Città del Vaticano - Nelle scorse ore è stata diffusa una falsa informazione che riguarda il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron. Tutto nasce da un account X con poco più di nove mila follower. Quel post, però, ha superato un milione di visualizzazioni ed è stato ripreso senza verifiche da blog, siti e pseudo-giornali, soprattutto dell’estrema destra.
La tesi rilanciata parlava di una udienza rifiutata a Macron da Papa Leone XIV. Notizia totalmente falsa. Secondo l’autore della fake news, il rifiuto sarebbe stato motivato da una serie di fattori messi insieme in modo arbitrario: la presunta sostituzione delle vetrate a Notre-Dame de Paris, il dibattito e l’iter legislativo in corso in Francia per una legge sul suicidio medicalmente assistito, fino ad arrivare a un inesistente dissenso del Papa sull’antiamericanismo francese. Non solo: si è arrivati a scrivere che il Pontefice sarebbe intenzionato a cacciare l’Arcivescovo di Parigi. Le “rivelazioni”, sempre secondo l’anonimo dietro il profilo X, sarebbero addirittura uscite dalla bocca dell’Arcivescovo Giovanni Cesare Pagazzi, Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa.
La fake news e il giornalismo da strapazzo
Il giornalista serio, però, fa una cosa semplice: verifica. Chiama l’Arcivescovo Giovanni Cesare Pagazzi e chiede riscontro. La risposta è netta: non ha mai detto nulla di tutto questo e, per di più, i rapporti con i Capi di Stato non rientrano nel suo ruolo. A quel punto si contatta la Segreteria di Stato: dalla Terza Loggia arriva una conferma altrettanto chiara. È tutto falso. «Ci sono contatti in corso con i canali diplomatici dell’Eliseo per organizzare un’udienza con il Papa; si sta semplicemente cercando una data utile compatibile con le agende dei due Capi di Stato. Questi temi, peraltro, non sono all’ordine del giorno di un possibile incontro futuro. Sciocchezze, nulla di più».
La narrazione di scontro Macron - Leone XIV, però, fa comodo a una determinata parte politica e si incastra perfettamente nel racconto mediatico con le parole pronunciate da Donald Trump contro il Presidente francese, a seguito di una domanda di un giornalista americano. A Trump viene riferito che Macron non prenderebbe parte al Board of Peace. Trump non si informa, non controlla. La risposta è immediata e aggressiva: «Sì? Ha detto questo? Nessuno lo vuole. Se sarà ostile imporrò dazi del 200% sui suoi vini e champagne».
Il giornalismo che deve servire chi paga lo stipendio
È un modo di affrontare questioni delicate di diplomazia e geopolitica che è inquietante. Macron ha definito Trump un bullo: una definizione corretta, perché questo è il modo di agire dei bulli, non di un Capo di Stato. Al di là delle posizioni politiche, di come la si pensi sulle singole questioni. La diplomazia e i rapporti fra i Capi di Stato non possono essere gestiti in questo modo. Ancora più assurdo che il Presidente USA abbia pubblicato sui social uno screenshot di una chat privata con il Presidente francese. Stiamo assistendo a una escalation dei toni, delle parole e dei modi che preoccupa seriamente. Su questo punto, Leone XIV ha ricordato parole di una lucidità disarmante: «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. Non si ricerca più la pace come dono e bene desiderabile in sé, ma la si persegue mediante le armi, quale condizione per l’affermazione di un dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, base di ogni pacifica convivenza civile».
In tutto questo, i giornali seri hanno una responsabilità centrale: verificare, accertare, controllare prima di pubblicare. E invece, in queste ore, abbiamo visto all’opera personaggi che millantano il titolo di giornalisti pur non essendolo mai stati, riprendere un tweet anonimo e rilanciarlo sui giornali che li ospitano.
Non hanno chiamato la Sala Stampa della Santa Sede. Non hanno chiamato l’Arcivescovo Pagazzi. Perché? Perché, nonostante siano noti negli ambienti politici come millantatori professionisti, non hanno né professionalità né preparazione, e neppure i contatti. Spesso vanno in giro cercando “numeri di cellulare” di questo o quel monsignore, sperando di abbindolare qualcuno con le loro millanterie. Si presentano anteponendo il nome del giornale per cui scrivono al proprio, perché il loro nome è sconosciuto. Questa è la cifra di un certo giornalismo che non è serio né professionale, ma segue le logiche dello scoop, della sensazione, del sensazionalismo e dell’emotività. Un giornalismo che è utile a una determinata politica perché serve a far passare un messaggio: quando c’è da colpire il nemico, lo si colpisce anche se tutto è falso.
Parliamo, peraltro, di millantatori di titoli che saltellano da una redazione all’altra: le querele che piovono sulle testate che li ospitano, a causa di articoli infarciti di fake news, sono inermi e innumerevoli. E non è tutto. Questi personaggi sono ricoperti di procedimenti giudiziari, non solo per la loro attività di scrittura - per la quale vengono denunciati praticamente ogni giorno - ma anche per gravi reati di violenza ai danni delle persone.
Nessuno scontro fra il Papa e Macron
La notizia, dunque, è destituita di ogni fondamento. L’Arcivescovo Pagazzi non ha mai detto nulla di quanto gli viene attribuito. Leone XIV non ha mai pensato di rimuovere l’Arcivescovo di Parigi e, sulle questioni politiche, preferisce incontrare le persone per favorire il confronto, non rifiutare gli incontri. Questo conferma un’ulteriore verità: c’è chi vuole raccontare il Papa e strumentalizzarlo secondo convenienza, ma quella narrazione è lontana dalla realtà. È utile, però, iniziare a porsi alcune domande su un certo tipo di giornalismo che, prima ancora di essere dannoso per il dibattito pubblico, non è utile alla Chiesa. Fa clic, attira sentiment, alimenta scontro, genera traffico. E intanto lascia macerie: avvelena il confronto, polarizza i fedeli, scredita le istituzioni ecclesiali. Parliamo sempre degli stessi ambienti: quelli che hanno passato anni a ripetere che Francesco non era il Papa vero, che hanno trasformato ogni scelta di Bergoglio in un pretesto per l’insulto, per il discredito personale, per giudizi gravissimi sparati come sentenze, invece di misurarsi con i fatti e con l’esercizio concreto del ministero.
C’è poi un secondo livello, ancora più insopportabile: quello di chi si fa paladino di valori - anche “tradizionali”, a parole - e poi con la propria vita personale racconta tutt’altro. E sappiamo bene che quando si predica bene e si razzola male qualcosa, semplicemente, non torna. Questo schema ricorre ovunque: in Italia come negli Stati Uniti. Anzi, in America spesso nascono siti finanziati da ambienti filo-trumpiani, pieni di soldi e quindi in grado di pagare per posizionarsi, per comprare visibilità e dettare l’agenda. Parlano di Chiesa come se fosse un partito politico. Il risultato è sempre lo stesso: un rumore di fondo costruito a tavolino, mentre il confronto serio - quello basato su verità, verifica delle fonti, fatti ed evidenze - viene schiacciato.
A questa gente la verifica non serve, perché non è l’obiettivo. L’obiettivo è arrivare allo stipendio a fine mese, e chi gravita attorno a certi milionari può permetterselo, soprattutto in un contesto in cui molti danno per scontata l’informazione, dimenticando che dietro c’è un lavoro costoso, faticoso, spesso anche esposto. Per questo oggi, più che mai, è necessario fare scelte consapevoli: sostenere, anche economicamente, chi garantisce informazione vera e verificata, e offre analisi che aiutino a leggere la complessità senza trasformarla in tifo, senza ridurla a propaganda. Perché la verità, quando è scomoda, non diventa virale. Ma resta l’unica cosa che vale la pena difendere.
d.D.R.
Silere non possum