Pavia - Per capire il caso Garlasco non bisogna partire da via Pascoli. Bisogna partire da molto più lontano.

Bisogna partire dal 1215, dalla Magna Carta, dalla radice di una civiltà giuridica che nel mondo anglosassone ha sedimentato per ottocento anni una sola idea: che lo Stato non ha diritto di entrare nella vita del cittadino senza un onere probatorio preciso, rigoroso, insuperabile. Che il sospetto non è una prova. Che la pressione non è un metodo. In Italia quella tradizione non esiste. Esiste la tradizione opposta: quella del diritto romano inquisitorio, in cui lo Stato ricerca e il cittadino subisce; quella del Codice Rocco, scritto sotto il fascismo e mai davvero ripudiato dalla Repubblica che avrebbe avuto ogni ragione di farlo. C'è qualcosa di grottesco, in questo. A Bologna - città che si vuole antifascista per statuto, per vocazione, per riflesso pavloviano - ho visto coi miei occhi, negli anni dell'università, i ragazzi attorno alla facoltà di Giurisprudenza con “Lotta Comunista” sotto il braccio urlando "fassisti". Gli stessi ragazzi che hanno studiato su un codice scritto da un ministro di Mussolini, senza che nessuno, in quel Paese, sentisse il bisogno di prenderne le distanze.

Fu proprio a Bologna, mentre terminavo i miei studi, che mi dedicai a un lavoro che nessuno aveva ancora trovato la pazienza di fare: raccogliere, ordinare e mettere a sistema tutte le norme e le modifiche apportate dai vari pontefici al diritto processuale dello Stato della Città del Vaticano, costruendo un corpus unitario del Codice di Procedura Penale Vaticano. Un lavoro certosino, nel senso più letterale del termine. Fu lì che incontrai il codice Aprile-Finocchiaro, e di conseguenza mi occupai anche dello Zanardelli - il codice penale italiano che il Rocco aveva sostituito. Solo allora capii con esattezza di cosa si trattasse: non di un'evoluzione, ma di una regressione. Il codice che l'Italia ha oggi è peggiore di quello che aveva prima. E per fortuna - questa non è una boutade, è una constatazione storica - il Vaticano non ha mai recepito il Rocco. C’è la tradizione di Tangentopoli, che negli anni Novanta trasformò in sistema ciò che prima erano abusi episodici: le intercettazioni ai giornali, la detenzione come leva, il processo televisivo come anticamera di quello vero. La magistratura italiana uscì da quella stagione convinta di essere un contropotere legittimo. Non era un contropotere. Era un potere senza contrappesi. Ed è su questo substrato che, in ogni grande scandalo giudiziario italiano, si perpetua lo stesso film. La macchina smette di cercare la verità e comincia a cercare un colpevole. Non il colpevole. Un colpevole. Uno qualsiasi, purché convinca. Purché chiuda la pratica. Purché eviti allo Stato l'unica ammissione che non può permettersi: di avere sbagliato dall'inizio.

Il caso Garlasco è entrato in quella fase. Di nuovo. O forse - e questa è la tesi che occorre avere il coraggio di sostenere - non ne è mai davvero uscito. Il 7 maggio 2026 la Procura di Pavia ha chiuso le indagini su Andrea Sempio, trentottenne amico del fratello di Chiara Poggi, accusato di averla uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli. Il procuratore capo Fabio Napoleone ha contestato a Sempio l'omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti. Contemporaneamente, ha annunciato che gli atti saranno inviati alla Procura Generale di Milano per sollecitare la revisione della condanna di Alberto Stasi, che sta finendo di scontare sedici anni di carcere. Si legga questa sequenza con attenzione, perché nella sua brutalità asettica contiene tutto.

Ma bisogna sapere che non è la prima volta che Sempio finisce nel mirino. Nel 2017 il GIP di Pavia aveva già archiviato una prima indagine a suo carico, accogliendo la richiesta del procuratore aggiunto Mario Venditti, il quale aveva categoricamente escluso ogni responsabilità dell'indagato, liquidando l'iniziativa come un tentativo inconsistente della difesa di Stasi di trovare un colpevole alternativo. Caso chiuso, si disse. Definitivamente chiuso.

Poi è arrivata la Procura di Brescia, con un'ipotesi che trasforma l'intera vicenda in qualcosa di ancora più oscuro: che quella archiviazione del 2017 non fosse il frutto di una valutazione giuridica, ma di un pagamento. Tra i 20 e i 30mila euro, secondo l'accusa, versati dal padre di Sempio allo stesso Venditti per orientare l'esito dell'indagine. A sostenerlo, tra le altre cose, un appunto trovato in casa Sempio: "Venditti gip archivia per 20-30 euro."

Questa è la vera architettura del caso Garlasco. Non la storia di un colpevole che sfugge alla giustizia, né quella di un innocente perseguitato - o almeno, non solo. È la storia di un sistema giudiziario che si corrompe in entrambe le direzioni: prima archivia, forse a pagamento; poi riapre, sotto la pressione di nuove procure e nuovi protagonisti. E in entrambi i casi il meccanismo è opaco, autoreferenziale, e non risponde a nessuno. La corruzione, qui, non è un incidente. È la regola.

Lo Stato italiano ha tenuto un uomo in carcere per sedici anni. Ha costruito su di lui un edificio accusatorio, lo ha portato all'assoluzione, lo ha ribaltato in Cassazione, lo ha condannato, lo ha incarcerato. E ora, mentre quell'uomo finisce di espiare una pena che l'accusa stessa mette implicitamente in discussione trasmettendo gli atti per la revisione, punta il dito su qualcun altro. Come se bastasse. Come se la progressione di un errore ne annullasse la gravità, anziché moltiplicarla. Il carcere, in questa logica, diventa una porta girevole: uno entra mentre l'altro esce, e il meccanismo si autolegittima nel movimento stesso, senza che nessuno sia chiamato a rispondere di nulla. Ma la domanda che nessuno vuole formulare è più semplice e più feroce di qualsiasi tecnicismo giuridico: se lo Stato si è sbagliato - e l'invio degli atti per la revisione è un'ammissione implicita che qualcosa non torna - perché non lo dice? Perché non si ferma, non fa un passo indietro, non restituisce ai cittadini almeno la dignità di una verità? La risposta è che uno Stato che ammette i propri errori deve anche assumersene le conseguenze. E questo Stato non è attrezzato per farlo - né culturalmente né istituzionalmente. Preferisce un nuovo indagato a una vecchia confessione. Preferisce un altro processo all'unica cosa che servirebbe: la responsabilità.

Il metodo: intercettare tutto, pubblicare il necessario

L'intercettazione di Sempio in auto, datata 12 maggio 2025, è emersa sui giornali subito dopo il suo interrogatorio del 6 maggio 2026, in cui l'indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere. La tempistica è chirurgica. La sostanza è illegale. In Italia esiste una legge che vieta la pubblicazione di atti coperti da segreto investigativo. Esiste, viene citata nei convegni, viene invocata nei momenti di indignazione collettiva. Poi svanisce nel nulla ogni volta che una procura ha interesse a orientare l'opinione pubblica. Perché bisogna chiamare le cose col loro nome: il materiale investigativo non arriva ai giornali per caso. Non vola fuori dai fascicoli per opera dello Spirito Santo. Arriva perché qualcuno lo porta. E quell'ente che può farlo - l'unico con accesso sistematico agli atti - si chiama Procura.

Il rapporto tra procure e stampa in Italia non è qualcosa di oscuro e preoccupante. È un'alleanza. I magistrati forniscono notizie riservate; i giornali pubblicano costruendo il clima; i magistrati restano coperti perché la pubblicazione è nell'interesse di entrambi. Le intercettazioni vengono svelate, i soliloqui in auto diventano titoli, le frasi strappate dal contesto diventano prove morali agli occhi del pubblico prima ancora che processuali davanti a un giudice. Andrea Sempio ha vissuto mesi sotto questa pressione. Come Alberto Stasi prima di lui. Come chiunque finisca nella disponibilità di questa macchina. Il problema non è la notizia. È la funzione che la notizia svolge: sostituire il processo. Costruire il condannato prima della sentenza. Rendere superflua la difesa.

La scena del crimine che non c'era più

Ma c'è un'altra questione che nessuno sembra voler affrontare. La questione originaria. Quella che rende l'intera vicenda giudiziaria di Garlasco un monumento all'irresponsabilità istituzionale. Quella mattina del 13 agosto 2007, nella villetta di via Pascoli entrarono i Carabinieri. Entrarono senza protocollo, senza la competenza necessaria per gestire una scena del crimine di quella complessità, e la contaminarono irrimediabilmente. Le prove furono compromesse, le tracce alterate, la catena di custodia spezzata prima ancora di cominciare. Su quella scena del crimine distrutta si è poi costruito tutto: le assoluzioni, le condanne, le revisioni, le nuove indagini, le nuove intercettazioni, i nuovi indagati. Nessuno - né la Procura di Vigevano, né quella di Pavia, né quella di Canicattì - ha mai voluto guardare lì. Nessuno ha avuto il coraggio di dire che il problema di Garlasco si chiama incompetenza investigativa, che porta nomi e gradi, e che alcune di quelle persone ancora oggi compaiono nei salotti televisivi a difendere il proprio operato con un'arroganza che, in un Paese normale, sarebbe inconcepibile. In un Paese normale, chi distrugge le prove di un omicidio risponde delle conseguenze di quella distruzione. In Italia riceve il rango e va in televisione a difendere il proprio distintivo e il proprio “grado”.

Il sistema e i suoi beneficiati

In Italia la giustizia non è uguale per tutti. È uguale per chi non conosce nessuno. Se hai l'accesso giusto - se sei il giornalista utile, il nome che può tornare comodo, la persona che garantisce copertura - la macchina lavora per te. Se sei un cittadino qualunque intrappolato nell'ingranaggio, sei numeri in un fascicolo. Uno qualsiasi. E se la tua controparte conosce le persone giuste, puoi star certo che la macchina si metterà in moto con una solerzia che non avresti mai immaginato - ma nella direzione sbagliata. Perché in Italia il problema non è solo che la giustizia sia lenta. È che sa essere rapidissima, selettiva, chirurgica - quando serve alla persona giusta. Se sei tu la vittima, se sei tu quello che ha subìto, puoi anche morire aspettando. Non gliene importerà nulla a nessuno. Il fascicolo resterà aperto sul fondo di qualche scrivania, sotto altri fascicoli, in attesa di una prescrizione che farà il lavoro che nessun magistrato ha avuto interesse a fare.

Diciotto anni dopo il delitto di Garlasco, un uomo è accusato di omicidio sulla base di intercettazioni ambientali registrate nella sua auto mentre parlava da solo, di analisi del DNA definite dalla stessa genetista come non risolutive circa la modalità di trasferimento, e di un'impronta che era già stata esclusa dall'incidente probatorio. Su questo si chiede un processo. Su questo si costruisce una campagna mediatica. Non è giustizia. È la replica di un errore con un nuovo protagonista. Ed è, in fondo, l'unica cosa che questo sistema sa fare davvero: replicare. Perché la tradizione inquisitoria non cerca la verità - cerca una conclusione. Non importa su chi cada, purché cada. Lo Stato romano prima, quello napoleonico poi, quello fascista del Codice Rocco infine: fili diversi della stessa trama, tessuta per secoli attorno a un'unica certezza implicita, che il cittadino esiste per essere interrogato, non per essere protetto. Lo Stato italiano non ha il coraggio di ammettere che Garlasco è anzitutto un fallimento dello Stato. Proprio come è un fallimento dello Stato il caso David Rossi a Siena. Che i responsabili di quel fallimento non sono stati processati. Che i sedici anni di Alberto Stasi - ammesso e non concesso che l'istanza di revisione venga accolta - non torneranno mai. E che Andrea Sempio, qualunque cosa emerga al processo, ha già subito una condanna: quella della piazza, orchestrata da chi dovrebbe, per legge e per etica, tacere.

Dall'antica Roma a oggi, la sostanza non è cambiata. È cambiata la forma. Sono cambiati i nomi sui fascicoli. Ma la logica è rimasta intatta: trovare un colpevole, qualunque colpevole, pur di non ammettere che il vero problema siede dall'altra parte del tavolo. Ma per tutto questo nei comunicati ossessivi di alcune Procure non c’è spazio.

M.P.
Silere non possum

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