Roma - La conferenza stampa di inizio anno a Palazzo Chigi avrebbe dovuto restare ciò che, in una democrazia, è chiamata a essere: un passaggio pubblico di accountability, fatto di domande, dati, scelte politiche e contraddittorio. Da quando il Presidente del Consiglio è Giorgia Meloni, questo appuntamento è diventato anche, di fatto, una delle pochissime occasioni in cui i giornalisti possono rivolgere quesiti diretti al Capo del Governo.

È stata invece trasformata in un caso emblematico del degrado del confronto pubblico e, soprattutto, del ruolo reale dell’Ordine dei giornalisti: non un presidio di libertà e di tutela della professione, ma un dispositivo di controllo che scivola con disarmante facilità nel paternalismo, nel richiamo gerarchico e nella selettività. Quando chi dovrebbe difendere l’autonomia della stampa si mette a distribuire ammonizioni e a “mettere in fila” i cronisti, il problema non è il tono: è la cultura. Ed è una cultura che merita una condanna netta.

A scandalizzare i cronisti che prendono sul serio il proprio mestiere - non chi, in Italia, si è ormai adattato a questo sistema - è stata una frase rimbalzata ovunque in poche ore: «La prossima volta sarai quarantesimo». Nel clima attuale, in cui gli attacchi e le umiliazioni pubbliche rivolte ai giornalisti sono diventati quasi ordinaria amministrazione, ci si aspetterebbe che certi toni arrivino da esponenti del governo Meloni o da ospiti di passaggio, come è già accaduto recentemente con il primo ministro albanese.

Qui, però, la responsabilità è ancora più grave. Perché a pronunciare quella frase non è stato un ministro, né un portavoce, né un leader straniero: è stato il presidente dell’Ordine dei Giornalisti italiano, Carlo Bartoli, rivolgendosi al cronista del Corriere della Sera Marco Galluzzo nel pieno della conferenza stampa con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. I modi e i toni di Bartoli non sorprendono nessuno che lo conosca: sono quelli rozzi e spicci dello scaricatore di porto, con un’impronta toscana che gli anni romani hanno solo peggiorato, fino a farne emergere i tratti più burini e arroganti del sottobosco capitolino. Uno stile che nulla ha a che vedere con il ruolo istituzionale che ricopre e che, anzi, finisce per esporre l’Ordine a un ulteriore discredito pubblico.

Si è trattato di un gesto vergognoso non solo per il contenuto, ma per ciò che rivela: l’idea che l’Ordine non difenda la libertà dei giornalisti, ma contribuisca a metterli in riga. E mentre qualcuno prova a liquidare l’episodio con le solite attenuanti all’italiana - il presunto “nervosismo da conferenza”, la battuta infelice, il momento storto - fuori da questa bolla la domanda viene posta con insistenza: perché l’Italia ha ancora un Ordine dei giornalisti? Si tratta di un Paese che, anno dopo anno, arretra nelle classifiche sulla libertà di stampa elaborate da organizzazioni indipendenti.

In molti si chiedono ormai a cosa serva davvero l’Ordine dei giornalisti. Di certo non a garantire deontologia, professionalità o qualità dell’informazione. Piuttosto, appare sempre più come una piccola lobby corporativa, impegnata a proteggere sé stessa e gli iscritti che ne alimentano gli introiti economici, più che a tutelare il diritto dei cittadini a un’informazione libera, competente e responsabile.

«È una lobby di potere: non serve a garantire serietà professionale, semmai finisce per svuotarla. Se vuoi iscriverti, spesso basta una pratica fittizia: un giornale “amico” ti formalizza una collaborazione e persino un pagamento, poi però - nella sostanza - ti chiede di restituire “a mano” quanto ti ha bonificato. Dopo due anni entri nell’albo e inizi a versare la quota: l’Ordine incassa, il meccanismo si autoalimenta e tutti fanno finta che sia normale. I provvedimenti disciplinari? Scattano solo se sei diventato antipatico a qualcuno che è nel consiglio di disciplina. Altrimenti, anche davanti a segnalazioni serie su comportamenti gravi di giornalisti, spesso non ti rispondono nemmeno». Così racconta un ex membro del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti, descrivendo un sistema che somiglia più a un circuito di cooptazione che a un’istituzione di garanzia.






La vicenda Piero Armenti

Nei mesi scorsi è esplosa un’altra vicenda: la sospensione per dodici mesi di Piero Armenti da parte dell’Ordine regionale campano, sulla base di un procedimento disciplinare fondato su un esposto anonimo e su un’interpretazione restrittiva dell’articolo 22 del codice deontologico, applicata a un imprenditore che comunica la propria impresa sui propri social. In Italia c’è ancora chi ragiona come se contassero solo gli editoriali di carta e l’ospitata in televisione, soprattutto nella TV pubblica, dove sempre più spesso la selezione dei volti e delle conduzioni premia l’allineamento al partito politico che ha il potere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: palinsesti che vengono occupati dai soliti viscidi ottantenni, ospitate di personaggi imbarazzanti ma vicini al governo, ecc….

È il riflesso del familismo amorale all’italiana: un sistema che si autoproduce, si protegge, si legittima da solo e poi si stupisce se perde credibilità. Perché fuori da quella bolla, i giovani e una parte crescente di pubblico si informano altrove: sui social, su YouTube, sulle nuove piattaforme digitali. E lo fanno non per moda, ma perché percepiscono i canali tradizionali come controllati, autoreferenziali e, spesso, semplicemente incapaci di raccontare il reale con onestà e qualità.

La sanzione come gesto identitario

La vicenda di Piero Armenti merita di essere raccontata con precisione, perché qui non c’è una polemica di giornata. C’è un nodo strutturale: chi controlla chi, con quali criteri e con quale proporzione.

A ricostruire pubblicamente la vicenda - dopo che il caso è esploso sui social, generando un’ondata di solidarietà verso Armenti e un’ennesima pessima figura per l’Ordine dei giornalisti - è lo stesso Armenti. Nel suo racconto torna al punto di partenza: il 2006, quando va a Roma per sostenere l’esame da giornalista professionista. Descrive “un casermone enorme”, “migliaia di persone”, un’atmosfera da procedura di massa; ma soprattutto insiste su un dettaglio che la dice lunga: l’esame si svolge ancora con la macchina da scrivere, mentre il mondo sta entrando nell’era dei social. Per lui è la prima crepa che rivela la natura dell’Ordine: un’istituzione anacronistica, “un unicum in Europa”, “custode dell’antico contro il moderno”, più impegnata a difendere una forma di tradizione corporativa che a misurarsi con la trasformazione reale dell’informazione.

Il “tesserino” che non apre porte e la selezione per relazioni

Superato l’esame, Armenti racconta di essersi scontrato subito con la realtà: quel tesserino serve “a molto poco”. In Campania nessuna redazione è disposta ad assumerlo, mentre - scrive - “passano avanti persone di dubbia preparazione” per ragioni che “conosciamo”. La parola chiave, qui, è cooptazione: non selezione per merito, ma accesso regolato da reti di conoscenze, presentazioni, contatti, scambi di favori e dinamiche opache che, in molte aree del Paese, funzionano da filtro reale molto più di qualunque esame. È un meccanismo che abbiamo denunciato più volte anche su queste pagine: chi non accetta quel codice non scritto - l’adattamento, la disponibilità a “stare al gioco”, la dipendenza da chi apre porte - spesso resta fuori. E Armenti, nella sua ricostruzione, conferma esattamente questo: l’ingresso nel lavoro giornalistico non è determinato dalla preparazione, ma da reti informali che decidono chi entra e chi resta ai margini.

L’emigrazione, l’impresa, i social come mass media

Armenti sceglie la via d’uscita: Stati Uniti, uno stage non retribuito, poi l’approdo all’impresa. Nel 2014 - racconta - capisce che Facebook non è più soltanto un social network, ma un vero mass media, e costruisce attorno a quella intuizione un progetto imprenditoriale (pagina e attività legate a “Il Mio Viaggio a New York”), fino a recidere ogni legame sostanziale con l’Ordine: il tesserino, dice, finisce “nel cassetto”. Qui sta il punto decisivo, che l’Ordine sembra fingere di non comprendere: Armenti non rivendica di fare “giornalismo” sui social per conto di una testata. Rivendica di essere un imprenditore che usa i social come strumento naturale di comunicazione personale e di promozione dell’attività, come accade oggi in qualunque settore. E c’è un’ipocrisia che fa pietà. L’Ordine vive di quote e tasse pagate dagli iscritti: è un apparato che si alimenta per inerzia, senza esporsi al rischio del mercato e spesso senza offrire una tutela proporzionata a ciò che incassa. Il giornalista libero, il freelance, invece, vive in un ecosistema dove la sostenibilità economica passa anche dalla capacità di farsi conoscere, di costruire un pubblico, di promuovere il proprio lavoro, talvolta di collaborare con un brand o di valorizzare un progetto che gli consenta di sopravvivere. Non è un vezzo: è una necessità materiale. Trattare questa realtà come una colpa morale, o peggio come un illecito disciplinare automatico, significa non difendere la deontologia: significa difendere un modello corporativo che non esiste più. O meglio, esiste solo nella testa dell’italiota medio.

2025: il procedimento disciplinare dopo 19 anni di silenzio

La riapertura del “dialogo” con l’Ordine arriva nel 2025, cioè diciannove anni dopo quell’esame. Non attraverso un confronto professionale, ma con una comunicazione recapitata alla madre di Armenti: è stato avviato un procedimento disciplinare nei suoi confronti. Armenti racconta di aver chiesto spiegazioni via PEC e di aver ricevuto l’esposto all’origine del procedimento, con il nome di chi lo ha presentato occultato. Ne dà un giudizio tranchant: un testo “confusionario”, “generico”, “da terza elementare”, eppure ritenuto sufficiente per aprire un vero e proprio “processo”. Il punto, però, non è lo stile dell’esposto. È la soglia di credibilità che un atto deve avere per attivare un potere tanto invasivo. Quanto deve essere solida una contestazione per trasformarsi in procedimento disciplinare? E, soprattutto, perché l’Ordine si “accorge” solo nel 2025 di cose che Armenti fa pubblicamente dal 2014?

Qui si impone anche un’altra domanda, inevitabile e scomoda: com’è possibile che, di fronte a segnalazioni su comportamenti molto più gravi - violazioni deontologiche inaccettabili, conflitti d’interesse, scorrettezze sistemiche - l’Ordine spesso resta inerte o addirittura silente, mentre trova energia e zelo per intervenire su un caso che, di fatto, riguarda un imprenditore di successo che vive negli Stati Uniti e comunica la propria attività sui propri canali? Se questa è la priorità, allora non stiamo parlando di tutela della deontologia: stiamo parlando di una lobby che agisce a seconda della convenienza. E sappiamo anche bene che l’italiano medio ha anche una naturale invidia verso chi ha successo.

La videochiamata e il Collegio disciplinare

Armenti riferisce che viene ascoltato in videochiamata e che il Collegio è guidato dal collega Michele Maria Ippolito, descritto come cordiale, non inquisitorio. Nessun attacco personale: “ha fatto il suo lavoro”, scrive, ma “ha sbagliato”. Durante l’audizione si discute dell’articolo 22 del codice deontologico. Armenti trascrive i passaggi chiave, in particolare quello che vieta al giornalista di prestare “nome, voce, immagine” per iniziative pubblicitarie o per promuovere marchi e prodotti commerciali, salvo eccezioni (fini sociali/umanitari e comunicazione scritta all’Ordine).

A questo punto Armenti sostiene che quell’articolo non possa essere interpretato in modo da limitare la sua libertà d’impresa: “i social sono io”, “sono cose mie”, non legate a un incarico giornalistico, perché non lavora per giornali, TV o radio. Comunicare l’impresa – sostiene – è parte implicita del fare impresa. L’Ordine, invece, ritiene che lui possa fare impresa, ma non possa parlarne sui social senza configurare un conflitto e una commistione tra pubblicità e informazione. Armenti pone una domanda tipicamente giuridica: qual è la ratio della norma? Chi tutela una lettura così? Se la norma, applicata in quel modo, non tutela il cittadino da un’informazione ingannevole ma punisce un’attività comunicativa privata, la sanzione diventa vessazione, non tutela.

La sanzione: 12 mesi, “quasi la massima”

Il Collegio disciplinare decide la linea dura: sospensione per dodici mesi, una sanzione “quasi massima”, appena sotto la radiazione. Armenti la incassa, ribadisce che “non mi cambia niente” sul piano pratico, ma il dato politico e simbolico resta intatto: l’Ordine lo dimentica per diciannove anni e poi ricompare non per verificare, dialogare o chiarire, bensì per processarlo e sospenderlo. Nel suo racconto aggiunge un passaggio che, letto con gli occhi di chi conosce le logiche corporative, è una miccia accesa: si domanda perché l’Ordine intervenga proprio adesso - “che ho fatto qualche investimento in Campania” - e non negli anni precedenti, quando l’attività era già pubblica e consolidata. La spiegazione più plausibile, in un contesto come quello italiano, è anche la più amara: non la tutela della deontologia, ma la dinamica del risentimento e dell’invidia sociale. Quando qualcuno diventa un caso mediatico e un esempio di successo fuori dalle corsie controllate, scatta il riflesso della segnalazione, del “mettiamolo a posto”, dell’accanimentomascherato da moralismo. È il terreno perfetto per il giornalista di provincia che vive di microcarriere e piccole rendite: non compete sul risultato, compete sulla delegittimazione. E un Ordine che presta orecchio a questo meccanismo, invece di neutralizzarlo, finisce per esserne complice.

Nella sentenza gli si suggerisce di cancellarsi perché inattivo, come molti iscritti peraltro. Per Armenti, la richiesta suona così: o rientri nel modello classico o esci dall’albo. Ma allora l’albo non certifica competenza o etica: certifica appartenenza a un modello, a una lobby.



Il nodo politico-culturale: un Ordine che disciplina i bersagli e ignora i problemi veri

Ora mettiamo insieme i pezzi.

Nella conferenza stampa di Palazzo Chigi, il presidente dell’Ordine dei giornalisti interviene per contingentare una domanda scomoda e articolata, con toni da richiamo gerarchico: non per difendere il diritto di chiedere conto al potere, ma per “mettere in riga” chi sta facendo il proprio mestiere.

Nel caso Armenti, un Ordine regionale riattiva il proprio potere disciplinare dopo anni di silenzio, sulla base di un esposto e di un’interpretazione che lo stesso interessato definisce restrittiva e lesiva della libertà d’impresa, arrivando a una sospensione lunga e pesante.

In entrambi i casi il denominatore comune è l’anacronismo: un’istituzione che pretende di controllare una professione che, nelle democrazie mature, vive di una regola semplice e non negoziabile: la libertà di stampa si tutela garantendo indipendenza, non imponendo appartenenze e gerarchie. Dove esistono organismi di categoria, servono - quando servono - a proteggere i giornalisti, a rafforzare standard e formazione, non a fare lobby, né a riprodurre corporativismo.

Il quadro è ancora più grave perché tutto questo avviene in un Paese che, secondo Reporters Without Borders, nel 2025è sceso al 49° posto nel World Press Freedom Index: un contesto in cui le minacce includono criminalità organizzata, estremismi violenti, pressioni politiche, l’uso di cause intimidatorie (SLAPP) e pulsioni ricorrenti di “legge bavaglio”.

E in questo scenario - senza ignorare i rapporti spesso opachi tra informazione, politica e magistratura - la domanda diventa inevitabile: un Ordine così com’è oggi rafforza la libertà o contribuisce a restringerla?

R.V.
Silere non possum