La vicenda che in queste ore coinvolge l’amministrazione Trump e la Santa Sede non presenta, a ben vedere, alcun carattere di novità. Essa si colloca, piuttosto, entro una trama già osservata, già collaudata, già ampiamente disvelata. Lo si era già constatato in occasione delle false notizie circolate attorno alla visita del Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, a Papa Leone XIV, quando una notizia del tutto priva di riscontri, costruita senza il minimo rigore nella verifica e rilanciata da soggetti che si arrogano abusivamente il titolo di giornalisti, veniva utilizzata per accreditare l’idea di un attrito del tutto inesistente con la Santa Sede. Oggi quel medesimo canovaccio riappare, mutati i protagonisti, immutata l’intenzione.
Nel caso Macron, il meccanismo era stato illustrato con limpidezza da Silere non possum: da un anonimo tweet pubblicato sui social si era arbitrariamente ricavata una presunta fonte, senza neppure l’onere elementare di interpellare le parti interessate, sino a far assurgere a fatto compiuto una menzogna utile unicamente ad alimentare il conflitto mediatico. In quella vicenda si rendeva già manifesto un preciso scadimento del discorso pubblico: non un errore occasionale, non una leggerezza dettata dalla fretta, bensì una deliberata volontà di costruire artificiosamente un caso. E del resto tale impianto cadeva di fronte a un dato inequivocabile: il 2 aprile il direttore della Sala Stampa della Santa Sede aveva ufficialmente confermato che Papa Leone XIV avrebbe ricevuto Emmanuel Macron in Vaticano il 10 aprile, vale a dire proprio questa mattina. I pochi lettori di queste macchiette, che si trascinano da una redazione all’altra in cerca di una legittimazione che non hanno, sono talmente assuefatti a sciocchezze, mistificazioni e propaganda da non ricordare più neppure le fake news che questi millantatori di titoli avevano spacciato, con insopportabile sicumera, per clamorosi “scoop”.
© Vatican MediaNella polemica odierna sui rapporti fra l’amministrazione Trump e la Santa Sede riemerge, con impressionante puntualità, il medesimo schema: indiscrezioni gonfiate fino a diventare “retroscena”, allusioni presentate come prove, ipotesi trasformate con disinvoltura in verità di comodo. Il richiamo all’“Avignon papacy”, la rappresentazione di un confronto quasi ultimativo fra il Pentagono e la Santa Sede, l’idea di una pressione politica diretta sul Papa sono stati però smentiti, uno dopo l’altro, dai fatti e dalle dichiarazioni ufficiali. Proprio questa mattina la Sala Stampa della Santa Sede ha precisato: «Come confermato da Sua Eminenza il cardinale Christophe Pierre, già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, l'incontro da egli avuto con il Sig. Elbridge Andrew Colby è rientrato nella regolare missione del Rappresentante Pontificio ed ha dato l'occasione ad uno scambio di vedute circa questioni di mutuo interesse. La narrativa offerta da alcuni organi di stampa circa tale riunione non corrisponde affatto alla verità». Nella medesima direzione si collocano anche le parole dell’ambasciatore Brian Burch, il quale ha riferito di aver parlato con il cardinale Christophe Pierre e ha scritto su X: «Sono stato lieto di parlare oggi con Sua Eminenza il cardinale Christophe Pierre. Come previsto, ha confermato che le recenti ricostruzioni mediatiche del suo incontro con il sottosegretario Colby sono “fabbricazioni” “semplicemente inventate”. Considerata l’intelligenza e la serietà del signor Colby, non sono rimasto sorpreso neppure quando Sua Eminenza ha riconosciuto che durante l’incontro non vi furono minacce di alcun tipo. “È stato un incontro franco e cordiale, avvenuto due mesi fa”. Minaccia di Avignone? “Nessuna”».
Il punto, dunque, non consiste nello stabilire quale versione torni più utile a questa o a quell’altra parte politica; consiste, piuttosto, nel rilevare come anche in questo caso lo spazio pubblico sia stato immediatamente occupato da narrazioni faziose e ipertrofiche, costruite non per comprendere un episodio diplomatico, ma per piegarlo a strumento di lotta ideologica. A destra come a sinistra, il Papa viene continuamente tirato dentro uno scontro che non è il suo. Quando fa comodo dipingerlo come ostile a un leader occidentale, si esaspera ogni parola e ogni gesto. Quando fa comodo accreditarlo come interlocutore umiliato, intimidito o schierato, si forza la realtà fino a renderla irriconoscibile. Cambia il campo politico che soffia sul fuoco, ma la tecnica resta la stessa: prendere un fatto parziale, deformarlo, inserirlo in una sceneggiatura di parte e usare la Santa Sede come materiale di propaganda. Il problema è che così si altera la natura stessa delle parole del Papa. Leone XIV, anche nei giorni scorsi a Castel Gandolfo, ha parlato in termini che precedono e superano la contingenza dei partiti. Di fronte alla minaccia rivolta contro l’intero popolo iraniano ha detto che essa è “veramente inaccettabile” e ha aggiunto che si tratta sì di una questione di diritto internazionale, ma ancora più profondamente di una questione morale riguardante il bene di un popolo nella sua interezza. Nello stesso intervento ha chiesto di cercare la pace, di rigettare la guerra, di tornare al tavolo dei negoziati e ha ricordato che gli attacchi contro le infrastrutture civili violano il diritto internazionale. Qui si vede il punto decisivo: il Papa non parla per fornire munizioni a uno schieramento. Parla alla coscienza morale dei popoli e dei governanti.
© Department of WarQuesto è precisamente ciò che molti non sopportano. Una parola morale, autentica come quella pronunciata da Prevost, sfugge alla logica binaria della polemica politica. Non si lascia ridurre al linguaggio delle campagne elettorali, dei fronti contrapposti, dei tifosi digitali. Per questo viene sistematicamente manipolata. C’è chi pretende di leggere ogni udienza come un’investitura, ogni tensione diplomatica come una dichiarazione di guerra, ogni richiamo del Papa come un assist dato a una parte contro l’altra. È un modo infantile e insieme molto interessato di trattare la Santa Sede: la si invoca quando sembra utile, la si delegittima quando non si lascia usare. In realtà il Papa riceve tutti e con tutti dialoga, anche con quanti non condividono, o condividono soltanto in parte, la sua visione. Del resto, quale uomo politico o quale figura pubblica si potrebbe mai assumere come pienamente coincidente con il nostro pensiero in ogni sua posizione? Nessuno. Eppure, nella Chiesa, si è ormai fatta strada un’abitudine tanto rozza quanto fuorviante: ridurre tutto a un’alternativa binaria, schematica e poverissima, per cui si è soltanto “a favore” oppure “contro”.
Il dramma, però, riguarda anche il giornalismo. Perché queste operazioni non circolano da sole. Hanno bisogno di penne, di microfoni, di profili social, di persone disposte a rinunciare alle regole elementari del mestiere. Nel caso Macron si è visto perfino di più: non giornalisti, ma soggetti che ne millantano il titolo, che abitano lo spazio pubblico con il tono dell’accreditamento senza avere né metodo né responsabilità. Nel caso Trump-Vaticano il rischio è identico: prestarsi a una guerra di narrazioni in cui la verifica viene dopo, quando arriva, e intanto il danno è già stato fatto.
Chi esercita il mestiere dell’informazione con serietà, e non come passatempo narcisistico o come surrogato di un potere che non possiede, dovrebbe anzitutto custodire un dovere elementare: distinguere ciò che è accertato da ciò che è artificiosamente costruito, ciò che è documento da ciò che è mera suggestione, ciò che appartiene al linguaggio della diplomazia da ciò che viene deformato e trascinato dentro la contesa politica interna. Troppo spesso, invece, si assiste al procedimento inverso: non si parte dai fatti per comprenderli, ma dallo schieramento politico del giornale per cui si scrive, raccogliendo poi soltanto quei frammenti che possano confermare una tesi già decisa in partenza. Così il Vaticano diventa un campo da occupare simbolicamente. E il Papa, anziché essere ascoltato nella radicalità della sua missione, viene ridotto a comparsa nel teatro degli altri.
Marco Felipe Perfetti
Direttore Silere non possum