Assisi - Dall’Iran ferito dalla guerra alla città di san Francesco. Il cardinale Dominique Mathieu, arcivescovo di Teheran-Ispahan, ha celebrato questa mattina nella Basilica Superiore una Santa Messa che ha assunto il tono di una testimonianza spirituale e insieme ecclesiale. Le sue parole, pronunciate dopo la partenza forzata dalla sua diocesi e l’incontro con Leone XIV, hanno collocato la pace al centro della meditazione.
Mathieu ha aperto l’omelia offrendo ai presenti una immagine potente: quella delle tombe recanti l’iscrizione requiescat in pace. Da lì ha sviluppato tutto il suo discorso, spiegando che il “riposare in pace” non è una frase ornamentale né una formula consolatoria, ma l’espressione di una fede che guarda al giudizio di Dio, alla misericordia e alla risurrezione. Per questo, ha detto, non si tratta di “un augurio banale”, ma di una preghiera che invoca “quella pace profonda che solo Dio può dare”. Il presule ha quindi collocato san Francesco al centro della meditazione, definendolo di fatto l’uomo nel quale questa pace prende corpo e storia. La pace, ha spiegato, non riguarda soltanto l’aldilà, ma è una realtà che il cristiano è chiamato a vivere già ora. In questo senso Francesco diventa il paradigma di una pace concreta, fatta di conversione, obbedienza ecclesiale, povertà, fraternità e capacità di ricomporre le lacerazioni. Nel testo dell’omelia il porporato insiste su questo punto: la pace “non è solo una promessa dell’aldilà”, ma una realtà da vivere e da donare nel tempo presente.
Per sviluppare questa idea, Mathieu ha ripercorso alcuni episodi decisivi della vicenda francescana. Ha ricordato il giovane Francesco segnato dalla guerra e dalla prigionia, poi trasformato dalla grazia; ha evocato la riconciliazione portata ad Assisi, ad Arezzo e a Bologna; ha richiamato il celebre episodio del lupo di Gubbio come segno di una pace capace di toccare insieme il sociale e il creato. Soprattutto, ha dato grande rilievo all’incontro con il sultano al-Malik al-Kamil durante la crociata: Francesco, ha detto, attraversò le linee nemiche “non con la spada in pugno, ma con rispetto e pace”. In quel gesto Mathieu ha letto una lezione di dialogo che oggi si direbbe interreligioso, ma che nel suo nucleo è anzitutto evangelico e disarmato.
© Custodia generale del Sacro Convento di San Francesco in AssisiUno dei passaggi più significativi dell’omelia è proprio quello in cui il cardinale elenca, quasi in forma di sintesi, le diverse dimensioni della pace incarnate da Francesco: quella interiore, quella comunitaria, quella sociale, quella umanitaria, quella ecologica e quella non violenta. Non c’è, nel suo discorso, una pace ridotta a sentimento privato. C’è invece una pace che tocca i rapporti tra le persone, la convivenza civile, il rapporto con i poveri, con il creato e perfino con il nemico. La regola francescana viene così presentata non come memoria del passato, ma come criterio per il presente: i fratelli, ricorda Mathieu, non devono litigare, ma essere miti, pacifici e modesti.
E qui l’omelia si è fatta particolarmente incisiva. Mathieu ha affermato che, tra guerre, divisioni familiari, ansie personali e crisi ecologiche, “la pace del riposare in pace non è un orizzonte lontano”, perché il Regno di Dio è già in mezzo agli uomini. La pace, quindi, non va aspettata passivamente: va costruita. E ha usato un’espressione di immediata concretezza: “la pace si semina” con una presenza, con un sorriso, con un gesto di riconciliazione, con il rifiuto della violenza verbale, “anche sui social”. In questo passaggio si coglie uno dei nuclei più forti della sua predicazione: la pace non è evasione spirituale, ma forma quotidiana della responsabilità cristiana.
Molto rilevante anche il riferimento alle reliquie di san Francesco, esposte ad Assisi nell’orizzonte dell’ottocentesimo anniversario della morte del Santo. Mathieu ha invitato a guardare quelle spoglie “non come una fine, ma come testimone di resurrezione”. È un passaggio che lega strettamente memoria, corporeità e speranza cristiana, in una basilica che custodisce non soltanto un ricordo, ma una presenza ecclesiale viva. La morte, in questa prospettiva, non è annullata né romanticamente addolcita: viene trasfigurata dalla pace di Cristo, come nel Cantico delle Creature, dove Francesco può persino chiamarla sorella.
Nel finale il cardinale ha invitato i fedeli a chiedere ogni mattina al Signore la pace interiore, a salutarsi con l’augurio francescano “Il Signore ti dia la pace”, a riconciliarsi, confessarsi durante la Quaresima, sostenere gli emarginati, pregare per i defunti e assumere anche gesti di pace ecologica e familiare. Concludendo ha ripresto Gaudium et spes e ha ricordato che la pace “non è solo assenza di guerra”, ma “è soprattutto un’opera di giustizia”.
p.E.F.
Silere non possum