Napoli - Che cosa decide di chiedere un Paese ai suoi figli, nel giorno in cui li dichiara grandi? La risposta, ogni anno, sta nelle tracce della prima prova: e quest'anno mi è parsa più rivelatrice del solito.

Perché nella scelta di quelle proposte una nazione non misura soltanto il sapere dei suoi diciottenni, ma confessa, quasi senza volerlo, ciò che teme, ciò che rimpiange e ciò che vorrebbe affidare a chi verrà dopo. Le tracce d'esame sono uno specchio, e gli specchi non interrogano soltanto chi vi si affaccia per primo: per questo conviene leggerle anche a chi i banchi li ha abbandonati da una vita intera. Tra le proposte offerte ai candidati nella prima prova dell'esame di Stato che si celebra in Italia proprio in questi giorni, due mi hanno trattenuto più a lungo. Non per ragioni scolastiche, ma perché non parlano davvero ai soli diciottenni: parlano, con voce sommessa e insistente, a ciascuno di noi.

La domanda più bella

La prima, costruita attorno a una pagina limpida di Wenke Husmann, formula un interrogativo di rara grazia: esiste una versione adulta dell'incanto? È una domanda che merita di essere assaporata. Viviamo in un'epoca che ha imparato a spiegare quasi ogni cosa. Conosciamo il modo in cui si accende una stella e quello in cui si spegne; sappiamo perché il cielo arde di rosso al tramonto e perché l'aurora boreale incendia le notti del Nord. Ciò che ai nostri avi appariva messaggio degli dèi, noi lo riconduciamo, con tranquilla precisione, alla collisione di elettroni e di atomi. E qui sorge il dubbio che attraversa la traccia: la spiegazione uccide forse la meraviglia? Comprendere il meccanismo significa congedare l'incanto?

Io sono persuaso del contrario. La forma adulta dello stupore non è la dolce ignoranza dell'infanzia, alla quale è preclusa ogni via di ritorno, bensì qualcosa di assai più arduo e più nobile: la capacità di stupirsi nonostante la comprensione, anzi dentro la comprensione. Sapere come una cosa funziona e continuare, ciononostante, a giudicarla meravigliosa. Penso a un tramonto, al firmamento di una notte limpida, al paesaggio che si dispiega e fugge dal finestrino di un aereo. Non ci rapiscono perché custodiscano un mistero impenetrabile, ma perché racchiudono perché inesauribili: a ogni sguardo concedono un dettaglio nuovo, una sfumatura mai colta prima. La conoscenza, quando è autentica e non mera collezione di nozioni, non prosciuga la sorgente dello stupore. La rende più profonda. Il fanciullo si meraviglia perché non sa; l'adulto degno di questo nome si meraviglia perché sa, e tuttavia avverte che il sapere non esaurisce il reale.

L'elogio scomodo della fatica

La seconda traccia che mi ha fermato, tratta dalle pagine di Mario Calabresi, custodisce una parola che il nostro tempo ha quasi espunto dal proprio vocabolario: la fatica. Parola scomoda, persino sconveniente, in una civiltà che esige ogni cosa veloce, immediata, liberata da ogni attrito. La fatica intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia, è ormai guardata con sospetto, come un retaggio da cui mettere al riparo i figli più che un'eredità da consegnare loro. Si è insinuata l'illusione che si possano raggiungere traguardi senza salire alcuna erta, che il merito possa fiorire senza radici. Eppure la fatica, come ricorda Calabresi, continua a esistere, silenziosa, in chi non può permettersi di abolirla; e quei volti incompresi, che si levano all'alba e si curano del mondo senza clamore, sono forse i custodi di una verità che la retorica della leggerezza ha smarrito.

Il filo che le unisce

Non credo sia frutto del caso che meraviglia e fatica siano comparse il medesimo giorno, sotto la medesima sigla d'esame. Sono sorelle, più di quanto la distratta lettura suggerisca. Le cose che davvero ci incantano sono quasi sempre quelle che hanno preteso il più lungo travaglio: un traguardo conquistato dopo anni di studio, un'opera che si compone con lentezza, un legame edificato nel tempo e nella prova. E il medesimo vale per gli esempi più umili. Anche il fermarsi ad ammirare un tramonto è, a ben vedere, un atto di disciplina: domanda attenzione, presenza, la volontà di sottrarsi alla tirannia della fretta. Lo stupore non è un dono che piove dall'alto; è una facoltà che si coltiva, e che appassisce in chi non sa più sostare.

Vi è una terza traccia, quest'anno, che pare offrire il contrappunto a entrambe: quella che, sulla scorta di Frank Furedi, riflette sullo sfumare del confine tra le generazioni, sull'inquietudine che oggi circonda la stessa idea di età adulta, vissuta quasi come una iattura da differire il più a lungo possibile. Ed è proprio qui che le tre proposte si annodano in un'unica domanda: che cosa significhi, davvero, diventare grandi. Una cultura che teme la maturità come si teme una condanna difficilmente saprà custodire l'incanto, giacché entrambi - l'essere adulti e il continuare a stupirsi - esigono il medesimo coraggio: quello di restare, di approfondire, di durare.

Forse, allora, la vera versione adulta dell'incanto è precisamente questa: quella che sopravvive alla conoscenza, all'abitudine e alla fatica, e che da esse trae nuovo alimento anziché perdervisi. Diventare grandi non vuol dire rassegnarsi a un mondo disincantato, in cui ogni magia, una volta spiegata, si dissolve. Vuol dire, al contrario, non smarrire la capacità di meravigliarsi, nella piena consapevolezza che le cose più belle assai di rado giungono senza pena - e che proprio in questo, nel prezzo che hanno richiesto, risiede la ragione ultima del loro splendore.

s.E.S.
Silere non possum

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