Civitavecchia - Da diverso tempo, in realtà ormai da anni, Silere non possum è bersaglio di un personaggio sconosciuto che ha deciso di guadagnarsi un posto nella blogosfera vaticana dopo essere stato cacciato da diverse realtà. Prima come portavoce di Gianfranco Fini, da cui è stato allontanato; poi, attraverso gli ambienti politici della destra, come vicepresidente del Corecom delle Marche, incarico dal quale è stato rimosso a seguito di una scandalosa vicenda gravissima. 

Francesco Capozza definisce "vacca" una donna suicida

Tutti ricorderanno il caso della povera Tiziana Cantone, esploso nel settembre 2016. La donna aveva intrapreso una relazione con Sergio Di Palo, più grande di lei di una decina d'anni, con il quale convisse brevemente nel 2015. A partire dal novembre del 2014, Tiziana ebbe rapporti sessuali consensuali con altri uomini, che vennero filmati in sei occasioni e diffusi dalla stessa Cantone via WhatsApp. In particolare, un video caricato il 25 aprile 2015 su un portale di contenuti pornografici divenne virale nei mesi seguenti: una battuta della donna ("stai facendo un video? Bravo!") fu trasformata in un meme su internet e finì poi su magliette e gadget di vario genere. L'eco mediatica ricevuta suo malgrado spinse Tiziana a isolarsi e a rinunciare al proprio impiego. Il 13 luglio 2015 si rivolse al tribunale di Aversa per chiedere la rimozione dei video da siti e motori di ricerca. Nel novembre del 2015, Cantone chiese di cambiare il proprio cognome in Tiziana Giglio, adottando quindi il cognome della madre: la richiesta fu valutata positivamente nel gennaio del 2016 dal comando dei Carabinieri di Castello di Cisterna e accolta dal prefetto di Napoli nel luglio dello stesso anno.

Nonostante la modifica del cognome e i vari trasferimenti in diversi comuni d'Italia, la ricerca dell'anonimato incontrò enormi difficoltà: la causa legale intentata per ottenere il diritto all'oblio portò alla parziale rimozione dei video da numerosi siti web, ma, a causa di errori procedurali del proprio legale, Cantone fu condannata a pagare più di 20.000 euro di spese legali. Tiziana, ormai in uno stato di profonda depressione, tentò più volte il suicidio, riuscendo nel drammatico intento il 13 settembre 2016, impiccandosi nello scantinato della casa di una zia presso la quale si era rifugiata.

Ebbene, dal suo account Twitter, l'allora vicepresidente del Corecom delle Marche, Francesco Capozza, scrisse: «Scusatemi, attaccatemi pure, ma io non posso concepire il suicidio di per sé, ancor meno se una vacca che si fa video hot poi arriva a tanto».


Parole gravissime, che fecero scoppiare il putiferio. Perché in Italia funziona così: la memoria è breve, e gli atti gravi, gli insulti, la diffamazione e la calunnia vengono puniti soltanto quando ricevono un risalto mediatico tale da rendere impossibile non agire.

Oggi siamo costretti a parlare di questa vicenda, considerato che Francesco Capozza ha numerosi procedimenti penali a suo carico, ma nessuno interviene per ciò che sta facendo da anni ai danni di Silere non possum e del suo direttore.

Come nasce l'ossessione

Francesco Capozza, dopo aver tentato di entrare in varie realtà - come la Fondazione Einaudi, dove lo avevano preso in prova per qualche giorno salvo poi cacciarlo immediatamente, tanto che Andrea Cangini ha riferito di non volerne più sentire nemmeno citare il nome -, è approdato al quotidiano Libero di Alessandro Sallusti, dove è rimasto per poco tempo. Da quel momento, però, ha iniziato a scrivere, pur non essendo giornalista, sulle questioni che riguardano il Vaticano. Stiamo parlando di una persona che, nella sua vita, ha girovagato per ambienti politici occupandosi di "comunicazione" e che con il Vaticano non c'entra nulla. Ha però un particolare feticcio per pizzi e merletti, e anche per i video d'epoca. È stato più volte citato da blog di "pizzi e merletti" che pubblicano centinaia e centinaia di insulti contro i "sodomiti" - tanto è vero che il blog è stato persino chiuso -, e che tuttavia citano e celebrano un uomo che è unito civilmente con un altro uomo.

Ora, come i nostri lettori sanno, Silere non possum ha condotto una battaglia per ribadire un concetto che riguarda la sfera intima della persona, e abbiamo più volte sottolineato come occuparsi dell'orientamento sessuale e della sessualità dei preti sia del tutto fuori luogo, non cristiano e men che meno professionale o deontologico. Su questo siamo stati chiari. È però altrettanto evidente che, come peraltro prevede la giurisprudenza italiana e internazionale, se una persona o dei blog si ergono a paladini della lotta contro l'omosessualità e contro i preti gay, salvo poi ripubblicare ed elogiare un omosessuale unito civilmente - che addirittura si presenta come "sposato", pur essendo semplicemente unito civilmente -, è facile capire che qualcosa non torna e c'è un interesse pubblico nell'evidenziare l'ipocrisia di queste dinamiche.

Sono le medesime realtà che hanno iniziato a esplodere quando Silere non possum ha semplicemente puntato l'attenzione su un video pubblicato da Vatican News dove Marco Agostini definiva i cardinali "culattoni". Rendiamoci conto di ciò di cui parliamo. E Capozza, pur essendo unito civilmente, si sente in dovere di parlare dell'orientamento sessuale di preti e laici e li addita con nomignoli femminili. Ma adesso ci arriviamo. 

Il tentativo di avvicinamento del 2022

Non tutti sanno, però, che nel 2022 Francesco Capozza, che oggi insulta Silere non possum un giorno sì e l'altro pure, tentò di entrare nelle grazie di Silere non possum, inviando un messaggio Facebook alla redazione. Chiedeva di essere contattato, accennando a "qualcosa di molto sfizioso" sul quale stava lavorando, e proponendo "una chiacchierata". Anche in quel messaggio, naturalmente, millantava una "grande amicizia" con una persona che gravita attorno al Vaticano: circostanza che, dopo le opportune verifiche, si rivelò del tutto falsa.

A quel messaggio
- che peraltro leggemmo solo a distanza di tempo, vista la mole di comunicazioni che riceviamo ogni giorno - non venne data alcuna risposta: a seguito di alcune verifiche interne, infatti, era emersa con chiarezza la reale natura del soggetto. E come avviene puntualmente in certi ambienti - quegli stessi circoli che Capozza, con gli psico blog che lo ripubblicano, insulta quotidianamente, pur facendone a tutti gli effetti parte -, una volta ignorato, cosa ha scelto di fare? Ha iniziato a militare in un sodalizio, del quale è oggi il principale esponente operativo, e che ogni giorno tenta di colpire la "concorrenza".

La tecnica, in sostanza, è la seguente: «Non ti posso avere? Allora ti distruggo». E Capozza lo ha detto più volte, eh: ha dichiarato apertamente che avrebbe fatto fuori Marco Perfetti, che lo avrebbe distrutto, che lo avrebbe cancellato. Ed è così, in effetti, che ha cominciato ad agire: ha pubblicato il luogo di residenza e documenti personali e familiari della vittima; si è recato sotto casa sua per verificarne di persona l'abitazione; si è presentato sotto la sede legale di Silere non possum; ha iniziato a pedinare ogni realtà collegata a Silere non possum; ha iniziato a scrivere e a contattare numerose persone, nel tentativo di costruirsi delle "spalle" da utilizzare per colpire la testata.

Ogni giorno, qualunque articolo uscisse su Silere non possum, Capozza rispondeva con una sequenza ininterrotta di insulti, allusioni, diffamazioni e calunnie, tirando in mezzo, di volta in volta, anche preti, vescovi e cardinali. Da mesi parla di nostre fonti prima al Dicastero per il Culto, poi in Segreteria di Stato, prendendo di mira prima l'uno e poi l'altro a seconda del suo umore. 

Capozza, del resto, appartiene a quella precisa categoria di soggetti la cui presenza massiccia nelle periferie come nel cuore della Chiesa abbiamo, ahinoi, denunciato a più riprese in questi anni: persone che parlano costantemente di sesso e di omosessualità, e che attribuiscono a preti e vescovi comportamenti che, in realtà, risultano riconducibili soltanto a loro stessi - nel caso di specie, a un uomo civilmente unito con un altro uomo. 

In questa diretta TikTok è possibile ascoltare Capozza mentre si riferisce a padre Enzo Fortunato con espressioni di carattere sessuale e marcatamente omofobo, per poi passare a diffamare il responsabile di un noto Atelier, dando voce a meri pettegolezzi. Si tratta, peraltro, soltanto di una piccola parte di una lunga diretta nel corso della quale Capozza arriva, tra l'altro, ad accusare apertamente il cardinale Angelo Bagnasco di aver violato il segreto del Conclave con lui, a muovere accuse del tutto false nei confronti di un sacerdote, e a tirare in mezzo persino il cardinale Marcello Semeraro.





Il metodo della proiezione: le accuse rovesciate

Ciò che oggi ci spinge a scrivere questo articolo - e su cui torneremo - è proprio la sua propensione a millantare e a minacciare di pubblicare o scrivere: è questo l'aspetto che più ci preoccupa, considerato il fatto che egli si aggira attorno a figure ecclesiastiche le quali, come abbiamo visto nella vicenda di Santa Maria Maggiore, risultano particolarmente esposte a simili modalità. Non si tratta, dunque, soltanto di tutelare la nostra reputazione - preoccupazione che ovviamente ci appartiene, pur nella consapevolezza che i nostri lettori hanno ormai imparato a riconoscere quando certi soggetti ossessionati parlano per invidia e lanciano veleno senza mai dimostrare nulla.

E questo, peraltro, offre anche un'idea piuttosto chiara di come agisce Francesco Capozza: egli parla, pubblica e scrive soltanto in base a ciò che ascolta e raccoglie nel chiacchiericcio dell'uno o dell'altro che si lascia avvicinare da lui. Non prova mai ciò che afferma, ed è proprio per questo motivo che, in questi anni, ha sostenuto una marea di tesi puntualmente smentite: l'ultima in ordine di tempo è quella relativa a Macron e Papa Leone XIV, ma gli esempi sono numerosissimi.

E come i migliori soggetti ossessionati, cosa fa? Proietta.

Capozza afferma, di volta in volta, che Silere non possum non pagherebbe le tasse; che Silere non possum non sarebbe una testata regolarmente registrata; che Silere non possum scriverebbe soltanto chiacchiere e cose non provate; che Silere non possum pubblicherebbe documenti falsi; che Silere non possum sarebbe "plurindagata"; che Silere non possum addirittura chiederebbe denaro; che Silere non possum, infine, "scapperebbe" e non si farebbe trovare.

Ora, ciascuna di queste affermazioni, rivolta a Silere non possum, è radicalmente falsa; ed è invece, paradossalmente, ciò che risulta documentalmente imputabile proprio a Capozza. Procediamo con ordine.

Quanto al denaro, è bene ricordare che ogni giornale vive del sostegno dei propri abbonati e, a differenza dei giornali per cui scrive Capozza, non riceve sovvenzioni dallo Stato; l'unico, in questa vicenda, ad avere un procedimento penale pendente con l'accusa di aver estorto denaro a proprio Francesco Capozza. I numerosi video raccolti e i numerosi post, peraltro, dimostrano che è Capozza ad essere avvezzo a questo modus agendi: minacce e ricatti. E ora vedremo come in ben due procedimenti vengono provati questi comportamenti penalmente rilevanti. 

Quanto alla natura della testata, Silere non possum è una testata regolarmente registrata, il cui direttore è giornalista ed editore. Francesco Capozza, invece, è stato denunciato dall'Ordine dei giornalisti italiano per aver falsamente dichiarato di essere giornalista, addirittura anche nel CV presentato alla Regione Marche. 

Quanto ai presunti procedimenti penali in capo a Silere non possum, quello intentato contro Silere non possum è stato promosso proprio dall'"amica" e "collega" di Capozza, Franca Giansoldati: abbiamo già dimostrato come sia del tutto infondato, e come, anzi, metta in luce un vero e proprio sodalizio criminale tra Giansoldati, Capozza & altri. Silere non possum, peraltro, non ha mai pubblicato un solo documento falso, e - a differenza di Capozza - comprova sempre con documenti ciò che afferma.

I processi penali, in realtà, li sta vivendo Francesco Capozza che entra ed esce dai tribunali di Roma e Civitavecchia. Davanti al suo piccolo circolo di follower che stanno ad ascoltare ciò che dice e lo osannano, afferma di avere un unico procedimento aperto, quello contro Genoveffa Ciferri, mentre in realtà ne ha diversi, e per reati ben più gravi della diffamazione.

Infine, quanto al "non farsi trovare", è esattamente l'opposto di ciò che egli sostiene: Silere non possum, in quanto giornale, ha una sede legale, recapiti pubblici e un ufficio legale; è invece Capozza, come risulta agli atti, a sottrarsi alla polizia. Nel procedimento penale intentato contro di lui da un suo ex fidanzato, per estorsione, atti persecutori e stalking, la polizia ci ha messo più di un anno per trovarlo perché risultava "irreperibile". In altre parole, ogni accusa che egli rivolge agli altri è - documenti alla mano - il riflesso speculare della propria condotta.

Si tratta, in realtà, di una strategia consolidata, sulla quale torneremo diffusamente nella seconda puntata dell'inchiesta Il Patto Sporco

Francesco Capozza a processo per estorsione

In realtà, il filo rosso c'è, ed è il seguente: Francesco Capozza è a processo per estorsione. Non lo afferma Silere non possum, lo dimostrano gli atti di un procedimento penale di cui siamo in possesso. La propensione a questo stile, però, si evince anche da alcuni dei suoi stessi contenuti pubblicati online dove parla dell'attività giornalistica in chiave minatoria ("vedrete cosa pubblicherò"). Nei fatti, però, esiste persino un processo incardinato a Roma - nel quale lui è stato peraltro interrogato giovedì 23 aprile 2026 definendosi giornalista (sic!) - in cui un suo ex fidanzato lo ha denunciato e la procura ne ha richiesto il rinvio a giudizio per "estorsione", "atti persecutori" e "stalking". Il processo si sta svolgendo oggi con una lentezza assurda e si è incardinato con ritardo perché, si legge nel fascicolo, il Capozza era "irreperibile".

Sicuramente Capozza dimostrerà la propria innocenza, perché tutti siamo innocenti fino a sentenza definitiva - anche se Capozza non sembra saperlo, dal momento che attribuisce con disinvoltura la colpevolezza di reati a chiunque, tranne che a sé stesso -; resta però il fatto che esistono chat e audio i quali fanno emergere come egli estorcesse denaro al suo ex, minacciandolo di rendere pubblica la sua omosessualità.

Le minacce ai vicini di Civitavecchia

Come abbiamo spiegato più volte, anche nella prima puntata dell'inchiesta, persone di questo tipo - che sviluppano una vera e propria ossessione nei confronti di un soggetto - finiscono, presto o tardi, per tradire sé stesse.

Non stiamo parlando, infatti, di inchieste giornalistiche come quelle condotte da Silere non possum, bensì di una autentica ossessione, fatta di insulti, minacce, atti persecutori e veri e propri comportamenti di stalking, che diventano, alla lunga, concretamente pericolosi. Al momento sono agli atti centinaia di post scritti da Francesco Capozza in cui insulta pesantemente Marco Felipe Perfetti, direttore di Silere non possum. E quando, come in questo caso, ci si trova davanti a una persona con precedenti accuse gravissime - analoghe a quelle che lo stesso Capozza ha messo in atto nei confronti dei propri ex fidanzati -, la pericolosità si fa ancora più evidente. L'inerzia dello Stato, di fronte a tutto questo, è di una gravità ormai inaccettabile, e impone una presa di posizione pubblica volta a sollecitare l'intervento di chi è chiamato a verificare per quale ragione la magistratura e le forze di polizia italiane continuino, ostinatamente, a non muovere un dito.

Feci lanciate ai vicini e minacce millantando il titolo di giornalista

A Civitavecchia, Capozza è stato denunciato per aver gravemente insultato e minacciato due residenti. Avrebbe spalmato delle feci sulla loro automobile, ne avrebbe lanciate nel giardino di casa, e avrebbe pronunciato a loro carico minacce reiterate. Negli stessi giorni in cui si verificavano questi episodi, gli stessi vicini hanno ritrovato l'auto rigata, mentre Capozza - stando agli atti della Procura - accompagnava le minacce con frasi del tipo: «sono giornalista», «adesso vedrete».

Questo è il suo modo di agire ormai da anni, e tutto avviene nel più completo silenzio delle forze di polizia, della magistratura e dell'Ordine dei giornalisti: quest'ultimo, in particolare, è stato destinatario di numerose segnalazioni, alle quali non ha mai dato risposta, confermando ancora una volta la propria natura di lobby autoreferenziale.

I due residenti di Civitavecchia - città nella quale Capozza vive, e nella quale dichiara apertamente di vivere sui propri profili social, a partire da Facebook - hanno prodotto prove audio, video e fotografiche. Capozza, che è stato già condannato con decreto penale di condanna, naturalmente si difenderà in giudizio e proverà la propria completa estraneità ai fatti; le foto, gli audio e i video, comunque, restano.

Considerato che Silere non possum prova sempre ciò che afferma, e non si limita a riferire per sentito dire - come invece fa il sedicente "giornalista" de Il Tempo, il quale, non essendo giornalista, non è tenuto al rispetto di alcun codice deontologico -, pubblichiamo qui di seguito le denunce-querele presentate dai due residenti di Civitavecchia, che ormai da tempo vivono nel terrore perché il metodo Capozza è il seguente: ti prende di mira e poi non ti molla più. Così ha fatto anche con Silere non possum.



Un rischio per la gerarchia

Il meccanismo è sempre il medesimo: Capozza lancia, di volta in volta, affermazioni del tipo «in Vaticano non ci mette piede, è segnalato alla Gendarmeria», con l'evidente obiettivo di indurre la persona presa di mira a replicare. La controparte, infatti, nel tentativo di smentire la falsità, finisce inevitabilmente per esporsi, violando patti di riservatezza e rendendo pubblici elementi della propria vita privi di qualsiasi reale utilità informativa.

Una dinamica, questa, non troppo diversa da quella adottata da un altro sodale di questa cricca (di cui parleremo più avanti), che lanciava provocazioni del tipo: «perché non fa un video nei giardini vaticani?». Si tratta, evidentemente, di affermazioni capaci di colpire soltanto l'ex seminarista cacciato dal seminario - quello che scrive in privato e si arrabbia perché non gli si presta attenzione -, mentre chi conosce davvero il Vaticano, queste cose, semplicemente non le calcola; e, se per caso le legge, sorride, ben sapendo che in Vaticano, senza autorizzazione, non si può registrare assolutamente nulla, pena seri problemi e realmente l'allontanamento.

La differenza di metodo, del resto, è tutta qui. Quando Silere non possum ha scritto, ad esempio, che Giovanni Castiglia era stato bandito dal Vaticano, ha provato la circostanza con un documento ufficiale, firmato sia dalla Gendarmeria sia dallo stesso Castiglia. Siamo un giornale, non dei millantatori di titoli diffidati dall'Ordine. Francesco Capozza, al contrario, sostiene che altri sarebbero stati banditi, ma non porta uno straccio di prova. È bene poi precisare che simili affermazioni - come quella in cui si vantava di essere amico di Edgar Peña Parra e di aver fatto bandire altri dal Vaticano (immaginate la scena: un tizio che non è nessuno che farebbe bandire qualcuno, ah!) - mandano letteralmente su tutte le furie la gerarchia, perché contribuiscono a restituire un'immagine pessima delle istituzioni della Santa Sede.

E giustamente la gente di buon senso si chiede: per quale motivo non dovrebbe poter accedere in Vaticano Silere non possum? Quale sarebbe il reato contestato? Nessuno. Non esiste alcun procedimento penale in Vaticano contro Silere non possum. L'unico che venne tentato in passato fu quello promosso da Angelo Chiorazzo, ma in quella sede emerse chiaramente che era lui a millantare un titolo per denunciare in Vaticano: titolo che, di fatto, non aveva. Altri procedimenti non ve ne sono. Non esiste, dunque, alcuna base giuridica per impedire l'accesso di un giornalista in Vaticano. Per quale ragione, allora, dovrebbero impedirlo? Perché si tratta di un giornalista scomodo? E dove siamo, in Corea del Nord?

Il metodo Capozza: Silere non possum trascina in tribunale il millantatore di titoli

È bene ricordare che Capozza, non essendo giornalista, non gode di alcuna tutela delle proprie fonti. A ciò si aggiunge una sua abitudine consolidata: quella di "esporre al pubblico ludibrio e a rischi" (per usare un'espressione a lui sconosciuta, evitando termini ben più pesanti che ricorrono nel suo lessico) chiunque gli riferisca qualcosa, anche quando si tratta di affermazioni false.

È quanto accaduto con tre soggetti che, pur non conoscendo né Silere non possum, né la sua redazione, né il suo direttore, hanno raccontato a Capozza una serie di falsità, mossi dall'astio e dal risentimento per non aver ottenuto ciò che desideravano. Capozza, lungi dal verificare quanto gli era stato riferito, ha pensato bene di scrivere le sciocchezze che loro gli hanno detto e trasmettere anche a Silere non possum tutti i riferimenti di queste persone, esponendole pubblicamente.

A noi non resta che prenderne atto, dopo aver già provveduto a denunciare i diretti interessati per le dichiarazioni rese. Oltre alle denunce che verranno presentate, vi è poi un altro fronte: quello relativo a tutti quei soggetti repressi che scrivono privatamente a Capozza da quelle sperdute diocesi italiane, nelle quali hanno combinato una serie di guai dei quali, molto presto, ci troveremo a parlare. Capozza, infatti, sarà obbligato a citarli uno per uno in giudizio, non potendo invocare alcuna tutela del segreto delle fonti - tutela che, come è ovvio, non gli compete, non essendo egli giornalista.

Sia questo un monito per tutti coloro che gli si rivolgono confidando di restare protetti dall'anonimato. In primo luogo, sarà lui stesso a doverne rispondere, prima o poi, davanti all'autorità giudiziaria, per ciò che afferma e diffonde; e con lui ne risponderà chiunque lo protegga o tenti di coprirlo. In secondo luogo, è talmente inaffidabile che finisce per esporre persino le proprie fonti.

Prima o poi, in questo caso, significa "molto prima e poco poi". Perché se, da un lato, la Procura della Repubblica e la Polizia postale si sono dimostrate gravemente inerti rispetto a quanto sta accadendo ad opera di questo personaggio, dall'altro il processo civile ha tempi che, se non proprio celeri, sono quantomeno certi. È esattamente per questa ragione che è stato Silere non possum a citare in giudizio il "non giornalista" Francesco Capozza, formulando una precisa richiesta di risarcimento danni, quantificata per ciascun singolo post diffamatorio da lui pubblicato nei nostri confronti. Richiesta che viene riqualificata ogni giorno di più. 

E lo abbiamo fatto a malincuore. In tutti questi anni, infatti, Silere non possum non ha mai dedicato un solo articolo a Francesco Capozza, né lo ha mai preso in considerazione: si tratta, in fondo, di un soggetto sconosciuto e che, a dispetto della grande considerazione che ha di sé, non rappresenta nessuno. Anche per questo motivo, persino di fronte alle invettive degli ultimi anni, avevamo scelto di lasciar correre, consapevoli di trovarci davanti a uno di quei personaggi che inseguono la popolarità - anche, e forse soprattutto, quella negativa - e che, pur di ottenerla, sarebbero disposti a tutto. Non a caso è vicino ad ambienti dell'attuale governo. 

Ora, però, la misura è colma.
E se lo Stato non agisce da Stato, siamo costretti a tutelare da soli la nostra reputazione, e a mettere al tempo stesso in guardia le numerose personalità delle quali Capozza si proclama, di volta in volta, "amico", "confidente", "fidatissimo", affinché sappiano realmente chi è e cosa fa Francesco Capozza.

Fra costoro figura, ad esempio, il cardinale Angelo Bagnasco, che Capozza presenta come uno dei propri "fidatissimi", e che, nelle dirette TikTok, accusa apertamente di aver violato il segreto del Conclave. Vi è poi monsignor Georg Gänswein, che - a suo dire - si sarebbe addirittura adoperato per suo conto, mettendosi alla ricerca di informazioni su Silere non possum. Tutte informazioni che i diretti interessati, ovviamente, smentiscono. E ancora: Edgar Peña Parra, Gerhard Ludwig Müller, Raymond Burke, e molti altri. Tutti "amici suoi".

Si tratta, ovviamente, di persone (alcune) che gli hanno concesso un'intervista in virtù del fatto che egli si presenta - come peraltro effettivamente è - "colui che scrive di Vaticano per il quotidiano Il Tempo". Nulla di più. Il dramma è che a loro si presenta come giornalista pur non essendolo. Ma nessuna di queste persone intrattiene con lui alcun rapporto di tipo personale o confidenziale.

Ed ecco riaffacciarsi, ancora una volta, il meccanismo della proiezione. Mentre Capozza accusa Silere non possum di "millantare accessi" - cosa che non abbiamo mai fatto, nemmeno in relazione a quelle realtà alle quali, palesemente ed evidentemente, dobbiamo in forza del nostro lavoro avere accesso - , in realtà non fa che attribuire a noi ciò che è solito fare lui in prima persona: dirsi "amico" e "fedelissimo" di tutti "i potenti", salvo poi scrivere e diffondere le peggiori nefandezze sulle stesse persone non appena se ne presenti l'occasione.

A questo punto, è bene precisare un ulteriore aspetto. Contrariamente a quanto Capozza ha falsamente sostenuto nelle scorse ore, non è stato lui a citarci in giudizio - e, peraltro, ci si chiede a quale titolo avrebbe potuto farlo, considerato che non lo abbiamo mai degnato di alcuna attenzione -: siamo noi ad aver citato lui. Prova ne è l'atto di citazione che abbiamo pubblicato qui sopra, e che smentisce inequivocabilmente quanto da lui diffuso.

Ciò che Capozza spaccia per "le diffide" è, in realtà, si tratta di una semplice e pretestuosa diffida, inviata dai suoi legali. I quali - è bene ricordarlo - non solo hanno disertato la mediazione obbligatoria che la legge prevede a monte di ogni causa civile per diffamazione, alla quale erano stati regolarmente convocati, ma, dopo aver scelto di non presentarsi, hanno fatto pervenire una diffida priva di capo e di coda, nella quale pretendevano di ottenere una serie di chiarimenti sulla vita professionale del direttore di Silere non possum: chiarimenti che a Francesco Capozza non sono in alcun modo dovuti, sia perché egli non rappresenta nessuno, sia perché tutte le informazioni in questione sono già pubblicamente accessibili. La sua affermazione: "vedremo se quella merda umana si presenterà in tribunale", quindi, è un'altra sua proiezione. Quello che scappa dai tribunali è proprio lui. 

È inoltre del tutto falso quanto egli ha pubblicamente sostenuto, ovvero che a quella diffida non sarebbe stata data alcuna risposta - diffida che, peraltro, è l'unica effettivamente ricevuta, a differenza di quanto Capozza vuole far credere. A quell'atto è stata fornita, al contrario, una risposta puntuale, alla quale ha fatto immediatamente seguito la citazione in giudizio del "non giornalista". Pubblichiamo anche questa documentazione, a dimostrazione del fatto che Capozza è solito mentire abitualmente persino ai suoi pochi e affezionati seguaci.

Comprendiamo che, per chi parla di "reato penale", certi concetti possano risultare di difficile comprensione; ma quando su una missiva è chiaramente apposta la dicitura «riservata e personale», quel documento non può essere reso pubblico. Si tratta di una questione base che purtroppo anche alcuni vescovi analfabeti non hanno imparato in Via Aurelia 468. Noi non siamo criminali abituali, come invece risulta esserlo qualcun altro, che non si fa alcun problema a diffondere persino indirizzi privati di familiari coperti dalla normativa sulla privacy: noi siamo tenuti a rispettare le norme deontologiche che la legge impone ai giornalisti, essendo, a differenza di qualcuno, effettivamente giornalisti.

Minacce e bagarre personali

Stiamo parlando di un personaggio che, come è ormai evidente, non risponde ad alcuna logica. Il suo profilo Facebook è disseminato di post nei quali Papa Francesco viene apostrofato con epiteti e insulti di una gravità inaudita: lo definisce, di volta in volta, un "demonio", un "apostata", e altre amenità di questo tenore. Questione che, inutile sottolinearlo, è ben diversa dalla critica in merito alle scelte del pontificato. Ma stiamo parlando di un soggetto che non frequenta alcune realtà parrocchiale e non ha alcuna vita sacramentale. 

Anche all'interno del mondo dei vaticanisti, del resto, Capozza è osservato con dichiarata diffidenza, e ha avuto litigi con numerosi colleghi. Gli stessi colleghi che, paradossalmente, si affretta a difendere ogniqualvolta a occuparsene sia Silere non possum. Anche questa, però, è una precisa logica criminale: cercare di accattivarsi quanti vengono presi in esame nelle inchieste di Silere non possum, così da potersene poi servire come scudo personale.

In sostanza, coloro che minacciava ieri, oggi li difende. Il filo rosso, però, c'è sempre, ed è di natura squisitamente personale: ed è proprio questo a collegarlo strettamente a Franca Giansoldati e ad altri. Capozza, cioè, scrive e agisce esclusivamente per fini personali.

Quando, nel maggio dello scorso anno, non venne ammesso tra coloro che dovevano stare in prima fila per baciare l'anello al Papa appena eletto, e quando - poco dopo - non venne ammesso a un evento a Castel Gandolfo, ecco puntualmente apparire articoli a sua firma su Il Tempo, nei quali denunciava l'esistenza di un gruppo di vaticanisti "fedelissimi a Bergoglio". E, dopo aver scritto le peggiori nefandezze - che, sia chiaro, venivano vergate unicamente per ripicca, dal momento che, se il gruppo dell'AIGAV avesse incluso anche lui, avrebbe taciuto su tutto -, è arrivato persino a pubblicare dei post dal contenuto chiaramente intimidatorio nei confronti di Matteo Bruni, lasciando intendere che, se gli avessero revocato l'accreditamento, "avrebbero visto". E in quelle stesse minacce, peraltro, finiva per tirare dentro anche Tommaso Cerno, ex direttore de Il Tempo, nonché colui che, lo ricordiamo, lo ha assunto dopo la disastrosa esperienza vissuta da Alessandro Sallusti con questo personaggio a Libero.

Minacce, dunque, dal significato fin troppo chiaro: «se mi togliete l'accredito, vedrete che cosa sono in grado di fare». Ora, un modus operandi di questo tipo è del tutto inaccettabile, perché integra a tutti gli effetti il reato di estorsione: «se non mi togli l'accredito, ne scrivo bene; in caso contrario, ti attacco». Esattamente la stessa dinamica che Capozza ha messo in atto nei confronti di Silere non possum in numerosi post e in almeno due recenti dirette, oggi tutte regolarmente depositate agli atti.


Gli attacchi al segretario di Leone XIV

Anche al segretario di Leone XIV, del resto, Capozza non ha risparmiato considerazioni diffamatorie, accusandolo di essersi concesso una vacanza, quando in realtà si era recato in Perù in missione per conto del Papa. Curiosamente, ciò avveniva proprio nei giorni in cui "qualcuno", in Vaticano, si era preso la briga di mettere i puntini sulle "i", chiarendo che gli agostiniani non avrebbero vissuto con il Pontefice, e che si trattava, in sostanza, di sciocchezze. Sciocchezze, naturalmente, scritte anche da Capozza con quella solita sicumera con cui scrive tutto.

E tra questi agostiniani che non avrebbero vissuto con il Papa, chi figurava? Padre Bruno Silvestrini: ovvero proprio colui che Capozza, in altre occasioni, si affanna a presentare come un suo "grande amico". L’agostiniano che si occupa della sagrestia pontificia e ha fatto accedere Francesco Capozza in Cappella Sistina con il suo compagno fuori dall’orario delle visite nei musei vaticani.

Persino al Papa, dunque, fin dai primissimi giorni del pontificato, Capozza ha riservato osservazioni di questo tenore. E non appena ha ottenuto il via libera da chi gli passa abitualmente le sue "esclusive", non ha perso l'occasione per colpire monsignor Edgard Iván Rimaycuna Inga: un sacerdote fedele al Papa e, soprattutto, un prete di indubbio valore, che di certo non si era concesso una vacanza, come invece egli pretendeva di far credere.

La cricca: Giansoldati, Tornielli e il "patto sporco"

Il fatto, poi, che questo personaggio si stia scatenando proprio oggi, dopo la pubblicazione della prima puntata dell'inchiesta che - lui lo sa benissimo - lo riguarda in prima persona, è un'ulteriore conferma del suo legame con Franca Giansoldati, che lui stesso definisce "amica" e "collega". Ci si domanda: collega di che cosa? Francesco Capozza non è giornalista. Lo ha dichiarato chiaramente l'Ordine dei Giornalisti, il quale non solo ha precisato che egli non è iscritto all'albo, ma lo ha anche accusato di aver falsificato il curriculum vitae presentato alla Regione Marche al momento della nomina al Corecom.

Tutto ciò conferma come Giansoldati, che furbescamente non scrive mai nulla in prima persona, si serva di Capozza come braccio operativo per martellare quotidianamente contro Silere non possum. Sono numerose le affermazioni che Capozza ha disseminato nei suoi post e nelle sue dirette le quali costituiscono, con tutta evidenza, il diretto risultato di quanto gli viene riferito dalla giornalista de Il Messaggero: in caso contrario, infatti, Capozza non potrebbe in alcun modo esserne a conoscenza.

E questo sodalizio - di cui, come dimostreremo nell'inchiesta Il Patto Sporco, fa parte anche Andrea Tornielli - sa perfettamente che, avendo qualcuno che ti insulta dalla mattina alla sera, prima o poi ti stanchi e anche psicologicamente ne risenti, il tuo lavoro ne risente, e - questa è la speranza - talune diffamazioni finiscono per attecchire, facendoti perdere di credibilità agli occhi di quei soggetti che il Vaticano non lo conoscono.

Insomma, come diceva George Bernard Shaw: «non lottare mai con un maiale nel fango: ti sporchi tutto, e al maiale piace». Il punto, però, è proprio questo: anche che tu ti sporchi piace, e piace soprattutto a chi sta a guardare, ben nascosto dietro le quinte.

Ed è esattamente per questo motivo che, la scorsa estate, al Meeting di Rimini, Andrea Tornielli si è premurato di chiedere a Silere non possum: «eh, ma come mai non rispondete agli insulti che scrive su di voi il mio amico ******** *****?». Insomma, Tornielli voleva che noi rispondessimo alle provocazioni e alle diffamazioni propalate da un suo "caro amico". Rendetevi conto. Questo sarebbe il direttore dei media del Papa. 

Ma di tutto questo ci occuperemo nella puntata dedicata ad Andrea Tornielli, nella quale vi spiegheremo il metodo che quest'uomo ha messo a punto, e grazie al quale è riuscito ad arrivare là dove oggi si trova. Con le prove, come sempre. 

L'inerzia di Polizia e Procura

Lo scriviamo chiaramente: le procure (fra cui quelle di Roma e Civitavecchia), che sono state incaricate da anni di porre fine a tutto quanto sta facendo Capozza, non hanno fatto assolutamente nulla. In Italia, purtroppo, funziona così. E oggi dobbiamo denunciarlo apertamente, perché quanto sta facendo Capozza va ormai oltre ogni ragionevole sopportazione: trattandosi di un giornale, e non potendo metterci a discutere con persone irrisolte, avevamo affidato la questione ai nostri legali nella speranza di ottenere qualche risultato in tempi "accettabili".

Considerato però che la Polizia Postale di Roma si muove con una celerità mai vista per contestare a Silere non possum di aver definito Franca Giansoldati una "sciacalla" per aver chiesto la foto del Papa morente, ma non muove un dito contro un soggetto che stalkerizza, diffama e calunnia, pedina e addirittura pubblica illecitamente dati personali sottoponendo le persone ad uno stato di ansia e paura da dover abbandonare la propria abitazione familiare, non possiamo fare altro che dimostrare, come al solito, ciò che affermiamo, e spiegare perché Francesco Capozza abbia sviluppato negli anni una vera e propria ossessione nei confronti di Silere non possum e del suo direttore.

Ora, in ordinamenti penali seri - non guidati da clientelismo, familismo amorale, relazioni paramafiose e corruzione - affermazioni e comportamenti di questo genere costituirebbero elementi più che sufficienti per portare il soggetto a processo e per applicare nei suoi confronti misure cautelari urgenti e di una certa severità. In Italia, però, non funziona così. È la Repubblica delle banane, nulla di nuovo sotto il sole. 

Alla luce di quanto qui esposto e documentato - e della consistente mole di documentazione che ci siamo visti costretti a pubblicare, e che peraltro è soltanto una parte di quella in merito al sedicente giornalista -, una domanda si impone con forza: com'è possibile che Francesco Capozza risulti tuttora accreditato presso la Sala Stampa della Santa Sede, pur non essendo giornalista e, soprattutto, alla luce di tutto quanto ha scritto, e di tutto quanto continua a fare? Possibile che questo club esclusivo di "operatori dell'informazione", il quale negli scorsi mesi ha letteralmente crocifisso un povero prete vaticanista - accusato di reati gravissimi in totale assenza di prove, cavalcando l'onda di un clima nel quale «tutti i preti sono abusatori» -, mantenga poi tranquillamente fra le proprie fila un personaggio che, di reati, ne sta commettendo a getto continuo?

Paolo Ruffini, Andrea Tornielli e Matteo Bruni forniscano, a questo punto, una spiegazione nel merito.

Marco Felipe Perfetti 

e la Redazione di Silere non possum

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