Milano - L’incontro della Diaconia centrale della Lombardia, svoltosi ieri, 10 marzo 2026, nel teatro dell’istituto di via Rombon, a Lambrate, avrebbe dovuto rappresentare un momento di confronto interno. Ha invece consegnato l’immagine di un movimento sempre più piegato a una logica di allineamento, nel quale la distinzione fra fede, appartenenza comunitaria e scelta politica viene progressivamente dissolta fino a produrre un clima che ha tutti i tratti dell’abuso di coscienza.

L’ordine del giorno era già eloquente. Il primo punto prevedeva il «Confronto sul volantino della CdO per il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026», con domande su impatto, uso nelle comunità, chiarimenti emersi. Il secondo introduceva una breve presentazione del quarto capitolo di All’origine della pretesa cristiana. La giustapposizione non è secondaria. Da una parte un’indicazione precisa su un voto referendario; dall’altra il repertorio identitario del movimento. In questo accostamento si è rivelata tutta la torsione imposta da Davide Prosperi a Comunione e Liberazione: la politica assorbita dentro il vocabolario dell’esperienza cristiana, la prudenza civile trasformata in verifica di fedeltà comunitaria.

Prosperi e quell’irruzione nella coscienza

Il volantino della Compagnia delle Opere non lascia spazio a letture accomodanti. Il testo conduce il lettore verso una conclusione univoca, fino ad affermare che «la scelta di votare SÌ appare come la soluzione più ragionevole». Anche il percorso argomentativo è costruito in questa direzione: il NO viene associato al blocco di un tentativo di rinnovamento del sistema, mentre il  viene presentato come la via per rendere la giustizia più equilibrata. Non si è di fronte a uno strumento neutrale di informazione. Si è di fronte a un testo di orientamento politico chiaro, pensato per accompagnare e indirizzare il corpo del movimento verso una determinata opzione referendaria.

Che questo testo sia stato posto al centro della riunione di un organismo composto da circa 400 persone, scelte in modo arbitrario da Prosperi per occupare i seggi di un ente che pretende di rappresentare circa quindicimila membri di Comunione e Liberazione, basta già a misurare la sproporzione del metodo. Quando una struttura così ristretta, nominata dall’alto, viene usata per omogeneizzare la linea politica di un intero movimento ecclesiale, la parola partecipazione diventa una formula ornamentale. Qui non si vede alcun processo reale di confronto; si vede piuttosto una catena di trasmissione. Ancora più grave è il contesto degli interventi. Durante l’incontro hanno preso la parola diversi membri, fra cui alcuni magistrati, uno in pensione e una in servizio presso il Tribunale di Brescia. Tutto ha contribuito a costruire un ambiente nel quale la libertà del giudizio viene compressa non attraverso un divieto formale, ma mediante un sistema di suggestione autorevole, di pressione ambientale, di vincolo identitario. 

È però nelle parole finali di Davide Prosperi che il quadro assume contorni ancora più allarmanti. Il presidente prova dapprima a mettersi al riparo, riconoscendo formalmente che si possa anche arrivare a votare no. Ma quella concessione arriva solo dopo che qualcuno, con raro coraggio, aveva contestato la linea dettata dall’alto. Non è irrilevante che Prosperi lo abbia definito proprio così, “coraggioso”: un’espressione che, nel contesto e nel tono, non ha il sapore dell’apprezzamento, ma quello dell’avvertimento. Come a dire: sappiamo chi sei, abbiamo preso nota. Subito dopo, però, formula il vero principio che regge il suo discorso: «Altro è contestare la pretesa della compagnia di dire la posizione nostra». È qui che cade il velo. Il problema non è più la bontà o meno di una riforma costituzionale. Il problema diventa la legittimità stessa della compagnia di esprimere una posizione vincolante per tutti, posizione con cui ciascuno sarebbe chiamato a confrontarsi non come cittadino libero, ma come membro di un corpo la cui unità esige convergenza.

Lo sviluppo successivo del ragionamento è ancora più eloquente. Prosperi afferma: «Se non siamo d’accordo, è un dolore, perché la nostra unità, la nostra comunione, arriva fino ad essere d’accordo». Poi insiste: «Riconosciamo questo luogo come il luogo generativo del mio io». Infine, giunge al passaggio più rivelatore: «Se io so che questa compagnia, e magari anche chi guida questa compagnia, mi vuole bene, ma perché deve fare una cosa che è contro di me? Forse c’è qualcosa che devo ancora capire». Queste frasi descrivono una precisa antropologia del potere. La compagnia diventa il luogo che genera l’io, la guida viene presunta benevola per definizione, il dissenso viene reinterpretato come carenza di comprensione, ritardo di maturazione, insufficiente cammino personale. 

In questo modo il giudizio politico non resta più nell’ambito proprio delle scelte contingenti, fallibili, discutibili. Viene progressivamente trasferito nel territorio della coscienza, dell’appartenenza, della comunione. Il dissenso non viene proibito in termini espliciti; viene reso spiritualmente sospetto. Chi non converge con la linea del movimento non appare come uno che ha elaborato responsabilmente un giudizio differente. Appare come uno che non ha ancora capito, che non si è ancora lasciato generare abbastanza, che non si è ancora affidato davvero a una compagnia che gli vuole bene. È una tecnica di governo sottile, ma per questo ancora più insidiosa. Non impone con la forza; colpevolizza la libertà.


Registrazione di una parte dell'intervento di Davide Prosperi


Abusi di coscienza nel movimento

A questo punto diventa indispensabile chiamare le cose con il loro nome. Per farlo, è utile prendere il libro di domDysmas de Lassus, Schiacciare l’anima. Gli abusi spirituali nella vita religiosa. Il testo fissa un principio essenziale: «nessuna persona ha autorità sulla coscienza di un’altra». È un criterio dirimente. Ogni volta che una guida, un superiore, una comunità o una struttura pretende di collocarsi come interprete privilegiato della coscienza altrui, si entra in una zona di violazione gravissima. De Lassus formula anche un giudizio netto: «Chi si impone alla coscienza altrui non lo tratta come un essere umano». È una frase dura, ma necessaria, perché spazza via tutte le attenuanti sentimentali con cui simili pratiche vengono spesso mascherate.

Il libro descrive con lucidità anche la forma indiretta di questa violenza. L’abuso, spiega de Lassus, può passare attraverso «invito, incoraggiamento, rimprovero di mancanza di fiducia», fino a trasmettere un messaggio del tipo: «Tu sei libero, ma se non lo fai, non sei un buon monaco». La dinamica ascoltata a Lambrate è di impressionante somiglianza. Formalmente si concede libertà. Sostanzialmente la si svuota. Si dice che uno può anche votare diversamente, ma poi si precisa che il vero problema è contestare la posizione della compagnia; si insiste sul dolore della mancata unità; si suggerisce che il singolo abbia ancora qualcosa da capire; si presenta il luogo comunitario come origine del suo stesso io. La libertà viene lasciata in piedi come formula; la coscienza viene lavorata dall’interno fino a renderla docile. De Lassus coglie il cuore del fenomeno quando scrive che l’abuso spirituale consiste nel far percepire alla persona che «la volontà di Dio su di te ti viene dall’esterno e tu devi sottometterti a tutto ciò che ti è chiesto». È esattamente la deriva che si intravede nelle parole di Prosperi. Non solo si dichiara apertamente che quella è l’unica via ma si condisce la cosa con un linguaggio di comunione, di cammino, di positività, di fiducia. Queste persone stanno mettendo il cammino di fede sullo stesso piano di un referendum sulla giustizia di un ordinamento statale. E suggeriscono che il bene del singolo è già custodito dalla compagnia e che l’eventuale obiezione nasce da un difetto di comprensione. È in questo modo che la guida, anche se sarebbe meglio chiamarlo Guru, si installa, di fatto, nel luogo che non le appartiene: il foro interno.

Il problema, allora, non è soltanto l’invasione del terreno politico da parte di un movimento ecclesiale. Il problema è più profondo e più oscuro. È il formarsi di una cultura nella quale l’obbedienza non si limita più agli ambiti propri della vita associativa, ma pretende di estendersi fino al discernimento civile e al giudizio personale. È la trasformazione della compagnia in criterio totale, capace di interpretare il bene, definire l’unità, leggere il dissenso come ferita, chiedere affidamento preventivo. 

Quanto accaduto a Lambrate, letto insieme alla passerella offerta questa estate a Giorgia Meloni al Meeting di Rimini, consente di cogliere la natura reale della svolta impressa da Prosperi. Siamo davanti a un disegno coerente. È lui stesso, del resto, a lasciarlo intendere, riconoscendo che da anni non si assisteva più a una simile presa di posizione: sotto la guida di don Julián Carrón, il presidente non avrebbe mai osato dire ai membri di Comunione e Liberazione che cosa votare e a chi accordare il proprio sostegno. Qui sta il punto decisivo: un movimento nato per educare alla fede viene progressivamente piegato fino a diventare un apparato di mobilitazione ideologica. 

Una complicità più che inerzia

Il dato più inquietante è che tutto questo avviene con l’inerzia, anzi con l’oggettivo avallo, della Santa Sede. Da tempo emergono segnali sempre più evidenti di una gestione del movimento segnata da verticalismo, pressione psicologica, confusione fra piani distinti, uso improprio del linguaggio ecclesiale per ottenere conformità. Eppure, da Roma non arriva alcun intervento capace di interrompere questa deriva. Anzi, Prosperi continua ad urlare in faccia a tutti: “Io sono nominato dalla Chiesa!”

L’inerzia della Santa Sede è oggi una vera e propria complicità perché consente ai responsabili di continuare, e ai membri di credere che tutto sia legittimo. De Lassus osserva che quando un’impostazione deviata diventa la cultura che impregna una comunità, il suo «sistema immunitario interno» smette di funzionare e «solo un intervento esterno potrà essere efficace». È difficile non applicare questa analisi a quanto sta accadendo in Comunione e Liberazione. Quando la contestazione interna viene risucchiata nel linguaggio della comunione ferita; quando la libertà di coscienza viene disinnescata mediante il ricatto affettivo; quando la politica viene caricata di implicazioni identitarie; quando il vertice si presenta come luogo generativo dell’io, non si è più davanti a un semplice errore di impostazione. Si è davanti a una patologia del potere spirituale. Si tratta di una questione che la Chiesa non può continuare a eludere. Gli abusi spirituali e gli abusi di coscienza non esplodono soltanto nei contesti claustrali o ad opera del clero. Possono insinuarsi nei movimenti più visibili, nei gruppi più radicati, nelle leadership più protette, specialmente quando il linguaggio della fede viene usato per sottrarre il potere al controllo e la coscienza al suo spazio inviolabile. È precisamente questo il punto che oggi emerge da Lambrate. Non un incidente. Non una frase infelice. Non una semplice forzatura polemica. Un vero e proprio metodo.

E quel metodo, ormai, appare in tutta la sua gravità: si sceglie una classe dirigente dall’alto, si orienta il corpo del movimento, si costruisce una pressione comunitaria attorno a un testo schierato, si presenta il dissenso come dolore dell’unità, si attribuisce alla compagnia il compito di generare l’io, si pretende fiducia preventiva verso chi guida e si assorbe infine la libertà politica dentro un rapporto di dipendenza spirituale. Questo non è accompagnamento. È occupazione della coscienza.

Che cosa sta aspettando la Santa Sede ad intervenire prima che scoppi uno scandalo di dimensioni stratosferiche in questo movimento?

d.L.V.
Silere non possum




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