che conoscono a malapena le persone con cui condividono ogni giorno la vita e il ministero, senza cura per le piccole cose, i segni, i gesti quotidiani che costruiscono fiducia e rispetto. Spesso scegliamo di non raccontare questi “piccoli incontri” o momenti di convivialità del Santo Padre per rispetto della sua persona e della sua riservatezza. E anche perché non ci interessa alimentare un’ossessione morbosa che finisce per togliere al Pontefice perfino la libertà di vivere, ogni tanto, gesti normali.
Negli anni scorsi questa dinamica è stata evidente: molti giornali inseguivano qualsiasi dettaglio e persino Vatican News arrivava a pubblicare ogni giorno anche il minimo starnuto del Papa. Ovviamente con articoli infarciti di imprecisioni ed errori ortografici, una prassi ormai. Ogni tanto, però, vale la pena raccontare anche questi aspetti, perché una certa stampa - che oggi non riceve più marchette pontificie - prova a costruire il ritratto di un Papa freddo, “che non arriva”, distante. Sono narrazioni comode, spesso ripetute per riflesso, che ignorano la concretezza dei gesti e la qualità delle relazioni che chi gli sta vicino apprezza ogni giorno.
I tratti umani di un padre
Un ex collaboratore del cardinale Robert Francis Prevost, Mons. André Ciszewski, è tornato nei giorni scorsi in Vaticano per salutare amici e colleghi. Papa Leone XIV, venuto a sapere della sua presenza nell’Urbe, ha chiesto che fosse chiamato per incontrarlo e salutarlo.
Mons. André Ciszewski è un sacerdote della diocesi di Münster che ha prestato servizio per circa dieci anni presso il Dicastero per i Vescovi. In precedenza, è stato anche segretario particolare del vescovo Reinhard Lettmann. Il 21 settembre 2019 Papa Francesco lo ha nominato Cappellano di Sua Santità. Oggi è parroco a Dinklage. È lui stesso a raccontare questo incontro.
Monsignor Ciszewski, ha rivisto Papa Leone XIV, che a Roma era stato il suo superiore. Come è nata l’udienza privata?
«Dopo Capodanno sono tornato a Roma per qualche giorno di vacanza: è una città in cui ho vissuto a lungo. Sono passato a salutare i miei ex colleghi durante la pausa colazione e qualcuno, scherzando, mi ha detto: “E quando vai a trovare il Santo Padre?” Io l’ho presa come una battuta. Però il Papa, che in passato era il nostro superiore, aveva davvero saputo che ero in città e mi ha fatto chiamare. Prima di pranzo si è ritagliato per me una decina di minuti».
Il Papa le è sembrato invecchiato, sotto il peso dell’incarico?
«Mi è sembrato molto equilibrato e di buon umore. Nonostante l’aura che lo circonda come Santo Padre, è stato un incontro caloroso e, nel senso migliore, semplice. Era molto sereno. Ha persino scherzato sul tempo: io avevo solo una giacca leggera e il mio accompagnatore gli ha chiesto se non avesse freddo. Il Papa ha riso e ha detto: “Vengo da Chicago. Sopra lo zero non è un problema”, poi ha indicato me dicendo che, a giudicare da come ero vestito, io ero messo persino peggio di lui».
È cambiato il modo di rivolgersi a lui adesso che è Papa?
«Io naturalmente lo chiamo “Santo Padre”, mentre prima lo chiamavo “Eminenza”. Lui però è rimasto lo stesso: mi dà del tu come allora e mi chiama per nome, oppure in italiano “Don Andrea”».
Di cosa avete parlato?
«Mi ha chiesto come va a Dinklage, dove sono parroco da un anno e mezzo. Poi abbiamo parlato di Clemens August Graf von Galen, il grande cardinale di Dinklage, beatificato vent’anni fa. Gli ho raccontato che a marzo, con la comunità, ricorderemo l’80º anniversario della morte di von Galen e che stiamo programmando un pellegrinaggio a Roma».
La diocesi di Münster, a cui appartiene la sua parrocchia, cerca ancora un nuovo vescovo. Lei, che un tempo seguiva da vicino le nomine episcopali, ne avete parlato anche ora?
«Su questo tipo di contenuti della conversazione ovviamente non posso dire nulla».
C’è speranza di rivederlo presto?
«Lo spero molto. Quando a fine aprile saremo a Roma per il pellegrinaggio della parrocchia, andremo all’udienza generale. Porteremo un’immagine del cardinale von Galen da donare alla comunità tedesca di Santa Maria dell’Anima. Sarebbe bellissimo se il Papa potesse benedire quell’immagine».
Che messaggio le ha affidato Leone XIV?
«Mi ha chiesto di portare i suoi saluti e di invitare i fedeli a pregare per lui. Prima di congedarsi ha impartito a me e a tutta la parrocchia la Benedizione Apostolica. E, sorridendo, ha aggiunto: “E che restino cattolici”».
d.C.V.
Silere non possum

Questa intervista è stata rilasciata al quotidiano Noz in lingua tedesca.