Entrare in un monastero cistercense significa abbracciare una forma di vita che, fin dalle origini, ha voluto porsi come ritorno radicale al Vangelo, attraverso la Regola di san Benedetto vissuta nella sua purezza. I primi fondatori del “Nuovo Monastero” di Cîteaux, nel 1098, cercavano un equilibrio nuovo tra liturgia, lectio divina e lavoro manuale, fondendo in un’unica armonia contemplazione e fatica quotidiana .
Le origini: un ritorno alla semplicità evangelica
I cistercensi nascono in un tempo di riforme monastiche. Roberto, Alberico e Stefano Harding vollero ripulire la vita monastica dagli orpelli che nel tempo si erano accumulati: ricchezze, privilegi, rapporti troppo stretti con il potere politico. Il “Nuovo Monastero” sorge in un luogo deserto e inospitale: foreste, rovi e terre selvagge. Quel contesto fisico diventa immagine della scelta spirituale: vivere nella separazione dal mondo, poveri con Cristo povero, affidando tutto alla Provvidenza.
La loro riforma non fu rottura ma ritorno alle origini. Seguendo la Regola di Benedetto, volevano essere fedeli al carisma dei Padri del deserto: austerità, silenzio, solitudine, lavoro manuale e una fraternità evangelica fondata sulla carità.
Il profilo del monaco: cercatore di Dio
Che cosa significa, concretamente, essere monaco cistercense? San Bernardo risponde con poche parole decisive: «Il nostro Ordine è mortificazione, umiltà, povertà volontaria, obbedienza, pace, gioia nello Spirito Santo». Il monaco è un uomo che si pone sotto una Regola e un abate, che vive di silenzio, digiuno, veglia e lavoro, ma tutto finalizzato a un unico scopo: la carità, cuore dell’esistenza cristiana.
In una celebre immagine, Bernardo descrive i monaci come i denti della sposa del Cantico: uniformi e puri, capaci di triturare il cibo della Parola e di condividerlo con gli altri. Aelredo di Rievaulx li presenta come amici del Signore, separati dal mondo ma non per odio verso di esso: vivono un “secondo battesimo” fatto di conversione continua e gioia interiore. Il monaco, dunque, non è anzitutto un asceta isolato, ma un uomo che ha scelto la via stretta del Vangelo, per cercare Dio nel nascondimento e nella comunione fraterna.

Le virtù fondamentali: umiltà, obbedienza, semplicità
Tra le virtù che plasmano la vita cistercense spicca l’umiltà. Per Bernardo essa vale più di ogni digiuno o penitenza corporale, perché è l’unico atteggiamento che apre lo spazio a Dio. Guglielmo di Saint-Thierry parla di conoscenza di sé come primo gradino dell’ascesa verso il Signore: solo chi riconosce la propria fragilità può lasciarsi trasformare dalla grazia.
Un’altra virtù centrale è l’obbedienza. Baldovino di Ford la definisce fonte di libertà e comunione: non è sottomissione cieca, ma ascolto che libera dal proprio ego e apre all’amore fraterno. Anche la castità non è ridotta a rinuncia sterile, ma è trasformazione del cuore e della carne nella logica della trasparenza evangelica.
I cistercensi hanno anche rivalutato la semplicità: negli abiti, nelle costruzioni, nella liturgia. Niente orpelli, ori o broccati: le croci sono di legno, i candelabri di ferro, i calici d’argento ma sobri. Questa scelta non è estetica, ma spirituale: ciò che è semplice concentra lo spirito, mentre il superfluo lo disperde.
Il lavoro e la sobrietà
A differenza di altri monachesimi medievali, i cistercensi hanno rimesso al centro il lavoro manuale. Lungi dall’essere un’attività secondaria, esso diventa parte integrante della ricerca di Dio. Lavorare la terra, costruire, coltivare non è solo mezzo di sostentamento, ma scuola di umiltà, esercizio di povertà, occasione di comunione con Cristo povero.
Guglielmo di Saint-Thierry sottolinea anche la sobrietà nel cibo e nel sonno: non per disprezzo del corpo, ma per vigilanza interiore. La sobrietà custodisce l’anima e le permette di aprirsi alla contemplazione.
Una spiritualità centrata su Cristo
Al centro della vita cistercense non c’è un’idea, ma una persona: Gesù Cristo. La spiritualità è cristocentrica, come ricorda Bernardo in una lettera a Pietro, cardinale diacono: tutto nasce e tutto si compie in Cristo, unico mediatore. Guglielmo parla di un “cammino di trasfigurazione”: l’uomo, trasformato dallo Spirito, passa dalla vita animale alla vita spirituale, fino all’unitas spiritus con Dio. Aelredo mette in luce la dimensione dell’amicizia spirituale, che non è semplice affetto umano, ma riflesso dell’amore trinitario.
La vita monastica diventa così scuola di contemplazione: la lectio divina, la preghiera liturgica e il silenzio si intrecciano per trasformare il cuore e renderlo capace di Dio.

La comunità: unità nella carità
Se c’è un tratto distintivo della tradizione cistercense è la forte insistenza sulla vita comune. La solitudine non è isolamento individualista, ma si vive insieme ai fratelli. La Charta caritatis, documento fondativo dell’Ordine, unisce autonomia delle abbazie e comunione fraterna attraverso la filiazione e il Capitolo generale degli abati.
La vita comunitaria è intessuta di carità: «La carità unisce e la disciplina custodisce» (Gilberto di Hoyland). Senza regola e senza ordine, l’amore si disperde; senza amore, la regola diventa oppressione. È in questa tensione tra struttura e libertà che si gioca la vita monastica.
Essere monaco o monaca oggi
L’esperienza cistercense non appartiene solo al Medioevo. Il Capitolo dell’Ordine del 1969 ricordava che la vita cistercense è “un’esperienza del Dio vivente”, orientata a dare al mondo testimonianza della dimora eterna che attende l’uomo.
Essere monaco o monaca cistercense oggi significa, come allora, cercare Dio nella povertà, nel silenzio e nella carità fraterna. Significa entrare in una scuola di libertà interiore, di responsabilità reciproca e di amore puro. È un cammino controcorrente, che chiede di abbandonare la logica dell’efficienza e del potere, per fare spazio alla logica della gratuità.
Un cammino attuale
San Bernardo scriveva ai suoi monaci: «Il nostro Ordine è stare sotto una regola, un abate, una disciplina; esercitare il silenzio, praticare il digiuno e soprattutto battere la via della carità». In questa frase c’è l’essenza del monachesimo cistercense: una vita semplice, austera e fraterna, tutta tesa a Cristo, tutta spesa nell’amore.
Essere monaco o monaca cistercense non è un rifugio dal mondo, ma una testimonianza per il mondo: che la vera libertà nasce dall’umiltà, che la vera gioia si trova nel dono di sé, che il cuore umano è fatto per Dio.
p.L.T.
Silere non possum