Città del Vaticano – Ogni mese l’Osservatore Romano, ormai ridotto a un quotidiano che in Vaticano non viene utilizzato neppure dalle donne delle pulizie per detergere le grandi vetrate dei palazzi, continua a spendere migliaia di euro per finanziare il mensile Donne Chiesa Mondo.
Nel numero 157, uscito il 1° luglio con il titolo «Il diavolo in noi», compaiono ancora una volta i vaneggiamenti di Marinella Perroni e delle altre ideologhe che, a spese della Santa Sede, riempiono pagine di sciocchezze intrise di impostazioni del tutto estranee alla fede cattolica. Di cattolico, in quelle pagine, non c’è nulla.
La domanda che molti stanno iniziando a farsi qui dentro è: Papa Leone XIV può trovare dieci minuti per leggere questo materiale e decidere, una volta per tutte, che simili contenuti vengano pubblicati da altre realtà e finanziati con i soldi di altre persone? I cattolici non intendono vedere le offerte dell’Obolo di San Pietro disperse per sostenere questo apparato ideologico.
Il problema, come sempre, non riguarda soltanto ciò che viene scritto, ma il metodo con cui lo si scrive e lo si impone. Il testo che incarna meglio l’impostazione dell’intero opuscolo è quello firmato da Marinella Perroni nella rubrica S-PuntiTeologici: «Il serpente, la donna e il frutto. E Satana?». Il sottotitolo è già una dichiarazione d’intenti: «Nella Genesi non c’è, alle origini di un equivoco».
Ciò che Perroni non dice mai
Va detto subito: il Demonio è astuto, e la Sacra Scrittura lo ribadisce più volte. Perroni non afferma mai, nero su bianco, che il diavolo non esista. Sarebbe una tesi troppo scoperta, troppo compromettente per un mensile pubblicato sotto la testata del quotidiano della Santa Sede.
La “teologhessa”, “biblista” - addirittura - e fondatrice del Coordinamento Teologhe Italiane sceglie dunque una strada diversa: più elegante, più prudente e proprio per questo più insidiosa. Non nega. Racconta. Racconta che nel mito genesiaco della Caduta «non c'è nessun diavolo», che il serpente è semplicemente l'animale più insidioso agli occhi dei nomadi del deserto. Racconta che la speculazione sugli spiriti maligni entra nella teologia ebraica tardi, dal VI secolo a.C., per contaminazione con credenze comuni a tutte le religioni antiche. Racconta che il diavolo come entità a sé stante compare solo in un testo recentissimo e fortemente ellenizzato, il libro della Sapienza. Racconta che Paolo e la Prima lettera a Timoteo hanno saldato la gerarchia dei sessi al racconto della creazione, e che così «il serpente, la donna, il frutto» sono diventati «il diavolo, le donne, il peccato». Racconta, infine, che tutto questo è funzionale alla visione patriarcale della differenza sessuale.
Genesi, storia delle religioni, storia degli effetti, critica del patriarcato: un calderone. Alla fine del percorso il lettore ha capito perfettamente dove si vuole arrivare. Il demonio non è più una realtà: è un fenomeno culturale, un dispositivo narrativo che le società usano per esprimere ansie e costruire nemici. Non serve dirlo. Basta averlo mostrato.

Il metodo Babbo Natale
È la stessa operazione retorica che si compie quando si spiega a un adulto la storia di Babbo Natale: si parte da san Nicola di Myra, si passa per il folklore olandese, si arriva alla Coca-Cola e all'iconografia novecentesca. In nessun momento si pronuncia la frase «Babbo Natale non esiste». Non ce n'è bisogno: la genealogia fa tutto il lavoro. Quando hai spiegato come nasce una figura, come cambia, come viene usata, hai già suggerito che quella figura è interamente riducibile alla sua storia.
È un procedimento intellettualmente raffinato ma logicamente scorretto, e ha persino un nome nei manuali: fallacia genetica. Ricostruire l'origine storica di una credenza non dice nulla, di per sé, sulla verità o falsità del suo oggetto. Che l'angelologia e la demonologia ebraiche si siano sviluppate tardivamente e in dialogo con altre culture è un dato pacifico dell'esegesi; che da questo segua che il diavolo sia soltanto un costrutto culturale è un salto che Perroni non compie mai esplicitamente - e proprio per questo lo fa compiere al lettore.
Ciò che l'articolo omette
Il problema non è ciò che Perroni scrive, che sul piano strettamente esegetico è in larga parte corretto. Il testo di Genesi 3 non identifica il serpente con Satana: l'identificazione è successiva, matura nel giudaismo del Secondo Tempio e viene esplicitata nel Nuovo Testamento (Ap 12,9: «il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e Satana»). Nessuno lo contesta.
Il problema è ciò che l'articolo omette sistematicamente. La fede della Chiesa nell'esistenza del diavolo non poggia su una lettura ingenua di Genesi 3, come il pezzo lascia intendere attribuendola a «un catechismo infantile nonché una martellante predicazione». Poggia su un dato dogmatico preciso: il Concilio Lateranense IV (1215) definisce che «il diavolo e gli altri demoni sono stati creati da Dio buoni per natura, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi» (DS 800). Poggia sul Catechismo della Chiesa Cattolica, che ai numeri 391-395 vede in questa figura «un angelo caduto» e parla di una «potenza» reale, non di una metafora sociale. Poggia sulla liturgia battesimale, che ancora oggi chiede a ogni catecumeno di rinunciare a Satana - non a un archetipo, non a un dispositivo narrativo. E poggia su un magistero recente tutt'altro che reticente: fu san Paolo VI, nel 1972, ad ammonire che «esce dal quadro dell'insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerne l'esistenza», e Papa Francesco è tornato sul tema con una frequenza che ha persino infastidito certa teologia progressista di cui Perrone e Linda Pocher sono militanti.
Di tutto questo, nell'articolo, non c'è traccia. Un contributo che si presenta come S-Punto Teologico sul diavolo, pubblicato sotto la testata del giornale del Papa, dedica righe generose a Mel Gibson e al serpente dal volto femminile de La Passione, ma non trova spazio per una sola riga sul Lateranense IV o sul Catechismo. Non è una dimenticanza: è una mossa astuta e voluta, la condizione di possibilità dell'intera operazione. Citare il dato dogmatico avrebbe costretto l'autrice a prendere posizione - confermarlo o contestarlo apertamente. L'omissione le consente invece di restare nel non detto, dove la tesi lavora indisturbata.
Un fascicolo intero costruito sullo stesso schema
Sarebbe ingeneroso isolare Perroni, perché il suo articolo è la fondazione esegetica di un'architettura che percorre tutto il numero. Il vertice dell'edificio è l'editoriale di Lucia Capuzzi e Rita Pinci, che compie in apertura di fascicolo lo stesso gioco di prestigio, ma con un materiale più delicato: una santa e dottore della Chiesa. Il pezzo parte da Teresa d'Avila, che il demonio lo vedeva come persona reale - ne osserva la bocca «spaventosa», ne sente la voce, ne annota i dettagli «come una cronista dell'invisibile» - e approda, qualche colonna più in là, a un diavolo che è lo specchio, l'algoritmo, il mom guilt, il confronto con modelli impossibili. La parola resta la stessa dall'inizio alla fine; il suo referente, nel frattempo, è cambiato di natura. È come iniziare un articolo parlando del lupo e concluderlo parlando dell'inflazione, continuando imperterriti a chiamarla «lupo».
Le autrici, va detto, un ponte lo costruiscono, e sta in due mosse precise. La prima è la «melanconia spirituale» di Teresa, presentata come «straordinaria anticipazione psicologica»: il male che convince le donne di non valere abbastanza. La seconda è l'etimologia di diábolos, «colui che divide», piazzata strategicamente a metà percorso: se il diavolo è divisione, allora tutto ciò che divide la donna da se stessa - il giudizio, la performance, il senso di colpa - può legittimamente chiamarsi diavolo. Rendiamoci conto ciò che pensano tutto il giorno queste donne attempate che vogliono imporre la loro ideologia anche nelle nostre parrocchie!
È questa la licenza semantica che regge l'intero editoriale. Ma il ponte è costruito con materiale sottratto alla legittima proprietaria: Teresa credeva sia alla tentazione interiore sia al demonio come essere reale, persona, e le due cose per lei non erano alternative - la seconda era spesso causa della prima, tanto che per metterla in fuga raccomandava l'acqua benedetta, non una seduta di autostima. L'editoriale trattiene la metà psicologica della sua esperienza e lascia cadere in silenzio la metà ontologica, usando l'autorità della santa per una tesi che lei non avrebbe riconosciuto come propria. Lo stesso trucco si ripete con Ignazio di Loyola: il «nemico della natura umana» citato per bocca di suor Vitagliani è, negli Esercizi, un agente personale dotato di strategia e astuzia, non una metafora della pressione sociale. E la frase conclusiva dell'editoriale suona quasi come una confessione: il diavolo, «prima ancora di essere una presenza, è una divisione». Quel «prima ancora» è la clausola di salvaguardia - concede di sfuggita che una presenza c'è, così nessuno potrà accusare le autrici di negarla, dopo che l'intero articolo ha lavorato come se non ci fosse.
Il resto dell’opuscolo esegue la stessa partitura. Dacia Maraini spiega che «il male risiede dentro di noi». La psicoterapeuta di turno traduce i demoni in «rimozioni del passato». Pagina dopo pagina, il demonio viene trasferito dall'ontologia alla psicologia, dalla teologia alla sociologia, finché dell'insegnamento costante della Chiesa non resta che un residuo folklorico buono per la storia dell'arte.
Il problema non è che nel numero ci sia riflessione psicologica o sociologica: è che questa viene fatta passare al posto della teologia, con Teresa e Ignazio arruolati come garanti involontari.
La domanda che resta
Nel medesimo fascicolo Magnifica humanitas di Leone XIV viene citata più volte, con la consueta deferenza di chi richiama l’autorità del Pontefice quando serve a nobilitare il proprio discorso e la aggira quando il magistero - quello dogmatico, non quello d’occasione - avrebbe qualcosa di scomodo da dire.
La furbizia di Perroni, in fondo, è la furbizia di un certo modo di fare teologia nella Chiesa cattolica. È lo stesso schema che accomuna figure ormai attempate come Pocher, Faggioli, Melloni, Grillo e Perroni: persone guardate dai giovani con una miscela di imbarazzo e pietà, incapaci di trovare spazio fuori dalla Chiesa e per questo impegnate a trascinarvi dentro istanze che con la Chiesa non hanno nulla a che fare.
Sono battaglie proposte non perché vi credano davvero, ma perché sono di moda. Basta guardare al tema dell’omosessualità: Grillo vi dedica persino libri (a che titolo non si sa), salvo poi ricorrere a insulti omofobi quando qualcuno osa mettere in luce i suoi altarini. È difficile trovare un emblema più perfetto della coerenza di questa compagnia.
Il risultato è soltanto il ridicolo. E il problema non è neppure che queste persone continuino a fare ciò che fanno: il problema è che l’Osservatore Romano, guidato da un altro esponente dello stesso stampo, Andrea Monda, continua a spendere migliaia di euro della Santa Sede per stampare, distribuire e promuovere queste sciocchezze.
La tecnica è demoniaca: mai negare, sempre storicizzare; mai affermare, sempre suggerire. Al lettore il compito di trarre la conclusione che l'autrice, prudentemente, non ha firmato.
Resta una domanda semplice, che meriterebbe una risposta altrettanto semplice da parte di questa imbarazzante e costosa redazione di Donne Chiesa Mondo: il diavolo di cui parla il Catechismo esiste o no? Se la risposta è sì, il numero 157 andava scritto diversamente. Se la risposta è no, si abbia il coraggio di dirlo - e di spiegare al Papa perché il suo giornale la pensa così.
d.P.E.
Silere non possum