Città del Vaticano - Le cricche che Silere non possum ha portato alla luce in questi anni sono numerose, e numerosi sono gli articoli che ne hanno documentato, con prove e nomi, l'esistenza e il funzionamento. L'ultima, in ordine di tempo, ha la forma di un vero e proprio sistema di familismo amorale: un gruppo strutturato che ha tentato negli scorsi anni - e tenta ancora oggi - di manovrare e gestire l'informazione vaticana.
Da un lato c'è chi porta in ufficio i propri desideri personali, come abbiamo spiegato a proposito di Matteo Bruni, rendendo l'ambiente irrespirabile. Dall'altro c'è chi vive gli spazi della Sala Stampa della Santa Sede come veri e propri luoghi di potere. Andrea Tornielli, Paolo Ruffini, Andrea Monda: tre figure che interpretano i loro incarichi non come un servizio, ma come trincee da cui gestire e alimentare lotte intestine e fazioni. Tornielli lo ha sempre fatto: anche quando era a La Stampa, dove veniva usato da cardinali e vescovi proprio per questo lavoro. È per questo che è noto. Ed è per questo che era noto anche a Bergoglio.
Un sistema di potere fatto di "sapere"
Questo sistema di potere è fatto di sapere. Non sapere nel senso intellettuale e culturale, sia chiaro: di quello, in questi personaggi, ce n'è ben poco. Si tratta di sapere-chiacchiericcio: racconti, conoscenze, nomine prima che diventino pubbliche, provvedimenti, indiscrezioni. Conoscere cose che gli altri non sanno. È questo che, secondo la loro magica bolla, dà loro potere. Io so, tu no. Io conto, tu no. E se io so, posso ricattare. Posso esercitare pressione. Questo sistema è stato scardinato quando Silere non possum ha iniziato la propria attività, nel 2021. E la cosa li ha fatti impazzire. Da un lato perché Silere non possum porta alla luce dinamiche di cui nessuno ha il coraggio di parlare, ma di cui qui dentro molti sanno. Dall'altro perché Silere non possum le informazioni non le ha da loro - e questo li ha sempre fatti imbestialire - e, soprattutto, le rivela prima che loro possano farne motivo di potere. Se la notizia è pubblica, tutti la conoscono e nessuno può farne motivo di ricatto. In altre parole, Silere non possum gli ha rotto il giocattolo. E ci sono intere carriere praticamente andate in malora.
Silere non possum non pubblica - e non ha mai pubblicato - per dimostrare di sapere le cose. Non ne abbiamo bisogno e non ne sentiamo affatto la necessità. Pubblichiamo, quando lo facciamo, proprio per rompere questa catena di potere. La dimostrazione l'abbiamo avuta in questi anni: non solo i veri vaticanisti, ma anche svariati millantatori hanno iniziato ad aggirarsi nella magica e giocosa galassia para-vaticana, convinti di sentirsi qualcuno, di poter diventare qualcuno scrivendo di Vaticano. Scopiazzando qua e là, raccontando qua e là quel poco che apprendevano dall'amico fraticello - abbindolato per l'occasione - frate che, di mestiere, fa il chiacchierone. Qualcuno, però, gli ha fatto credere che ciò che faceva nelle aule della politica avrebbe potuto trapiantarlo qui in Vaticano: schieramenti, “retroscena”, "esclusive". Tutte puntualmente smentite dai fatti. Ma è proprio questo che non possiamo più permetterci, ed è proprio questo che Leone XIV ha iniziato a scardinare fin dal primo giorno del suo pontificato.
Un mondo malato che di cattolico non ha nulla
Il mondo dei vaticanisti è un mondo malato, che di cattolico non ha nulla. Ne abbiamo parlato ampiamente in questi anni: e non solo di Franca Giansoldati o di chi popola le redazioni dei quotidiani italiani, ma anche di chi lavora per la Santa Sede. Cioè di coloro che paghiamo noi. E si badi bene: non solo esistono schieramenti tra modernisti e tradizionalisti, ma all'interno di entrambi gli schieramenti si ritrovano le medesime dinamiche malate.
Pensate a quelli che abbiamo battezzato psico-blog e che oggi sono noti con questo nome: con il loro fare mellifluo e falso, tentano di entrare in contatto con questi vaticanisti - gli stessi che poi, pubblicamente e privatamente, insultano in continuazione. I vaticanisti, dal canto loro, già per il solo fatto di essere considerati si sentono importanti, e dunque li avallano. Così, pur militando in schieramenti opposti, finiscono per alimentare insieme le stesse dinamiche di fazione. Mentre chi porta alla luce i loro altarini, e spezza queste dinamiche, diventa automaticamente il loro nemico giurato. In questi anni Silere non possum è stato accusato da questi giocosi personaggi di essere divisivo. Noi, che abbiamo sempre portato alla luce le criticità del pontificato di Papa Francesco con rispetto, saremmo divisivi. Noi che lo criticavamo senza alcun interesse personale eravamo divisivi; loro che invece facevano tutto per soldi e tornaconto erano i buoni.
Prendiamo Fabrizio Mastrofini, per molto tempo dipendente del Dicastero per la Comunicazione e portavoce di Vincenzo Paglia ai tempi dell'Accademia per la Vita. Negli anni del pontificato di Francesco ha passato il suo tempo a urlare - con quella educazione che gli appartiene - contro chiunque, onestamente ed educatamente, osasse criticare il Papa. Oggi, sempre onestamente ed educatamente, sputa veleno contro Leone XIV e i suoi collaboratori per il semplice fatto che lo hanno messo alla porta e non lo considerano più. Uno di quelli a cui abbiamo pagato lo stipendio e a cui oggi paghiamo la pensione. Si tratta, in fondo, solo di potere, interessi e grandi ambizioni di personaggi che, guarda caso, altrove non hanno trovato spazio. Il Vaticano è diventato da anni il refugium peccatorum di chi, in un Paese come l'Italia - già di per sé imbarazzante - non riesce a trovare collocazione. E finiscono tutti qui, in questo imbuto chiamato Via della Conciliazione. Per questo bisognerebbe assumere persone che con l’Italia e questi ambienti non hanno nulla a che fare.
Oggi il dramma è particolarmente pericoloso per il Papa stesso. Con Francesco, almeno, avevano l’interesse nell’osannarlo. Con Leone XIV hanno scelto di schierarsi tra le fila dei contestatori. E non quei contestatori trasparenti che, in modo intellettualmente onesto, qualcuno seppe essere ai tempi di Francesco: lo fanno in modo subdolo, con quell'ipocrisia clericale imparata da Beniamino Stella e Pietro Parolin. Davanti ti sorridono, dietro ti pugnalano. Contesto il Papa nel parlato, nel confronto con gli altri giornalisti, con gli amici, con la gente; ma davanti alla telecamera e nei “grandi editoriali” mi mostro professionale. Il problema è che hanno sponsorizzato così tanto il pontificato precedente che la loro freddezza odierna si nota. Eccome. A un anno dall'elezione, Leone XIV deve liberarsi al più presto di questi personaggi. Altrimenti accadrà come con Benedetto XVI. Nulla di diverso: faranno la guerra in casa mentre noi - addirittura - continueremo a versare loro stipendi da capogiro. Per loro stessì e per i loro fedelissimi portati da Catanzaro, del resto, trovano sempre il modo di far scattare i livelli e gonfiare le buste paga.
Il caso dell'enciclica: una dimostrazione in tempo reale
A dimostrazione concreta di ciò che diciamo - oltre a quanto già reso pubblico nella prima puntata dell'inchiesta Il Patto Sporco, e a quanto pubblicheremo nelle prossime - basta osservare ciò che è accaduto nelle scorse ore. Lo scorso ottobre Silere non possum ha reso pubblico il titolo della prima enciclica di Leone XIV. Un titolo che, a Piazza Pia e in Via della Conciliazione, non sapevano neppure lontanamente quale sarebbe stato. Ad Andrea Tornielli, com'era prevedibile, è venuto il bruciore di stomaco. Da quel momento in poi, però, non ci siamo permessi di scrivere altro sul testo: abbiamo voluto lasciare al Papa tutta la libertà di correggerlo e sistemarlo come meglio credeva. Alcune bozze sono uscite - solo nelle parti utili - per sottoporle ad alcune personalità e raccogliere osservazioni. A Piazza Pia e in Via della Conciliazione, ovviamente, non sono arrivate. Sono arrivate soltanto quando è stato necessario inviarle, per dare alla LEV il tempo di impaginare e stampare. Alla Sala Stampa il testo è giunto poche ore prima, giusto il tempo di farlo avere ai vaticanisti con un po' di anticipo ma non troppo.
Ed ecco il punto: dal momento in cui il testo è stato mandato al Dicastero, ha cominciato a girare. A rimbalzare da WhatsApp in WhatsApp. Perché il sottinteso, come sempre, è uno solo: io ho l'enciclica, io conto. Io so cosa dice. E così, puntuali, sono comparsi i post sui social che parlavano della torre di Babele, e via dicendo.

Mario Adinolfi - personaggio tristemente noto per la sua vita e le sue uscite - è arrivato a pubblicare sui sociallo screenshot della prima pagina inviata dalla Sala Stampa ai giornalisti, con tanto di dicitura "Sotto embargo assoluto", dichiarando di aver avuto il privilegio di leggerla. Ora, Adinolfi quell'enciclica l'ha ricevuta da una giornalista accreditata: non ha avuto alcun privilegio di nessun tipo. Ma del resto lo sappiamo, ritorniamo sempre lì. Questi sono i personaggi che girano, ufficialmente e non, attorno al mondo dell’informazione vaticana. Stiamo parlando di personaggi che sono una contraddizione in termini già nella loro stessa esistenza: parlano di famiglia tradizionale dopo aver seminato figli con mogli diverse, parlano di tradizione quando di tradizionale non hanno nulla. Sono questi i soggetti che gravitano attorno ad Andrea Tornielli, Bruni, Monda, Ruffini. Quelli che vivono di politica e di amicizie, noti per le loro storie e militanze imbarazzanti. Nel frattempo lo screen di Adinolfi rendeva pubblica, diverse ore prima dell'embargo, una parte dell'indice. Da Piazza Pia, nessuno ha detto A.
Due pesi e due misure
Ricordiamo che, qualche anno fa, a un vaticanista noto fu tolto l'accredito per un periodo perché aveva pubblicato il testo della Laudato Si' in esclusiva. Glielo tolsero anche se non era stata la Sala Stampa a fornirglielo, e anche se lui l'aveva pubblicato prima ancora che la Sala Stampa lo distribuisse sotto embargo. Una pratica assurda, che fa capire bene come l'accredito sia un problema più che un privilegio: ti tengono per la gola e ti impediscono di pubblicare. "Se pubblichi, ti tolgo l'accredito" è il sottinteso permanente. Ma questo vale, ovviamente, sempre e solo per qualcuno. Solo per chi non ha amici e contatti giusti. Perché altrimenti Matteo Bruni dovrebbe preoccuparsi di tutti quei vaticanisti che, appena ricevuto il testo dell'enciclica, hanno immediatamente cominciato a inoltrarlo a colleghi, amici, parenti, preti, vescovi. Sempre per lo stesso motivo: "Io conto, io ho il testo!"
La distanza tra le parole del Papa e i fatti dei suoi collaboratori
Questo è il mondo della comunicazione vaticana e molti lo sanno bene. Alcuni ci "sguazzano", altri lo subiscono in silenzio. Nulla di tutto questo c'entra con ciò che Papa Leone XIV sta predicando da mesi: la buona comunicazione, il disarmare le parole, la salubrità degli ambienti, il rispetto, l'amicizia. Se vogliamo che certe parole pesino davvero, dobbiamo fare in modo che a metterle in pratica per primi siano i nostri collaboratori. Ed è evidente che questi personaggi non sono quelli giusti per stare attorno al Papa.
d.L.V.
Silere non possum