Diocesi di Chieti-Vasto

Chieti - Il 9 giugno scorso l'Arcivescovo di Chieti-Vasto, S.E.R. Mons. Bruno Forte, ha firmato una lettera che traccia il consuntivo dei suoi ventidue anni di episcopato. Il gesto, di per sé, costituisce già una mancanza di riguardo verso il Santo Padre e la Santa Sede: precede infatti l'annuncio ufficiale della nomina del successore alla guida dell'Arcidiocesi, quasi a voler scrivere da sé la parola conclusiva su un ministero il cui congedo spetta unicamente a Roma sancire.

Un episcopato ideologico, interminabile e perfino irriverente: è questo ciò che riaffiora dall'ennesimo gesto di mons. Forte.

Il teologo protagonista

Al di là del gesto e dei tempi, però, ciò che inquieta è il contenuto di questa lettera. Forte si descrive come autore di un «magistero mistagogico», nutrito alla scuola della Chiesa antica. La realtà documentata è un'altra: quella di un prelato la cui notorietà nazionale e internazionale non è mai nata dalla cura di una diocesi periferica e spopolata dell'Abruzzo interno, bensì dal suo essere, prima di tutto, un teologo di scuola. Formatosi tra Napoli, Tubinga e Parigi, collocato dalla critica più benevola tra i progressisti «moderati», Forte è stato per anni la firma di punta del Sole 24 Ore in materia ecclesiale, l'uomo delle Quaestiones Quodlibetales universitarie, l'intellettuale che amava parlare al «mondo della cultura». Tutto legittimo. Ma c’è una frattura tra il pastore e il personaggio: una diocesi non si governa con le conferenze e le reprimende contro i fedeli conservatori, e una Chiesa che invecchia non si nutre di seminari accademici.

Nel 2014 papa Francesco lo volle segretario speciale del Sinodo straordinario sulla famiglia, e in quella veste Forte fu uno degli estensori della contestatissima Relatio post disceptationem, il testo che introdusse a sorpresa nei lavori sinodali l'apertura ai divorziati risposati. Fu uno scandalo procedurale prima ancora che dottrinale. Quando, in conferenza stampa, fu chiesto conto di quei passaggi, il relatore generale, il cardinale ungherese Péter Erdő, si tirò pubblicamente fuori dalla paternità del testo e rimandò a Forte con una frase rimasta celebre: il brano l'hai scritto tu, rispondi tu. Pochi giorni dopo i confratelli della CEI gli fecero sapere cosa pensavano di quel metodo: alla vicepresidenza per il Centro Italia lo bocciarono al ballottaggio con sessanta voti contro centoquaranta. Un gesto che non lascia spazio ad interpretazioni.

Questo è il profilo. Un governo ideologicamente connotato, in cui la causa - l'agenda teologica e la propria posizione di avanguardia nel dibattito ecclesiale - è venuta sistematicamente prima della Chiesa concretamente affidatagli.

Il bilancio letto controvento

La parte più istruttiva della lettera è quella che l'autore non si accorge di scrivere contro di sé. Forte parla di un'economia diocesana «sostanzialmente sana», ma deve subito ammettere che i beni stabili «non sono molti, né redditizi» e che si è proceduto a dismettere «ciò che era solo di peso». Rivendica la stabilità delle vocazioni, ma il numero reale è di «un paio all'anno», a fronte di un presbiterio in cui «molti sacerdoti sono anziani». E confessa, senza coglierne la gravità, che la diocesi sopravvive grazie a una decina di preti importati dal Tamil Nadu, in forza di un gemellaggio con Tuticorin: clero a tempo, prestato dall'India per coprire i buchi di una Chiesa che non genera più i propri pastori. Aggiungete lo spopolamento dei centri montani dell'interno, che lui stesso descrive, e avrete il ritratto reale che il tono celebrativo cerca di coprire: una diocesi fragile, in contrazione demografica e vocazionale, tenuta in piedi dai contributi della CEI e dal lavoro di un clero che invecchia.

Ventidue anni sono lunghi. Un tempo interminabile se il tuo vescovo è ideologico e divide fra “amici” e “nemici”. Un tempo interminabile se il suo rapporto con preti e laici si limita al “chiamatemi padre non monsignore” (sic!). Ventidue anni sono il tempo che basta perché una Chiesa porti il segno di chi l'ha guidata per i successivi cinquant’anni. E il segno, qui, non è quello di un pastore che ha riempito i seminari o radicato comunità vive nei paesi che si svuotavano: è quello di un vescovo-teologo che ha coltivato il proprio profilo nazionale mentre il tessuto ordinario si assottigliava sotto di lui. Questa stessa lettera è dimostrazione di una personalità narcisistica abbastanza marcata.

Il congedo che non spetta

Resta il gesto iniziale, ed è il più rivelatore. Chi ha servito davvero non ha bisogno di scriversi l'elogio funebre; lascia che siano gli altri, e anzitutto la Chiesa, a dire la parola sul proprio operato. Forte ha scelto di farlo da sé, in anticipo, scavalcando l'unico soggetto cui spetta sancire la fine di un episcopato. È l'ultimo atto di un governo che ha sempre messo il «padre Bruno» al centro della scena - anche, e proprio, nel momento di uscirne.

Il vero bilancio non lo firmerà lui. Lo scriverà il successore, quando salirà sulla cattedra di Chieti-Vasto e troverà cosa c'è davvero, sotto la prosa edificante, ad attenderlo.

d.J.L.
Silere non possum



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