Nelle scorse ore, dagli schermi televisivi della televisione italiana, il giornalista Massimo Giannini ha pronunciato parole che meritano di essere riportate per intero, affinché nulla del loro peso vada smarrito: «se [una persona] passa gli ultimi 20 anni della sua esistenza immobile su una sedia a rotelle senza fare nulla è inutile che abbia vissuto così tanto». Sono espressioni dinanzi alle quali è impossibile non rabbrividire, giacché non costituiscono il guizzo estemporaneo di un'opinione fra tante, bensì il sintomo eloquente di una concezione del mondo: e di una concezione del mondo tale che né la coscienza civile né quella cristiana possono concedersi il lusso di accoglierla con il silenzio
L'assunto che si annida sotto quelle parole è di una semplicità tanto disarmante quanto insidiosa: la vita varrebbe nella misura di ciò che si compie. Chi produce, chi si muove, chi agisce, chi conserva intatta la propria autonomia, costui soltanto vivrebbe nel senso pieno del termine; chi invece giace fermo, chi dipende dall'altrui sollecitudine, chi non può più -secondo il lessico impoverito del nostro tempo - «fare nulla», costui condurrebbe un'esistenza di troppo, un soprappiù, una posterità superflua. È la trasposizione lampante di ciò che san Giovanni Paolo II, nell'enciclica Evangelium Vitae, additò con espressione ormai entrata nel patrimonio del magistero: la «cultura dello scarto». Quella pretesa, cioè, di tracciare una soglia di utilità al di sotto della quale una vita umana cesserebbe di meritare il proprio nome, e con esso la dignità che le compete. Eppure una vita umana non è un bilancio da chiudere in pareggio, né si lascia collocare sui piatti di una bilancia ove si pesino le prestazioni. Su questo punto il magistero della Chiesa parla, da decenni ormai, con voce di limpida coerenza, e proferisce una verità che dovrebbe imporsi come evidente anche al di fuori di ogni orizzonte propriamente religioso: la dignità della persona è intrinseca, non funzionale. Essa non promana da ciò che la persona compie, bensì dal fatto stesso, semplice e abissale, di essere. San Giovanni Paolo II, nel messaggio rivolto ai partecipanti al Giubileo dei disabili dell'anno 2000, l'aveva consegnata alla storia con parole che oggi suonano quasi come una replica anticipata alle affermazioni di Giannini: «Il mondo dei diritti non può essere appannaggio dei soli sani». E con parole non meno incisive: «Solo riconoscendo la dignità di ogni persona è possibile tutelare l'esistenza di ciascuno».
San Tommaso d'Aquino aveva compendiato questa medesima verità in una formula che il nostro tempo dovrebbe riscoprire e meditare: agere sequitur esse, l'agire segue all'essere. La persona precede il proprio fare, lo fonda, non ne è il prodotto. Una società che capovolga quest'ordine - che faccia cioè dipendere il valore dell'essere dalla quantità del fare - è già una società che ha cominciato, sia pure inconsapevolmente, a edificare le proprie camere dello scarto, anche quando le designa con appellativi più benevoli: efficienza, qualità della vita, autonomia, dignità del fine vita. Mutano i nomi, non muta la cosa. E qui si apre, in tutta la sua amarezza, una delle più eloquenti ironie della storia recente. San Giovanni Paolo II trascorse i suoi ultimi anni piegato dal morbo di Parkinson, sempre più immobile, sempre più dipendente dall'altrui sollecitudine, sempre più «inutile» secondo il metro angusto adoperato da Giannini. E volle mostrarsi così, fino all'ultimo respiro, dinanzi al mondo intero, proprio per ammaestrare gli uomini a una verità che la cultura dominante si ostina a rifiutare: una vita inferma non è una vita minore. «Si serve la Chiesa anche soffrendo», ebbe a dire con la sobrietà che gli era propria. E la parafrasi viene quasi spontanea: si serve l'umanità anche da una sedia a rotelle; si serve l'umanità persino limitandosi a esistere, a ricevere amore, a restituire presenza, a intessere quei legami silenziosi e nascosti che non incrementano il prodotto interno lordo, ma sui quali, in ultima istanza, si regge il fragile edificio di una civiltà.
Papa Francesco, nell'udienza del 2017 dedicata ai temi della disabilità, ha stigmatizzato l'idea «che la vita sia buona solo se l'individuo sta bene fisicamente, ed è capace di godere il piacere della vita». E l'ha chiamata «perfezionismo abilista, basato sull'individualismo egoista». Nell'enciclica Fratelli Tutti si è spinto ancora oltre, denunciando come «certe parti dell'umanità sembrano sacrificabili a vantaggio di una selezione che favorisce un settore umano degno di vivere senza limiti». Le persone con disabilità, ha annotato con dolente lucidità, sono troppo spesso ridotte alla condizione di «esistenze nascoste». Ed è qui che le parole di Giannini acquistano la loro dimensione più inquietante: esse non fanno che rendere esplicito, proclamandolo a voce alta dagli schermi, ciò che il nostro tempo si limita a mormorare sottovoce nelle pieghe della propria coscienza.
E in questo risiede precisamente il punto che ferisce più a fondo. Non si tratta soltanto della disabilità, intesa come condizione circoscritta a una categoria di persone. Si tratta degli anziani la cui esistenza si protrae oltre la soglia che il calcolo sociale considera ragionevole; si tratta dei malati cronici, dei sofferenti in fase terminale, di chiunque non corrisponda più al paradigma imperante del cittadino produttivo ed efficiente. La frase di Giannini, ove la si prenda sul serio - e bisogna prenderla sul serio, giacché non vi è offesa peggiore che derubricare a battuta ciò che è sintomo di un malessere profondo -, equivale a una sentenza pronunciata sopra il capo di milioni di persone. Dice loro, con brutale chiarezza: state vivendo di troppo. Dice ai loro familiari: la vostra dedizione, la vostra cura, il vostro affetto sono uno spreco di risorse e di tempo. Dice alla società tutta: certi corpi farebbero meglio a togliersi dai piedi, a sgombrare la scena, a liberare lo spazio che indebitamente occupano.
La verità cristiana - ma, prima ancora e più semplicemente, la verità umana - è esattamente l'opposto. Una persona costretta all'immobilità sopra una sedia a rotelle non ha vissuto invano: ha vissuto, e tanto basta. È stata amata e ha amato; è stata presenza accanto a chi le stava accanto; ha tessuto relazioni, ha sorretto pesi e ne ha alleggeriti altri, magari soltanto con uno sguardo, con un sorriso, con la silenziosa ostinazione a esserci nonostante tutto.
La Pontificia Accademia per la Vita lo ha ribadito nel documento del 2019: ogni persona, in qualsiasi condizione si trovi, è «soggetto di diritti, capace di amore e di dono di sé». La fragilità non è la negazione dell'umano, bensì una delle sue forme costitutive: forse la più autentica, certamente la più universale, giacché prima o poi essa bussa alla porta di ciascuno, senza riguardo per censo, ingegno o fortuna. Resta da dire un'ultima cosa, ed è insieme la più scomoda e la più necessaria. Quando un giornalista di larga notorietà pronuncia dagli schermi televisivi una frase di tale tenore, non sta semplicemente esprimendo un pensiero privato, destinato a esaurirsi nell'ambito di una conversazione: sta legittimando culturalmente una visione del mondo. Sta comunicando a un pubblico sterminato che è lecito pensarla così, dirla così, scriverla così, accoglierla così. È precisamente per questa ragione che parole simili vanno pubblicamente stigmatizzate: non per istruire un processo all'uomo Giannini, che non interessa né a chi scrive né a chi legge, bensì per riaffermare che esiste un confine etico oltrepassato il quale una società cessa di potersi dire civile. E il confine, in fondo, è di una semplicità adamantina: nessuna vita umana è inutile. Nessuna. Né quella che corre, né quella che giace immobile. Né quella che produce, né quella che riceve. Né quella che si dispiega nel pieno vigore dei vent'anni, né quella che si consuma negli ultimi vent'anni trascorsi sopra una sedia a rotelle.
Chi ha vissuto a lungo non ha vissuto «troppo». Ha vissuto. E questo, per chi conserva occhi capaci di vedere e cuore disposto a riconoscere, è già, infinitamente, tutto.
s.A.A.
Silere non possum