Roma - Gli abusi di coscienza dentro i seminari e, più in generale, nelle realtà formative ecclesiali, finiscono spesso per essere assorbiti come un dato di fatto, quasi una fisiologia del percorso. Perfino nei discorsi che si scambiano tra preti e seminaristi, certe dinamiche vengono archiviate come “normali”: un prezzo inevitabile della formazione, una durezza necessaria, una disciplina che “tempera”. Se ne parla sottovoce, ci si sfoga nei corridoi, si annotano disagi e ferite, ma raramente qualcuno trova il coraggio - e soprattutto lo spazio reale - per dirlo in pubblico.
Il sistema, per come è congegnato, non agevola l’emersione: la ostacola. Non illumina i fatti, li anestetizza; non apre varchi di verità, li sigilla. E quando un seminarista se ne va, soprattutto se lo fa in rottura con il rettore o con il vescovo, il riflesso dell’autorità è quasi sempre lo stesso: trasformare l’uscita in una colpa, e chi se ne va in un caso umano da screditare. «Eh, voleva fare ciò che voleva», si ripete con la semplicità spietata delle formule che assolvono chi comanda e condannano chi ha ceduto. Eppure, non di rado, la realtà è un’altra: non capriccio, ma coscienza che non regge più l’urto di un sistema confuso; non ribellione, ma il tentativo di sottrarsi a una pressione che chiede obbedienza senza discernimento e spesso manipola ciò che viene consegnato in confidenza per farne un giudizio ed una valutazione al momento degli scrutini.
Allo stato attuale, sono poche le case di formazione in cui il formatore mantiene realmente distinta la linea tra foro interno e foro esterno, e in cui la vocazione viene valutata secondo criteri verificabili, oggettivi, e dunque discutibili e controllabili. Molto più spesso, invece, i piani si mescolano: il giudizio sul candidato scivola dalla sostanza alla relazione, dalla realtà ai rapporti, e finisce per dipendere da simpatie, da affinità, da vicinanze di pensiero, da appartenenze implicite. È lì che la formazione smette di essere luogo di libertà e diventa un recinto: non orienta, seleziona; non accompagna, plasma; non educa la coscienza, la addestra.
Il Codice e gli abusi
Il Codice di Diritto Canonico, al canone 985, stabilisce: «Il maestro dei novizi e il suo aiutante, il rettore del seminario o di un altro istituto di educazione, non ascoltino le confessioni sacramentali dei propri alunni, che dimorano nella stessa casa, a meno che gli alunni in casi particolari non lo chiedano spontaneamente». Si tratta di una norma che, nella sua formulazione attuale, appare troppo lassista e permissiva. Proprio quel riferimento ai “casi particolari” e alla richiesta “spontanea” apre uno spazio ambiguo, che nella prassi concreta diventa terreno fertile per pressioni indebite, confusione dei fori, dipendenze interiori e, in non pochi casi, abusi spirituali. Non è un caso che, soprattutto a seguito dello scandalo sollevato da Silere non possum nel 2022, relativo alla vicenda di Marko Rupnik, il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, abbia annunciato la costituzione – ancora sotto il pontificato di Papa Francesco - di una commissione incaricata di lavorare all’introduzione di un nuovo delitto nel Codice di Diritto Canonico: quello degli abusi spirituali.
A quel progetto normativo stava lavorando anche il prefetto del Dicastero per i Testi Legislativi, monsignor Filippo Iannone, allora coinvolto in modo diretto nel coordinamento dei lavori, insieme allo stesso Dicastero per la Dottrina della Fede. Si tratta, senza dubbio, di un progetto importante. Tuttavia, ancor prima di introdurre nuove fattispecie di delitto, sarebbe necessario mettere mano ai canoni già esistenti, correggendo norme che, così come sono, espongono a gravi rischi sistemici. Il canone 985, in particolare, meriterebbe una revisione radicale, fino a prevedere un divieto assoluto, senza eccezioni. La domanda, infatti, è: chi decide quali siano i “casi particolari”? Nella dinamica tipica degli abusi spirituali, spesso sono proprio le persone più vulnerabili a “chiedere” ciò che, in realtà, è stato indotto, suggerito, reso inevitabile da un contesto fortemente asimmetrico. Quel “spontaneamente”, molto spesso, spontaneo non è. Basti pensare a un rettore di seminario che - e i casi esistono - si rivolge a un candidato con bonomia: «Ma sì, tranquillo, se vuoi confessarti puoi confessarti da me». Una frase che suona come disponibilità e vicinanza ma che in realtà introduce una pressione sottile, perché insinua un’aspettativa. E non dovrebbe essere consentito: se il seminarista rifiuta, nella mente di un rettore già problematico - capace di usare il ruolo come leva - può nascere immediatamente un sospetto: “ha qualcosa da nascondere”. In quel momento la libertà interiore non è più tale; diventa una prova da superare, un test di affidabilità, un indice di docilità. All’interno di comunità formative come i seminari o i conventi, il concetto stesso di spontaneità dovrebbe essere maneggiato con estrema cautela. Molti giovani accedono a queste realtà con le migliori intenzioni, con uno spirito aperto, fiducioso, pronti a consegnarsi completamente nelle mani dei superiori, convinti che ciò faccia parte del cammino di discernimento e di obbedienza. La storia, però, racconta altro. Racconta che proprio questa disponibilità totale, quando non trova contropoteri reali, garanzie giuridiche e confini chiari, può diventare una trappola. Per questo, anche quando nella Ratio fundamentalis si insiste sulla necessità che i giovani siano trasparenti, sinceri, aperti e docili alla formazione, il problema decisivo resta spesso chi riceve quella apertura, con quali strumenti, con quale controllo.

La fraternità Sacerdotale San Carlo Borromeo
È in questo quadro che si inserisce l’inchiesta che Silere non possum ha annunciato nelle scorse settimane sulla Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo, una realtà nata all’interno del movimento di Comunione e Liberazione e fondata da don Massimo Camisasca, oggi al centro di numerose segnalazioni e racconti che riguardano abusi di coscienza, dinamiche formative distorte e un esodo crescente di sacerdoti e seminaristi, soprattutto negli ultimi anni.
Origine, carisma e struttura della Fraternità San Carlo Borromeo
La Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo (in latino Sacerdotalis fraternitas missionariorum a Sancto Carolo Borromeo), comunemente indicata come Fraternità San Carlo, è una società clericale maschile di vita apostolica fondata il 14 settembre 1985 da don Massimo Camisasca, oggi vescovo emerito di Reggio Emilia – Guastalla. La Fraternità nasce dal carisma del movimento di Comunione e Liberazione, ispirato da don Luigi Giussani, e si struttura attorno a due pilastri dichiarati: la vita comune e la missione. L’evento simbolico che viene indicato come origine spirituale della Fraternità risale al 1984, quando, in occasione del trentennale di Comunione e Liberazione, Giovanni Paolo II pronunciò le parole: «Andate in tutto il mondo a portare la verità, la bellezza e la pace, che si incontrano in Cristo Redentore». Dal punto di vista giuridico, la Fraternità è stata eretta nel 1989 come società di vita apostolica di diritto diocesano e, successivamente, il 19 marzo 1999, come società di vita apostolica di diritto pontificio. Il fine dichiarato dell’istituto è la formazione di sacerdoti missionari destinati alle diocesi di tutto il mondo. La casa di formazione principale si trova a Roma, in via Boccea 761, con una sede distaccata a Santiago del Cile.
Don Camisasca e la Fraternità
È bene ricordare che don Massimo Camisasca ha vissuto con sofferenza la propria collocazione dentro Comunione e Liberazione, soprattutto dopo la scelta di don Luigi Giussani di affidare la guida del movimento a don Julián Carrón. Questo elemento aiuta a leggere anche alcuni snodi che Silere non possum sta ricostruendo nell’inchiesta su Comunione e Liberazione. Da allora, Camisasca ha maturato un’ostilità costante verso Carrón: sia per l’impostazione data al movimento, che a suo giudizio impediva un posizionamento politico più marcato, sia – soprattutto – perché Giussani aveva indicato proprio Carrón come riferimento per la guida. Questa frattura ha inciso anche sul modo in cui Camisasca ha formato i sacerdoti della Fraternità San Carlo, ripetendo negli anni un messaggio diventato quasi un ritornello: sì, Giussani ha detto, ma ciò che Giussani ha detto va anche riletto, corretto, “aggiustato” negli errori. E quando Carrón è diventato il punto di riferimento del movimento, Camisasca ha iniziato a sostenere che il “vero pensiero” di Giussani i sacerdoti della San Carlo avrebbero dovuto apprenderlo dentro la Fraternità, perché nel movimento – secondo lui – Carrón stava imponendo un indirizzo che non poteva essere accettato.
Camisasca è sempre stato indicato, da chi lo ha conosciuto da vicino e da chi ne ha seguito il percorso, come una figura molto prossima ad ambienti politici e a contesti apertamente politicizzati. Quando Silere non possum ha iniziato a ricostruire - documentando - il suo schieramento interno a Comunione e Liberazione, la reazione di Camisasca non è stata una smentita nel merito. Al contrario, ha scelto una risposta indiretta ma eloquente: ha fatto ripubblicare sul sito della Fraternità un suo intervento sulla politica, con un sottotesto che molti hanno letto come una rivendicazione: “Sì, quello che dite è vero, e me ne vanto”.
Nel racconto di più persone ascoltate, questo si è tradotto in un modello di governo fortemente accentrato. Camisasca viene descritto come un uomo incline a mantenere controllo e direzione sulle scelte: la libertà di decisione risulta, di conseguenza, molto ristretta. «Una persona che non ti molla facilmente», spiega un prete della San Carlo. «Ha sempre scelto preti molto giovani, facilmente indirizzabili, per poter fare da rettore del seminario, guidare gli altri. Questo perché il prete giovane solitamente obbedisce, si affida e poi è felice di essere scelto dal superiore», spiega un membro della Fraternità a Silere non possum. «Tralasciando l’esperienza di Don Attanasio, tutti gli altri erano sempre giovanissimi e inesperti. Il criterio della scelta era quello della “maturità”, ovvero se seguivi tutto ciò che ti dice il superiore», conferma un altro sacerdote.
Negli ultimi anni, però, i numeri raccontano un’altra traiettoria: sono più coloro che hanno lasciato il seminario o la Fraternità rispetto a quelli che ne sono usciti arrivando all’ordinazione e restando stabilmente dentro l’istituto. L’ambiente è piccolo, chiuso, segnato da un clima particolare, e diversi sacerdoti accettano di parlare solo a condizione di restare anonimi. Un prete, ad esempio, si confida con Silere non possum chiedendo che il suo nome non venga mai pubblicato: «Perché questi sono vendicativi», dice.
Schiacciare l’anima
Chi vive davvero la realtà seminariale conosce bene queste dinamiche, perché sono fatte di dettagli e di sguardi, di allusioni e di deduzioni. Pensiamo, ad esempio, al seminarista che è in stato di peccato e, alla Santa Messa della comunità, non si accosta alla Comunione. In un contesto piccolo, dove tutto è osservato, quel gesto diventa immediatamente un fatto pubblico: se ne parla, lo si nota, i formatori lo registrano. Qualcosa che appartiene al foro interno, alla coscienza, produce un effetto immediato sul foro esterno. È anche per questo che il diritto, in determinate circostanze, prevede la possibilità - proprio per evitare scandalo e letture distorte - di comunicarsi anche quando non si è in grado di confessarsi subito. Ma nelle comunità dove si annida una cultura abusante, questo non viene spiegato: al contrario, si irrigidisce la prassi, si impone una regola sommaria e talvolta si arriva a vietare esplicitamente l’accesso all’Eucaristia a chi è in peccato, trasformando il sacramento in un dispositivo di controllo, e la coscienza in un territorio sorvegliato. Questa, ad esempio, è una pratica che alcuni raccontano essere avvenuta nella Fraternità San Carlo.
«Spesso con il rettore ci sono incontri assidui: passeggiate, colloqui, appuntamenti che, di fatto, diventano più frequenti persino di quelli con il padre spirituale. All’inizio sembrano conversazioni tra amici: parli di come vedi la comunità, di come ti trovi con i confratelli, con i superiori, con chi cucina; racconti degli studi, della giornata, delle fatiche ordinarie. Il problema è che, se ogni settimana incontri il rettore, a un certo punto gli argomenti finiscono. E allora si scende, quasi inevitabilmente, in un foro che non è più solo quello esterno: si entra in profondità. Quelle cose, poi, restano in mano al rettore, che può farne ciò che vuole», racconta un seminarista.
Un altro profilo, che dalle testimonianze emerge con insistenza, riguarda le modalità della formazione e il modo in cui l’identità della Fraternità si è progressivamente configurata. La San Carlo nasce nel solco del carisma di don Giussani, ma - secondo più testimonianze di seminaristi e sacerdoti - nella prassi quotidiana si è strutturata soprattutto attorno alla figura di don Massimo Camisasca. Nei primi anni, raccontano, ai seminaristi e ai sacerdoti vengono consegnati in modo sistematico libri e scritti di Camisasca, che diventavano griglia interpretativa, lessico condiviso, criterio di lettura della vita comunitaria e della vocazione.

Don Paolo Sottopietra: un carattere difficile
Ai seminaristi e ai sacerdoti che sollevano perplessità sulla commistione tra foro interno e foro esterno, don Paolo Sottopietra risponde con un principio presentato come irrinunciabile: con i superiori «bisogna essere completamente aperti con il superiore generale e con il superiore locale» e, qualora si scelga un padre spirituale diverso dal superiore – «anche da sacerdoti» – tale scelta dovrebbe comunque essere comunicata. È un’impostazione che, nelle testimonianze raccolte, non viene percepita come semplice richiesta di trasparenza, ma come un dispositivo di controllo che restringe gli spazi di libertà interiore. «Don Paolo è una persona estremamente irascibile e non ama affatto essere contraddetto», racconta un seminarista. «Spesso vengono fatte anche domande pervasive sulla sfera sessuale e c’è un modo di agire quasi settario: tutto ciò che non è Fraternità viene criticato, e da ciò che sta fuori si prendono le distanze». Il racconto trova un’eco in un’altra testimonianza, raccolta da Silere non possum, che richiama alla memoria un episodio avvenuto quando Sottopietra era ancora vicario. Un sacerdote, parlando con me e con il direttore, ricorda la vicenda di un giovane che lasciò la Fraternità San Carlo e poi entrò in un seminario in Liguria. «Quel ragazzo – oggi è prete – era diventato un appestato», dice. «Noi non potevamo parlarci: era uscito, e quindi anche per i superiori e i confratelli era come se ci avesse rinnegati».
Con l’arrivo di don Paolo Sottopietra, spiegano, qualcosa è leggermente cambiato, ma non nella direzione di un riequilibrio: piuttosto in un passaggio di consegne del baricentro. Sottopietra ha avviato un processo che ricorda ciò che Camisasca imputava al movimento: ha rimesso in discussione le persone più vicine alla precedente leadership e ha iniziato a imprimere una visione propria, con un tratto percepito come sempre più vincolante.
In questo quadro viene segnalato anche un passaggio istituzionale: la modifica degli statuti per consentire un terzo mandato, nonostante lo statuto prevedesse un massimo di due. «Anche questo è avvenuto nel completo silenzio di tutti», riferisce chi lo racconta, descrivendo un clima in cui le decisioni cruciali maturano senza discussione reale e senza una percezione di controllo comunitario.
Sul terreno più delicato, quello della direzione spirituale e della distinzione tra foro interno e foro esterno, le testimonianze si fanno ancora più circostanziate. «Precedentemente i padri spirituali erano sempre esterni: persone del Movimento di CL, ma esterne al seminario e alla Fraternità San Carlo. Lentamente sono stati sostituiti con persone interne alla San Carlo e interne alla Casa di Formazione. C’erano padri spirituali che facevano anche parte del governo. Uno di questi casi è don Andrea D’Auria: riferiva che prendeva parte agli incontri che riguardavano il foro esterno dei seminaristi, ma diceva di parlare in favore dei seminaristi e non contro, di difenderli», racconta un prete. È un punto che, per chi conosce la materia, pone un problema radicale: nel foro interno non si tratta di parlare “a favore” o “contro”. Ciò che viene affidato alla coscienza e alla guida spirituale resta segreto, non può essere trasferito, richiamato, utilizzato, neppure indirettamente. Non è una questione di intenzioni; è una garanzia strutturale. Quando questa barriera si incrina, la formazione perde il suo statuto di libertà e diventa un terreno di esposizione.

Una privazione della libertà ed un controllo totale
«Al termine del primo anno, inoltre, ti chiedono di scrivere la tua vita. Ti dicono che devi essere sincero, come si ripete sempre in seminario, no? Ma intanto stai consegnando tutto nelle loro mani: stiamo parlando sempre di foro esterno ed è evidente che stai mettendo a disposizione materiali intimi, vulnerabili… E questo, chiaramente, può essere usato contro di te», spiega un sacerdote. Poi aggiunge un altro dettaglio, altrettanto significativo: «Sempre nella prima fase del percorso formativo ti fanno redigere un testamento in cui disponi per i tuoi beni, metti per iscritto la destinazione di tutto. Ovviamente disponi per la Fraternità. Un testamento che ha valore legale. Anche questo è un modo per tenerti sotto controllo».
Un’altra testimonianza tocca il tema della valutazione psicologica. «Il primo anno viene uno psichiatra che non parlava con nessuno, salvo che con il superiore. Questo ricorda chiaramente quanto avete denunciato con la questione di don Amedeo Cencini. Ciò che io dico a un professionista mi aspetto che rimanga fra me e lui, non che venga riferito al rettore del seminario», dice un seminarista, descrivendo una percezione di canali opachi tra accompagnamento clinico e governo formativo.
Il tema del controllo, inoltre, non riguarderebbe solo i giovani in formazione. «Io avevo un padre spirituale da tempo, ancor prima di entrare nella Fraternità San Carlo. Un giorno ebbi un problema, un litigio con don Paolo Sottopietra e lui mi disse che non potevo avere un padre spirituale senza il suo permesso. Non ero un seminarista: ero già ordinato da decenni», racconta un sacerdote anziano. È una frase che, per chi la pronuncia, non descrive un episodio isolato, ma una mentalità: l’idea che persino la coscienza, persino le mediazioni spirituali, debbano passare da un permesso.
Infine, anche la dimensione missionaria - che dovrebbe costituire il tratto fondativo della Fraternità - viene letta con una chiave disincantata. «Anche la presenza all’estero è funzionale a dinamiche di potere. Per anni sia don Massimo Camisasca sia don Paolo Sottopietra hanno detto che non erano compresi, non erano valorizzati, ma bisognava lavorare per poter essere, un giorno, importanti per il movimento. Si lavora più per preparare ed ottenere poi qualcosa a Roma, nei posti di potere, e non tanto per l’aspetto missionario in sé», dice un altro sacerdote. Quel momento, a quanto pare, sembra essere ora arrivato. La critica a don Julián Carrón, che era alla guida del movimento, era esplicita, costante, e non costituiva affatto un tabù: veniva espressa apertamente, normalizzata nel linguaggio quotidiano e assunta come chiave di lettura condivisa.
Le testimonianze raccolte trovano riscontro tanto tra chi oggi appartiene al Movimento e alla Fraternità, quanto tra chi ne è uscito negli anni passati. Un sacerdote, in particolare, racconta un dato che definisce “devastante”: «Sono diversi quelli che hanno addirittura abbandonato il ministero, perché la Fraternità San Carlo li ha spinti a farlo, spesso per evitare anche solo un vero esame di coscienza. Ci sono preti che oggi vivono nel tormento di aver lasciato il ministero presbiterale senza un discernimento serio, senza un accompagnamento autentico, senza il tempo e la libertà necessari». Poi aggiunge una lettura più ampia, maturata – dice – osservando negli anni numerosi casi di sacerdoti in crisi di questa realtà: «Questo accade perché la formazione è più orientata al controllo che alla ricerca reale della vocazione del singolo. Quando emergono i problemi, la prima reazione è nasconderli sotto il tappeto. Se non ci riescono, allora sbattono il tappeto in giardino e chiudono la porta». Una metafora dura, ma che restituisce l’idea di un metodo: non affrontare la ferita, ma spostarla fuori dallo sguardo comune, fino a espellere chi la porta. E la medesima cosa è stata fatta con chi «non sono riusciti a dimettere allo stato laicale ma hanno abbandonato la Fraternità e non ne vogliono più sentir parlare. Ora, se si trattasse di uno o due casi, potrebbero sostenere che erano casi particolari ma così tanti casi forse il problema non sono i singoli», spiega un prete.
d.D.V. e d.M.C.
Silere non possum