C’è un paradosso che ci accompagna ogni volta che apriamo Facebook, Instagram, TikTok. Ci sentiamo liberi, liberi di condividere, di esprimerci, di scegliere. Eppure, dietro a quella libertà apparente, si nasconde un meccanismo che ricorda molto da vicino uno dei fenomeni più odiosi della nostra storia economica e sociale: il caporalato. Non nei campi, non con braccia piegate dalla fatica, ma negli spazi digitali, dove il lavoro è fatto di click, scroll, like, fotografie, messaggi.

La domanda è semplice: chi lavora davvero quando usiamo i social? E chi guadagna?

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