Città del Vaticano - L’Ordinanza n. 24/25 della Corte di Cassazione dello Stato della Città del Vaticano scaturisce dall’istanza di ricusazione presentata da più parti dinanzi alla Corte d’Appello nei confronti del Promotore di Giustizia Alessandro Diddi. Come Silere non possum ha documentato, pubblicando integralmente le conversazioni intercorse tra la pregiudicata Francesca Immacolata Chaouqui e Genoveffa Ciferri, nonché gli scambi tra Ciferri e lo stesso Diddi, la sua permanenza nel procedimento era del tutto incompatibile con l’esercizio sereno e imparziale delle funzioni requirenti: in un processo in cui tali rapporti e interlocuzioni assumono rilievo, Diddi non può continuare a operare come Promotore di Giustizia.

Che l’avvocato romano fosse pienamente consapevole della gravità di quelle conversazioni lo conferma un dato preciso: alle difese venne di fatto impedito di accedere a quegli atti. In coordinamento con Giuseppe Pignatone, oggi coinvolto in procedimenti penali italiani nei quali vengono ipotizzati legami con la criminalità organizzata, il contenuto delle chat fu reso praticamente inaccessibile perché omissato quasi integralmente, privando le parti della possibilità di verificarne portata e implicazioni.

Nei giorni scorsi la Corte di Cassazione è stata investita della questione ed è stata chiamata a pronunciarsi sulla ricusazione del Promotore di Giustizia. Alessandro Diddi, tuttavia, poco prima della riunione del Collegio ha fatto pervenire in Cancelleria copia della propria dichiarazione di astensione nel procedimento pendente dinanzi alla Corte di Appello.

Un Promotore di Giustizia che confonde il ruolo con la propria persona

Nel documento indirizzato alla Corte di Appello (oggetto Prot. n. 26-23 RG App.), Diddi scrive che l’astensione segue una richiesta di ricusazione presentata da taluni imputati; aggiunge di ritenere infondate le ragioni prospettate dai ricusanti, ma dichiara comunque di astenersi “ricorrendo gravi ragioni di convenienza” e richiama norme del codice vaticano che non ha mai studiato. È un atto che, per quanto già rivelatore, resta ancora dentro una cornice formale.

Il vero problema emerge nel testo che Diddi indirizza alla Suprema Corte di Cassazione: qui l’astensione viene trasformata in un manifesto autobiografico, un esercizio di vittimismo istituzionale che, in un processo italiano (e di qualunque ordinamento mondiale!), farebbe sobbalzare chiunque abbia anche solo visto un’aula di giustizia col binocolo. Diddi scrive che la sua decisione è “intimamente sofferta”, e che è guidata “esclusivamente” dalla volontà di impedire che “illazioni e falsità sulla mia persona” vengano “strumentalmente utilizzate” per “danneggiare e pregiudicare” l’accertamento della verità. È la grammatica dell’io, non quella del diritto. È la centralità dell’avvocato romano, non quella del processo. Alessandro Diddi ha trasformato il ruolo di Promotore di Giustizia di uno Stato peculiarissimo in un palcoscenico inaccettabile.

L’“amarezza” davanti alla legge: scena da teatro, non da Cassazione

Diddi non si limita a prendere atto delle regole, ma mette a verbale i suoi sentimenti: Non posso, peraltro, tacere l’amarezza che mi ha suscitato la decisione di Codesta Suprema Corte di precludermi la possibilità di rendere il mio apporto dichiarativo” .

Qui c’è tutto: il fraintendimento del ruolo e il cortocircuito istituzionale. In un ordinamento serio, la pubblica accusa non “non può tacere l’amarezza” perché una Corte applica un meccanismo processuale. Non rivendica il proprio “apporto dichiarativo” come se fosse un diritto personale leso. Non inscena il dramma perché il processo non si piega alle sue esigenze comunicative.

Eppure, Diddi insiste, arrivando perfino a dire che avrebbe potuto fornire “ulteriori e necessari elementi” e a esprimere “stupore” per il fatto che i difensori avrebbero richiamato nelle memorie le sue stesse affermazioni . Tradotto: la difesa usa ciò che il Promotore ha scritto, e il Promotore si dichiara stupito. Siamo oltre il paradosso.

La Cassazione, nel frattempo, fa la Cassazione. E Diddi fa Diddi.

Mentre Diddi porta in Cassazione l’alfabeto dell’offesa personale, la Cassazione - nell’altra ordinanza, la 25/25 che adotta nel medesimo giorno - ricostruisce i fatti, richiama norme e scandisce i termini: spiega che l’Ufficio del Promotore, nel 2023, ha proposto appello allegando la requisitoria e che la Corte di Appello ha rilevato la mancanza di specificità dei motivi; poi dà conto del ricorso per cassazione e infine dichiara inammissibile il ricorso, rendendo definitiva la sentenza di primo grado nella parte assolutoria . È la lingua del diritto, quella che non chiede applausi e non cerca compassione. Ed è qui l’aspetto più imbarazzante: da un lato un organo giudicante che ragiona su termini perentori, specificità dei motivi, limiti dell’impugnazione; dall’altro un Promotore di Giustizia che deposita carte in cui il problema diventa la sua “amarezza”, la sua “sofferenza”, le “illazioni sulla mia persona”, il “clima di serenità” che sarebbe venuto meno “non certo per causa mia”.

In un ordinamento normale sarebbe stato impensabile

Un Promotore di Giustizia non è un protagonista ferito. Non è un imputato della reputazione. Non è una parte che chiede tutela emotiva. È un organo che esercita una funzione pubblica, in nome dello Stato, e la sua credibilità sta nella sobrietà, nell’impersonalità, nella distanza dal narcisismo processuale. Qui invece si legge l’opposto: l’istituzione piegata al carattere, il ruolo confuso con l’ego, la procedura percepita come un affronto. E il risultato è un atto che - al netto delle formule - suona come una supplica: “guardate cosa mi state facendo”.

La Cassazione, con l’Ordinanza 24/25, prende atto dell’astensione e sospende, di fatto, la decisione sulla ricusazione perché l’astensione rende superfluo quel passaggio. Ma le carte restano. E restano come fotografia di un metodo: quando chi dovrebbe rappresentare lo Stato del Papa porta davanti al Collegio, composto in maggioranza da cardinali, la categoria dell’“amarezza”, non sta solo sbagliando tono. Sta mostrando di non aver compreso che la legge non è il suo palcoscenico e che un Promotore di Giustizia non è la star del processo penale. È chiaro che, alla luce di quanto sta accadendo, il Santo Padre Leone XIV dovrà presto mettere mano anche a questo ufficio.

T.G.
Silere non possum