Gerusalemme non è soltanto il simbolo religioso di tre fedi. In queste settimane è diventata anche il luogo in cui la guerra del Medio Oriente mostra con più evidenza il suo carattere totalizzante: non colpisce soltanto i fronti militari, ma investe il tessuto civile, i luoghi di culto, i percorsi della preghiera, la vita quotidiana delle comunità cristiane. Il dato più impressionante, per la cristianità, è che dal 28 febbraio il Santo Sepolcro è chiuso e non è consentito celebrarvi Sante Messe e liturgie. Padre Ibrahim Faltas ha riferito che una chiusura così lunga e continuativa non si era mai verificata, neppure nei momenti più difficili del passato recente, e che ora risultano a rischio perfino le celebrazioni della Settimana Santa.
Il Santo Sepolcro, per i cristiani, non è un santuario tra gli altri: è il cuore stesso della memoria pasquale. La sua chiusura durante la Quaresima produce un effetto che è insieme spirituale, ecclesiale e politico. Dice che la guerra è arrivata fino al centro della città santa. Dice che neppure il luogo che custodisce il Golgota e la tomba vuota può più essere considerato estraneo alla spirale della violenza. Padre Faltas ha spiegato che alle autorità israeliane è stata intensificata la richiesta di poter almeno celebrare il Triduo pasquale fra quelle mura, ma finora non è stato possibile. Non è un problema per i sionisti come Benjamin Netanyahu.
A rendere ancora più grave il quadro è quanto accaduto nei giorni scorsi nella Città Vecchia. Il 16 marzo frammenti di missili balistici lanciati dall’Iran e detriti degli intercettori israeliani sono caduti nell’area dei luoghi santi di Gerusalemme. Alcuni pezzi di metallo sono finiti nei pressi del Santo Sepolcro, raccontano i frati, sulla spianata di Al-Aqsa/Monte del Tempio e in altri punti della Città Vecchia. Non risultano danni gravi alla basilica stessa, ma le immagini diffuse mostrano un grande componente metallico rimosso da un tetto adiacente al complesso del Santo Sepolcro.
Qui si comprende bene la differenza tra il monumento e il contesto che lo circonda. Il Santo Sepolcro, in senso stretto, non sarebbe stato devastato; ma la guerra è arrivata a pochi metri dal luogo più sacro del cristianesimo. E non si tratta di un episodio isolato. Nei giorni precedenti, frammenti di un missile intercettato erano caduti vicino alla scuola elementare della Custodia di Terra Santa presso la Porta di Jaffa e anche al Campo dei Pastori di Beit Sahour. L’edificio scolastico era vuoto, perché le lezioni sono sospese proprio dal 28 febbraio, ma il significato dell’accaduto resta enorme: la violenza ha colpito un’area educativa cristiana nel cuore della città.
Per questo oggi non si può parlare del Santo Sepolcro separandolo dal resto della Terra Santa. La chiusura della basilica e il pericolo sui luoghi santi sono il riflesso visibile di una crisi più larga che tiene insieme Gerusalemme, Gaza, Cisgiordania e Libano. Le parole del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, intervenuto in collegamento con la fondazione Oasis, hanno riportato l’attenzione proprio su questo: mentre l’escalation con l’Iran incendia il Medio Oriente, il dramma di Gaza rischia di uscire dai radar dell’opinione pubblica, pur restando devastante. Pizzaballa ha denunciato la “manipolazione del nome di Dio” per giustificare la guerra, definendola “il peccato più grave” di questo tempo, e ha ribadito che “non ci sono nuove crociate”. Dio, ha detto, è con chi muore e con chi soffre.
Il patriarca ha poi tracciato un quadro umanitario inquietante: il 53% della Striscia è sotto controllo diretto israeliano, il 47% sotto controllo di Hamas; l’80% di Gaza è distrutto e la ricostruzione non è ancora cominciata. Ha parlato di carenza di medicinali, persino degli antibiotici di base, di persone costrette a vivere “letteralmente nelle fognature, nelle tende”, di scuole quasi tutte distrutte, di valichi praticamente chiusi agli aiuti. Sono parole che non descrivono soltanto una crisi umanitaria, ma il logoramento progressivo di ogni struttura civile.
I dati delle agenzie umanitarie internazionali confermano la gravità della situazione. L’OCHA segnala che in Cisgiordania si sono intensificate chiusure di checkpoint e cancelli stradali, interrompendo i collegamenti tra comunità e governatorati, mentre gli attacchi violenti continuano a causare vittime, sfollamenti e danni. Sul fronte Gaza, l’UNRWA riferisce che le autorità israeliane impediscono da mesi all’agenzia di introdurre direttamente aiuti e personale umanitario nella Striscia. La WHO ha avvertito che le scorte mediche sono a livelli critici e che, dopo la sospensione delle evacuazioni mediche dal 28 febbraio, oltre 18.500 pazienti a Gaza necessitano urgentemente di cure non disponibili localmente.
Anche la riapertura di Rafah non ha finora rappresentato una vera svolta. Già a inizio marzo l’OCHA registrava evacuazioni mediche limitate, mentre nelle ultime ore il valico è stato riaperto soltanto per un traffico passeggeri molto ristretto, senza passaggio di merci, e che oltre ventimila persone attendono ancora di poter uscire per cure. In altre parole: anche quando il corridoio si apre, non si apre alla vita ordinaria di una popolazione, ma appena alla sopravvivenza di una parte minima dei malati.
La crisi, inoltre, pesa in modo crescente anche sui cristiani di Terra Santa. Pizzaballa ha denunciato gli attacchi quasi quotidiani di coloni contro palestinesi, “anche cristiani”, in Cisgiordania. Ha parlato di permessi cancellati, mobilità quasi impossibile e iniziative legislative che rischiano di penalizzare ulteriormente la popolazione palestinese. Ha richiamato anche il nodo delle scuole cristiane di Gerusalemme, che non riescono a essere raggiunte da oltre duecento insegnanti cristiani residenti a Betlemme.
Il punto più serio, allora, è che la Terra Santa non sta vivendo soltanto una fase di emergenza. Sta entrando in una condizione di usura profonda, nella quale la guerra diventa ambiente, abitudine, pressione continua. La chiusura del Santo Sepolcro rende tutto questo plasticamente visibile: la fede non viene cancellata, ma compressa; i luoghi santi non vengono soltanto minacciati, vengono sottratti alla loro funzione; la città della Pasqua si ritrova a misurare i tempi liturgici con quelli delle sirene, dei detriti, dei permessi negati, dei valichi serrati.
Per questo l’appello che sale da Gerusalemme non riguarda solo la tutela dei santuari. Riguarda la possibilità stessa di restare umani dentro una guerra che continua a produrre macerie materiali e morali. E riguarda anche la responsabilità di non lasciare Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme e il Libano scivolare nella categoria delle crisi permanenti che il mondo finisce per considerare normali. In Terra Santa, oggi, il problema non è solo che il Santo Sepolcro sia chiuso. Il problema è che la guerra sta provando a chiudere tutto: i luoghi, i passaggi, gli aiuti, le scuole, le relazioni, perfino l’orizzonte della pace.
f.G.B.
Silere non possum