Città del Vaticano - Alle ore 17 di questo pomeriggio, nella Basilica Vaticana, Papa Leone XIV ha presieduto la Santa Messa nella Festa della Presentazione del Signore e nella XXX Giornata Mondiale della Vita Consacrata, proponendo nell’omelia una lettura centrata sull’incontro tra l’iniziativa di Dio e l’attesa dell’uomo, e collocando la vocazione dei consacrati dentro la scena evangelica del Tempio.
Il Pontefice ha richiamato il brano dell’evangelista Luca, dove Simeone e Anna riconoscono e annunciano Gesù come Messia. In quel passaggio, ha spiegato, si intrecciano due “movimenti d’amore”: quello di Dio che viene a salvare e quello dell’uomo che attende con fede vigile. La Presentazione diventa così una soglia teologica e spirituale: il Signore entra nella storia senza forzare la libertà, condividendo fino in fondo la povertà umana. Leone XIV ha insistito su questo punto: Gesù si offre “nel pieno rispetto della nostra libertà” e “nella piena condivisione della nostra povertà”. Nel suo agire, ha detto, non c’è nulla di costringente, ma la forza della gratuità. Il Papa ha descritto la scena come un paradosso: a pochi passi dal “Santo dei Santi”, la Fonte della luce si presenta in modo così umile da poter passare quasi inosservata, mentre l’Infinito si dona al finito senza clamore. Dentro questo orizzonte, il Pontefice ha collocato la vita consacrata. La Chiesa, ha ricordato richiamando il predecessore, chiede a religiosi e religiose una presenza profetica, capace di “svegliare il mondo”. Il Santo Padre ha tradotto questa richiesta in un mandato concreto: essere profeti, cioè messaggeri che annunciano la presenza del Signore e preparano la sua via, non come ruolo esteriore ma come forma di vita. Per esprimere la dinamica di questa vocazione, Leone XIV ha utilizzato le immagini del profeta Malachia: diventare “bracieri” per il fuoco del Fonditore e “vasi” per la lisciva del Lavandaio, cioè strumenti attraverso cui Cristo “fonde” e “purifica” i cuori con amore, grazia e misericordia. Il Papa ha sottolineato che questo avviene, anzitutto, nel “sacrificio” dell’esistenza, “radicati nella preghiera” e pronti a consumarsi nella carità, in continuità con il richiamo conciliare alla specificità ecclesiale della vita religiosa

Nel tratteggiare la memoria storica degli ordini e degli istituti, il Pontefice ha indicato nei fondatori e nelle fondatrici un modello di equilibrio tra terra e Cielo: uomini e donne capaci di partire dalla Mensa eucaristica verso i chiostri, l’apostolato, le scuole, le strade e le missioni, e poi tornare “ogni volta” ai piedi della Croce e davanti al Tabernacolo per ritrovare in Dio la sorgente dell’azione. In questa traiettoria, ha ricordato, non mancano l’esposizione al rischio e la contraddizione: presenze oranti in ambienti ostili, operatori di pace in scenari di guerra, fino a sperimentare in sé l’essere “segno di contraddizione”, talvolta fino al martirio. Leone XIV ha poi inserito un riferimento a Benedetto XVI, ricordando che l’interpretazione della Scrittura resta incompiuta se non si ascolta chi ha vissuto davvero la Parola di Dio. La tradizione profetica è quella in cui la Parola prende a servizio la vita stessa del profeta. La memoria di chi ha preceduto diventa quindi consegna di responsabilità: raccoglierne il testimone.
Il passaggio più sociale dell’omelia ha toccato la frattura crescente tra fede e vita in molte società, alimentata, ha detto il Papa, da una concezione “falsa e riduttiva” della persona. Qui il mandato ai consacrati si fa esplicitamente testimoniale: mostrare che Dio è presente nella storia come salvezza per tutti i popoli e riconoscere la sacralità concreta dei volti feriti. Leone XIV ha elencato figure precise - il giovane, l’anziano, il povero, il malato, il carcerato - affermando che ciascuno ha un “posto sacro” sull’Altare e nel cuore di Cristo, e che ogni persona è un “santuario inviolabile” davanti al quale piegare le ginocchia.
A dare carne a questa prospettiva, il Papa ha richiamato i “presidi di Vangelo” che molte comunità mantengono nei contesti più impegnativi, anche in mezzo ai conflitti. La scelta di restare, di non andarsene e di non scappare, è stata presentata come testimonianza più eloquente di molte parole: una presenza spoglia, essenziale, capace di ricordare la “sacralità inviolabile” della vita anche dove prevalgono violenza e interesse. In questa linea Leone XIV ha collegato la missione dei consacrati alle parole di Gesù sui piccoli e sulla loro dignità davanti al Padre

Nella parte conclusiva, il Pontefice si è soffermato sulla preghiera di Simeone - “Ora puoi lasciare, o Signore…” - indicandola come chiave della vita religiosa: un distacco sereno da ciò che passa, unito a una speranza radicata nei beni eterni. Simeone, che ha visto la salvezza, diventa il segno di una libertà davanti alla vita e alla morte; e Anna, che non si allontanava dal Tempio, l’immagine di uno sguardo fisso sul futuro di Dio. Leone XIV ha richiamato il Concilio Ecumenico Vaticano II: la Chiesa non avrà il suo compimento se non nella gloria celeste. Dentro questa prospettiva escatologica, ha ricordato anche il senso della Pasqua: Cristo è morto e risorto per liberare dal timore della morte. Chi lo segue più da vicino, partecipando al suo “annientamento”, può mostrare al mondo, con la libertà di chi ama e perdona, una via per superare i conflitti e seminare fraternità.
La conclusione dell’omelia è stata un ringraziamento e un incoraggiamento: la Chiesa, nel giorno dedicato alla Vita Consacrata, riconosce nei consacrati un fermento di pace e un segno di speranza, affidando la loro opera all’intercessione di Maria Santissima e dei santi fondatori e fondatrici, mentre sull’Altare si rinnova l’offerta della propria vita a Dio.
s.E.S.
Silere non possum