Partiamo dalla cifra, perché è quella che conta quando una famiglia fa i conti a settembre. Affittare una stanza singola in una grande città universitaria italiana oggi vuol dire mettere a bilancio, da sola, tra i 500 e i 730 euro al mese. Spese spesso escluse. Per nove o dieci mesi l'anno. Per un letto, una scrivania e l'uso condiviso di cucina e bagno.
Le ultime rilevazioni di Immobiliare.it Insights, aggiornate alla primavera 2026, collocano Milano in testa con una media intorno ai 729 euro mensili per una singola, seguita da Firenze (circa 625), Roma (intorno ai 600-609) e Bologna (poco sotto, sui 599). Le forchette cambiano a seconda della fonte e del mese - l'osservatorio Locare per Milano segnala un intervallo 630-732 euro, con punte oltre gli 840 nelle zone più richieste - ma la direzione è una sola: in quattro o cinque anni i canoni delle stanze sono cresciuti più di quelli di monolocali e bilocali, segno di una domanda che spinge in modo anomalo proprio sul segmento più povero del mercato. A Bologna l'aumento dal 2020 è stimato intorno al 37 per cento; a Roma supera il 40.
Dove fa più male
Le medie cittadine nascondono divari enormi tra quartiere e quartiere. A Milano le zone più care sono quelle centrali e ben collegate: l'area Garibaldi–Porta Nuova, Porta Romana, la fascia Centrale–Repubblica, dove per una singola si arriva a chiedere oltre 740 euro. A Roma comandano Testaccio–Trastevere e Parioli–Flaminio, entrambe ben oltre i 650-690 euro, con il Centro storico sulla stessa linea. A Bologna, città piccola e a fortissima densità studentesca, il problema non è tanto la forbice tra quartieri quanto l'assenza fisica di stanze: la domanda satura l'offerta mesi prima dell'inizio delle lezioni, e chi non trova in centro finisce in provincia o pendola.
Il risultato pratico è che migliaia di studenti cominciano la caccia alla stanza già a primavera, accettano contratti capestro pur di non restare senza tetto, oppure ripiegano su comuni limitrofi allungando tempi e costi di trasporto.
Perché costa così tanto: non è solo "il mercato"
Il prezzo elevato non dipende soltanto dal fatto che molti privati facciano la cresta sulle spalle degli studenti: è il sintomo di un sistema nel quale l’alternativa pubblica, nei fatti, non esiste. In Italia i posti letto nelle residenze universitarie coprono circa il 10 per cento degli studenti fuori sede, quando va bene. Nelle grandi città il dato crolla: a Milano le residenze pubbliche garantiscono una copertura intorno al 4 per cento a fronte di oltre 128 mila iscritti fuori sede; a Roma siamo su percentuali analoghe; a Napoli si scende sotto il 2. In diverse città universitarie i posti del diritto allo studio sono poche centinaia, in alcune addirittura inesistenti. Chi non rientra in quel 5-10 per cento ha una sola strada: il mercato privato. E un mercato senza valvola di sfogo pubblica fa i prezzi che vuole.
A questo si aggiunge la concorrenza degli affitti brevi turistici: nelle città d'arte, affittare una stanza a settimana a un turista rende più che a uno studente per dieci mesi. Ogni appartamento che passa al circuito turistico è offerta sottratta ai fuori sede.
Il piano che doveva risolvere tutto
La risposta istituzionale è arrivata con il PNRR: la Riforma 1.7 prometteva 60 mila nuovi posti letto entro il 2026, con oltre un miliardo di euro stanziato. Il traguardo è oggi sostanzialmente mancato. Secondo il dossier dell'Unione degli Universitari e della CGIL - eloquentemente intitolato È tutto sbagliato - i posti effettivamente finanziati dai decreti si fermavano intorno agli 11 mila, una frazione del promesso, e concentrati in poche città del Nord. La scadenza è stata spostata a maggio 2027 e l'attuazione affidata in larga parte a Cassa Depositi e Prestiti con nuovi bandi. Ma la critica più dura riguarda il come. Il modello scelto incentiva soggetti privati a mettere a disposizione posti letto in cambio di contributi pubblici (quasi 20 mila euro a posto) e dell'impegno a tenere canoni calmierati - almeno il 15 per cento sotto il mercato - soltanto per dodici anni. Dopodiché si torna ai prezzi liberi. Diverse inchieste hanno inoltre rilevato che in molte regioni una stanza in uno studentato "PNRR" costa, a conti fatti, più di una singola sul mercato privato: il Ministero replica che nel prezzo sono compresi utenze e servizi, ma il paradosso di residenze costruite con denaro pubblico e rivolte a una fascia di studenti benestante resta sul tavolo. È quello che gli studenti, in piazza, chiamano "studentati di lusso".
Il sommerso che nessuno conta
C'è infine la parte che non entra nelle statistiche: il nero. Con la domanda che eccede l'offerta, una quota consistente di contratti scivola fuori dalle regole - affitti senza registrazione, cifre dichiarate più basse del reale, cauzioni informali, clausole irregolari. Le rilevazioni degli studenti parlano di una difficoltà diffusa ad arrivare a fine mese e di un mercato dove la regolarità contrattuale diventa merce di scambio. È un sommerso che danneggia tutti - studenti senza tutele, proprietari onesti, casse dello Stato - e che la pressione sui prezzi alimenta strutturalmente.
In sintesi
Lo studente fuori sede medio, oggi, paga per una stanza una cifra che in molte città europee comprerebbe un piccolo monolocale, dentro un mercato dove lo Stato ha rinunciato a fare da calmiere e ha delegato ai privati una funzione sociale, ottenendo prezzi alti e tutele a tempo. I conti, alla fine, li fanno le famiglie. Diecimila euro l'anno per una stanza in condivisione, prima ancora dei libri, della mensa, dei trasporti. Per chi quei soldi non li ha, l'università più vicina diventa l'unica università possibile. E così il diritto allo studio, sulla carta garantito a tutti, si decide a settembre anche davanti a un contratto d'affitto (se va bene).
S.G.
Silere non possum