Milano - Alle sei del mattino tredici agenti bussano alla porta di Fabrizio Corona. Entrano, sequestrano computer, telefoni, archivi digitali. È il giorno successivo alla pubblicazione dei contenuti dedicati al caso Alfonso Signorini. Nel giro di poche ore la vicenda esce definitivamente dal perimetro del dibattito mediatico e assume la forma di un’azione giudiziaria rapida, invasiva, spettacolare.
Signorini presenta denuncia; Mediaset deposita a sua volta un atto per diffamazione e minacce e chiede misure preventive che arrivano fino al divieto di utilizzo delle piattaforme per Corona. Si tratta di mosse che, già sul piano simbolico, producono un effetto preciso nell’immaginario collettivo: quando soggetti dotati di enorme potere economico e mediatico reagiscono con un dispiegamento così massiccio di strumenti legali, la domanda che si insinua nel lettore medio è inevitabile e persino banale nella sua formulazione: che cosa hanno da temere? Questa reazione non nasce nel vuoto. È una dinamica ben conosciuta nei sistemi in cui l’informazione è concentrata e gerarchizzata: il potere non si limita a difendersi nel merito, ma agisce sul contesto, ampliando il campo della risposta fino a trasformare una contestazione specifica in un problema di ordine, disciplina, controllo. Il risultato non è tanto la tutela di un diritto quanto la costruzione di un clima, nel quale chi parla viene immediatamente collocato nella posizione dell’elemento pericoloso, destabilizzante, da contenere.
Dal punto di vista giuridico, tuttavia, una misura di questo tipo appare del tutto sproporzionata. Non risponde a un criterio di necessità, né a un principio di gradualità. È una risposta che eccede l’oggetto stesso del contendere. Quando a un’ipotesi di diffamazione si risponde con il tentativo di impedire l’uso degli strumenti di comunicazione, non si sta più cercando di correggere un abuso specifico, ma di limitare la possibilità stessa che una voce continui a esistere nello spazio pubblico. Questo è intollerabile.
Il passaggio più grave, però, è un altro. Mediaset non si limita a percorrere i canali ordinari della tutela legale, ma arriva a rivolgersi alla Direzione distrettuale antimafia, invocando misure coercitive in relazione a fatti che, per quanto controversi e da accertare, rientrano nell’ambito dei delitti contro la persona. Qui il meccanismo si rivela in modo quasi didascalico: un conflitto che riguarda l’informazione viene ricodificato come problema di sicurezza, un atto di parola viene trattato come minaccia sistemica. Ed effettivamente Corona quel sistema lo ha toccato. È un dispositivo classico del potere. Quando il contenuto non può essere immediatamente neutralizzato, si interviene sul soggetto che lo produce; quando la confutazione è impossibile, si preferisce la delegittimazione; quando il dissenso non rientra nei canali controllati, lo si sposta su un piano dove il linguaggio dell’emergenza giustifica l’eccezione. In questo modo, ciò che dovrebbe essere oggetto di verifica e discussione viene sottratto al dibattito e consegnato alla logica della repressione preventiva. Il tutto ad opera di un personaggio, Alfonso Signorini, che ha fatto del gossip sulla vita sessuale delle persone, la propria carriera.
I fatti sono questi. E se si vuole capire che cosa sta accadendo, bisogna partire da qui, non dalle simpatie.
Le modalità con cui Corona affronta la vicenda sono discutibili, profondamente. Lo abbiamo già detto. Le accuse toccano la sfera intima e sessuale di persone che erano anche psicologicamente “dipendenti”, cioè in una condizione di sudditanza rispetto a un colosso del “grande giornalismo italiano”. Parliamo di presunti abusi di potere ai danni di soggetti giovani, aspiranti concorrenti, esposti sul piano professionale e, proprio per questo, ricattabili anche sul piano psicologico. Sono temi che richiedono rigore, prudenza, rispetto. Un format fondato su aggressività, provocazione, battute e su un ritmo da intrattenimento non è il contesto adatto per affrontare ipotesi di violenza sessuale, estorsione o coercizione. Lo abbiamo scritto: contenuti di questo tipo richiedono modalità più delicate, maggiore attenzione e un diverso livello di responsabilità. Le modalità non devono essere quelle da “regolamento di conti” ma di giornalismo serio, rispetto della vita delle persone e zero risatine.
La complessità, quella cosa di cui qualcuno disconosce l’esistenza
Fermarsi qui significa restare, come spesso accade, dentro un modo di ragionare incapace di reggere la complessità: bianco o nero, amici o nemici, a favore o contro. Come se la realtà fosse un tribunale permanente di appartenenze, e non un intreccio di fatti, responsabilità e poteri. Nel giornalismo italiano - o in ciò che troppo spesso gli somiglia senza esserlo - la logica è questa: ti osservo, ti classifico, decido se sei “dei miei” oppure no. Se sei dentro ti cito, ti coinvolgo, ti faccio entrare nel mio “circolino”, per usare l’espressione di Corona. Se decido che non sei dei miei, allora non ti nomino, squalifico tutto ciò che dici anche quando è corretto, tento di delegittimarti e trasformo ogni tua parola in colpa per principio. La vita reale, quella che non vive di microcosmi e di piccole rendite di posizione, funziona diversamente. Anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. Per questo conviene smettere di giudicare per appartenenze e andare al nocciolo della questione.
In sostanza, ciò che sta accadendo attorno a Corona non riguarda più lo stile, ma il metodo con cui il potere reagisce quando una narrazione diventa non controllabile. Siamo già oltre la critica di un linguaggio e di un format: qui non si sta colpendo “come” si racconta, ma il fatto stesso che si racconti.
Nel giro di quarantotto ore si attiva una macchina che chiunque conosca il funzionamento reale della giustizia italiana - tra le peggiori in Europa per tempi e inefficienze - sa essere tutt’altro che ordinaria. Sequestri all’alba, accelerazioni improvvise, interventi che in altri procedimenti, anche su reati ben più gravi, arrivano dopo mesi, quando arrivano. Qui no: la risposta è immediata. E soprattutto è esemplare. E quando ti presenti con TREDICI AGENTI alle sei del mattino, il messaggio è uno solo: intimidire.

Il potere che invoca il potere
L’elemento più inquietante è vedere una realtà come Mediaset, forte di denaro, influenze e contatti anche nella politica e nella magistratura, chiedere misure preventive pensate per impedire a Corona di continuare a usare strumenti essenziali come i social. Il messaggio che passa è brutale: tu non puoi parlare. È una scena che, per logica, ricorda più i sistemi dittatoriali che una democrazia matura: si pretende il silenzio, non la verifica. Molto spesso, sotto i post pubblicati online, si accumulano commenti insultanti che integrano vere e proprie fattispecie di reato. Eppure, a nessuno dovrebbe venire in mente la pretesa più violenta: “tu non puoi esistere, tu non puoi parlare”. Quello che è necessario, semmai, è tutelare la buona fama, intervenire contro contenuti falsi o diffamatori, ordinare la rimozione di ciò che è illecito e sanzionare gli insulti. Ma questo è l’opposto di un divieto generalizzato: la tutela dei diritti non può diventare l’abolizione della parola.
Qui la richiesta non è quella di astenersi dal pubblicare quei contenuti specifici. Non si chiede di accertare i fatti. Non si attende l’esito delle indagini. Non si entra nel merito delle prove. Si chiede di fermare la voce. È un bavaglio preventivo, la trasformazione della tutela legale in uno strumento di pressione.
Questo schema non è nuovo. Il problema è che, ogni volta, ci illudiamo di non dover tornare su dinamiche che hanno segnato la storia dell’umanità: e invece tornano, con gli stessi meccanismi, solo più raffinati. Noam Chomsky lo spiega chiaramente: il potere non ha bisogno di una censura esplicita quando può stabilire che cosa è legittimo e che cosa no, che cosa è “informazione” e che cosa viene degradato a “gossip”. Nei saggi raccolti in Media e potere e in La fabbrica del consenso, Chomsky mostra come l’esclusione dal perimetro dell’informazione “rispettabile” sia la prima forma di neutralizzazione del dissenso: non si confuta il contenuto, si delegittima il soggetto; non si entra nel merito, si scredita la fonte.
È esattamente ciò che sta accadendo qui. Corona non rientra nel circuito che, in Italia, orienta e spesso controlla l’informazione. Non ne condivide i linguaggi, i rituali, le appartenenze. Lui lo chiama “circolino”. Lo dice in modo antipatico? Può darsi. Ma il punto non cambia: quel circuito esiste. Non è una “teoria del complotto”. È una dinamica strutturale, tipicamente italiana: accesso privilegiato alle piattaforme e ai palcoscenici, protezione reciproca, carriere costruite su relazioni, sponsorizzazioni, amicizie, cooptazioni. Con l’arrivo di Giorgia Meloni questo meccanismo si è irrigidito e, in molti punti, è diventato più visibile. Nella televisione di Stato e nell’ecosistema dei media più prossimi alla maggioranza si consolida una regola semplice: entrano soprattutto figure portate da qualcuno. Il CV conta meno dell’appartenenza; i titoli meno della fedeltà; la professionalità meno dell’allineamento. È anche per questo che l’Italia continua a finire sotto osservazione, con rilievi e richiami sul tema del pluralismo e dell’indipendenza dell’informazione. La conseguenza è sempre la stessa: chi è dentro ha voce, spazio, legittimazione. Chi è fuori viene tollerato finché resta innocuo, finché non tocca i nervi scoperti. Quando li tocca, il sistema smette di discutere e inizia a chiudere i rubinetti. Quando li tocca, la reazione è quasi automatica: la cricca si compatta, non agisce in ordine sparso. Si muove insieme, fa massa, costruisce una risposta collettiva per colpire e ricondurre tutto dentro i confini del controllabile. In questo Paese si continua a ripetere che esista una piena libertà di stampa. È una narrazione comoda e rassicurante, soprattutto per l’italiano medio che scambia l’abitudine al rumore per pluralismo, e la presenza di molte voci per indipendenza. Ma basta uscire dai confini nazionali - e guardare soprattutto al Nord Europa - per accorgersi di quanto questa convinzione sia fragile. Lì le garanzie per chi fa informazione non dipendono da un tesserino, da una quota annuale o dall’amico magistrato. Dipendono dal metodo, dalla verifica documentale, dalla responsabilità editoriale. Qui, invece, troppo spesso contano le appartenenze: chi sei, con chi stai, chi ti sponsorizza, chi ti apre o ti chiude le porte.
Gio Evan lo dice nell’apertura di una sua canzone, quando invita a viaggiare perché, altrimenti, si finisce «per diventare razzisti» e «per credere che la nostra pelle sia l’unica ad avere ragione». È così che si scivola nella bolla: si finisce per credere alle televisioni e a chi inventa nemici su misura, fino a convincersi che il proprio sistema sia l’unico possibile e che il proprio panorama coincida con l’intero mondo. È un’immagine potente: senza confronto, i pensieri non si fortificano, diventano fragili, e si accetta come normale ciò che normale non è. Anche l’idea di una libertà di stampa che esiste solo sulla carta, ma che nella pratica viene regolata da appartenenze e protezione reciproca.
Liquidare non è fare verità
Per questo il punto centrale non è stabilire se Corona abbia ragione o torto. Il punto è che ciò che sta raccontando non può essere liquidato come gossip. Riguarda presunti abusi di potere che si collocano all’interno di un sistema che controlla una parte enorme dell’informazione italiana, Mediaset. In un contesto simile, è ingenuo pensare che una denuncia possa nascere dall’interno di quel sistema. Quando il potere controlla i canali, le redazioni e le carriere, la messa in discussione non arriva da chi ne dipende, ma da chi ne è fuori.
Noam Chomsky parla di un passaggio che nella vicenda Corona è peraltro già stato superato. Il filosofo statunitense spiega che i media dominanti solitamente oggi non funzionano come strumenti di controllo attraverso la censura diretta, ma attraverso la selezione delle voci legittime. «Le posizioni che mettono in discussione le premesse fondamentali o che vedono nelle modalità di esercizio del potere l’espressione di fattori sistemici vengono escluse dai mass media», mentre il dissenso radicale è relegato a una stampa marginalizzata. Non perché sia falso, ma perché è incontrollabile.
È per questo che la voce che denuncia difficilmente nasce nel cuore del sistema: emerge quasi sempre da chi ne è fuori, oppure da chi, a un certo punto, ne è stato espulso. E cresce ai margini dove i vincoli sono minori e il controllo è più difficile. Oggi, con l’avvento dei social network, questa dinamica è ancora più evidente: la circolazione delle informazioni non passa più dai canali tradizionali. In Italia qualcuno fatica ancora a capirlo e continua a inseguire, in modo quasi spasmodico, l’illusione che la legittimazione passi dalla scatoletta televisiva. Ma non è lì che nascono le voci davvero libere e pensanti. Oggi, con tutte le sue dinamiche anche tossiche, è il web lo spazio in cui possono emergere voci che non devono “pagare” un prezzo di appartenenza per potersi esprimere. Non a caso, quando un potere vuole davvero spegnere una narrazione, adotta la misura più semplice e brutale: spegnere la rete. In Iran, l’operazione è stata questa: togliere internet, togliere la voce, impedire di informare e di informarsi. E il parallelo, per quanto diverso nei contesti, è inquietante per la logica che rivela. In queste ore gli avvocati di Mediasethanno chiesto un divieto di utilizzo delle piattaforme per Corona; quelli di Signorini hanno esercitato pressione sulle piattaforme social perché rimuovessero tutto. Ed è inquietante.
L.C.
Silere non possum