Roma - Nelle scorse ore Marco Pasqua, giornalista de Il Messaggero, caporedattore responsabile delle edizioni Umbria e Abruzzo, con base operativa tra Terni e Roma, ha preso di mira un giovane studente italiano di giornalismo che si trova a Parigi. Il ragazzo aveva pubblicato un TikTok nel quale raccontava una situazione vissuta nella metropolitana parigina, descrivendola come preoccupante anche per la presenza di donne incinte e bambini.

Pasqua ha pensato bene di rilanciare quella storia sui propri canali, accompagnandola con commenti di derisione. «Piccoli borghesi all’estero choccati perché hanno appena rischiato la vita», ha scritto. Poi ha aggiunto: «La mami ancora piange». Al netto dell’uso discutibile del termine “choccati”, scritto in una forma che già da sola meriterebbe una riflessione da parte di chi esercita professionalmente la scrittura, il punto è un altro: un giornalista adulto, con un ruolo in un quotidiano nazionale, ha scelto di esporre un ventenne al pubblico ludibrio per avere raccontato una situazione che lo aveva evidentemente colpito.

La vicenda è proseguita in privato. Il giovane, mostrando più misura del suo interlocutore, gli ha scritto: «Hai tanto tempo libero per ridicolizzare un ventenne». La risposta del giornalista non ha abbassato i toni. «Il collegamento tra i tuoi 20 anni e i 30 secondi che ti ho dedicato?», ha replicato. Poi un’altra frase: «Questi sono i risultati della mancata educazione di mamma e papà. Tanta solidarietà piccolo».





Qui non siamo davanti a una battuta infelice scappata in un momento di leggerezza. Siamo davanti a un atteggiamento. Un professionista dell’informazione, iscritto all’Ordine dei giornalisti del Lazio, non può comportarsi sui social come un bullo qualunque e poi pretendere che la deontologia finisca nel momento in cui chiude il computer della redazione. Il giornalismo non è soltanto mestiere tecnico. È responsabilità pubblica. Chi pretende di raccontare la società dovrebbe almeno evitare di trasformare la propria posizione in uno strumento per schiacciare chi ha meno età, meno potere e meno protezione.

Il paradosso è evidente. Pasqua è stato spesso raccontato come un giornalista impegnato per i diritti civili, per la legalità, per la tutela delle persone fragili. È stato anche destinatario, negli anni passati, di intimidazioni e scritte offensive che hanno suscitato solidarietà istituzionale e pubblica. Proprio per questo il suo comportamento appare ancora più grave. Chi ha sperimentato sulla propria pelle il linguaggio dell’intimidazione dovrebbe sapere meglio di altri quanto possano pesare le parole quando sono pronunciate da una posizione di forza.

Il problema, però, non riguarda solo Pasqua. Riguarda l’Ordine dei giornalisti, una struttura che in Italia continua a rivendicare il proprio ruolo pubblico e corporativo, ma che troppo spesso appare incapace di vigilare realmente sui comportamenti dei propri iscritti. 

L’Ordine rivendica il ruolo di custode della professione e interviene nel dibattito pubblico quando decide di richiamare figure esposte, come è accaduto con Selvaggia Lucarelli e Piero Armenti. Ma quello stesso zelo sembra affievolirsi quando sotto osservazione dovrebbero finire i comportamenti dei propri iscritti. Senza dimenticare, poi, che non intervengono affatto quando ci sono da sanzionare personaggi italiani che millantano il titolo pur non avendolo. 

Lo stesso atteggiamento viene usato quando un loro iscritto usa i social per dileggiare un giovane, per colpire sul piano personale, per adoperare un linguaggio incompatibile con la dignità della professione. Il silenzio più assoluto.  La questione non è moralistica. È deontologica. Il giornalista non è tenuto a essere gentile con tutti, non deve rinunciare alla critica e non deve vivere sotto censura preventiva. Ma tra la critica e la derisione personale c’è una distanza che chi fa questo mestiere dovrebbe conoscere. Prendere un contenuto di un ragazzo, rilanciarlo per ridicolizzarlo, evocare la madre, i genitori, l’educazione familiare e concludere con un paternalistico «piccolo» non è esercizio di critica. È la dimostrazione di quanto spesso l’età anagrafica non corrisponda a quella cerebrale.

In un altro video Pasqua ha definito «spazzatura» un ragazzo. In altri contenuti sono comparsi riferimenti all’aspetto fisico di giovani donne, persino derisione in merito ai denti.

Questi episodi descrivono un modo di stare nello spazio pubblico che dovrebbe preoccupare non solo l’Ordine, ma anche la direzione de Il Messaggero. Perché una testata non è fatta soltanto dagli editoriali e dagli articoli firmati. È fatta anche dalla cultura professionale che tollera al proprio interno. L’Italia occupa da anni posizioni poco lusinghiere nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa. La responsabilità non può essere scaricata soltanto sulla politica, sulla magistratura, sulle querele temerarie o sulle pressioni economiche. Esiste anche un problema interno alla categoria: la qualità di una parte del giornalismo italiano, l’arroganza di alcuni professionisti, l’idea che il mestiere autorizzi a giudicare tutto e tutti senza mai rispondere del proprio linguaggio.

Il caso Pasqua è un sintomo. Mostra una professione che sa invocare tutele quando si sente minacciata, ma fatica a riconoscere i propri abusi quando a subirli sono gli altri.

L.B.
Silere non possum 

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