Città del Vaticano - Israele e Stati Uniti hanno avviato nella mattinata odierna una serie di attacchi aerei contro l’Iran, colpendo più aree del Paese e diverse città, inclusa la capitale Teheran. La risposta iraniana è arrivata quasi subito, con missili diretti verso Israele e verso varie basi militari statunitensi nel Golfo.
L’obiettivo dichiarato: oltre il dossier nucleare
Il punto politico che segna questa nuova fase riguarda la finalità dichiarata dell’operazione. L’obiettivo indicato da Donald Trump e richiamato anche dal governo israeliano va oltre la semplice pressione sul dossier nucleare: si parla esplicitamente di rovesciare il regime iraniano, colpendone la struttura di comando e le capacità militari, in particolare quelle missilistiche, e riducendone la proiezione regionale attraverso gruppi alleati come Hamas e Hezbollah.
L’incognita Khamenei e il vuoto di conferme
Nelle ore successive all’attacco, l’attenzione si concentra soprattutto sulla sorte della Guida Suprema Ali Khamenei, principale autorità religiosa e politica del Paese. Il suo complesso a Teheran è stato distrutto dai bombardamenti, ma non è chiaro dove si trovasse al momento degli attacchi né se sia stato ucciso o ferito. Diverse fonti israeliane ipotizzano sempre più insistentemente che Khamenei sia stato ucciso, ma manca ancora una conferma definitiva.
La rappresaglia e l’allargamento del fronte nel Golfo
Sul piano militare, la rappresaglia iraniana ha esteso subito il fronte. Oltre al lancio di missili verso Israele - con sirene, stato d’emergenza e chiusura dello spazio aereo - vengono segnalati attacchi diretti contro alcune delle principali installazioni statunitensi nella regione: la Al Udeid Air Base in Qatar, la Ali Al Salem Air Base in Kuwait e la base della Quinta Flotta USA in Bahrein. Altri missili sono stati diretti verso una base negli Emirati Arabi Uniti: sono stati intercettati, ma i detriti hanno causato una vittima. In Bahrein, intanto, è stata avviata un’evacuazione nelle aree attorno alla base.
Reazioni arabe e fratture diplomatiche nella regione
L’allargamento degli attacchi a Paesi a maggioranza araba ha innescato una reazione diplomatica immediata. Qatar e Kuwait hanno denunciato la violazione della propria sovranità, riservandosi di rispondere; gli Emirati Arabi Uniti hanno avvertito di “gravi conseguenze” in caso di ulteriori attacchi; l’Arabia Saudita ha espresso solidarietà ai Paesi colpiti, in un quadro regionale in cui Riad resta il principale rivale dell’Iran.
Nel corso della giornata è emersa anche una notizia destinata ad aumentare ulteriormente la pressione politica e internazionale. Un attacco aereo ha colpito la scuola femminile Shajareye Tayabeh a Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan. Secondo quanto riferito dall’agenzia ufficiale iraniana IRNA, l’istituto era aperto al momento del bombardamento e almeno 57 studentesse sarebbero state uccise; vengono inoltre segnalati decine di feriti e persone ancora sotto le macerie. Teheran attribuisce la responsabilità a Israele, ma al momento non è possibile stabilire con certezza se l’attacco sia riconducibile effettivamente a Israele o agli Stati Uniti.
Traffico aereo in crisi: chiusure e sospensioni
Gli effetti della crisi stanno già superando i confini dell’area di guerra in modo molto concreto, a partire dal traffico aereo. Almeno sei Paesi hanno chiuso lo spazio aereo - tra cui Iraq, Giordania, Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti – e numerose compagnie hanno sospeso o modificato le tratte in Medio Oriente. Sono state inoltre sospese le operazioni nei due principali aeroporti di Dubai (Dubai International e Dubai World Central), con possibili effetti a catena sul traffico globale.
Il nodo economico più sensibile resta l’energia. L’Iran potrebbe tentare, come ritorsione, di ostacolare o bloccare il transito nello stretto di Hormuz, un corridoio marittimo cruciale: da qui passa circa un quinto del petrolio mondiale. Anche solo l’ipotesi di una chiusura è tra i fattori più destabilizzanti, in grado di influire rapidamente su mercati e catene di approvvigionamento.
Comunicazioni rallentate e opacità informativa interna
All’interno dell’Iran, intanto, il quadro informativo diventa sempre più opaco. La rete internet e le comunicazioni via cellulare risultano in forte rallentamento, fino a essere quasi azzerate in ampie aree del Paese. Non è chiaro se si tratti di danni alle infrastrutture oppure di un blocco deciso dal regime, come già avvenuto in altri momenti di crisi e durante proteste interne.
Sul piano diplomatico, gli attacchi arrivano mentre erano in corso colloqui indiretti o mediati tra Washington e Teheran. Gli ultimi incontri si erano svolti a Ginevra e vertevano soprattutto sulla richiesta statunitense di ridurre il programma nucleare iraniano; era previsto un seguito, ma la notte dei bombardamenti ha cambiato completamente lo scenario. il ministro degli Esteri dell’Oman ha invitato gli Stati Uniti a non farsi trascinare ulteriormente nel conflitto, definendolo “non la loro guerra”.
La guerra delle narrazioni: nomi, simboli, messaggi
In questo contesto, la dimensione comunicativa è parte integrante dell’operazione. I nomi assegnati all’operazione sono “Epic Fury” per gli Stati Uniti e “Lion’s Roar” per Israele. È prassi ricorrente scegliere denominazioni dal forte valore evocativo e, spesso, propagandistico: i bombardamenti statunitensi della scorsa estate erano stati battezzati “Midnight Hammer” (“Martello di mezzanotte”), mentre quelli israeliani che li avevano preceduti erano stati indicati come operazione “Rising Lion” (“Leone che si solleva”). Il richiamo al leone viene spesso letto come un rimando alla Bibbia, dove un profeta paragona la forza di Israele a quella di un leone. Allo stesso tempo, il leone è anche un simbolo della vecchia bandiera iraniana precedente alla rivoluzione islamica del 1979, che raffigurava un leone con una spada davanti a un sole: un emblema oggi utilizzato di frequente dall’opposizione al regime in Iran e da Reza Pahlavi.
Le parole di Leone e la preoccupazione per un mondo in frantumi
È inquietante che venga utilizzata la bibbia per giustificare delle azioni di guerra. È preoccupante che, nel racconto pubblico dei conflitti, prenda piede con disinvoltura l’etichetta di operazione difensiva e, ancora di più, di operazione preventiva, perché la scelta delle parole costruisce la cornice morale prima dei fatti e finisce per rendere “necessario” ciò che, sul piano umano e giuridico, resta devastante: Leone XIV lo ha richiamato con forza, insistendo su una pace «disarmata e disarmante» e denunciando la deriva per cui il linguaggio perde aderenza alla realtà e diventa un’arma “per ingannare o colpire”, mentre «riscoprire il significato delle parole» diventa una delle urgenze del nostro tempo; se la semantica si fa elastica, anche i principi si fanno negoziabili, e così l’eccezione si trasforma in regola, fino a normalizzare la logica per cui si “fa la guerra per raggiungere la pace” e si legittima l’uso della forza come se fosse un passaggio tecnico, non un trauma storico. Il punto non è assolvere il regime di Alī Ḥoseynī Khāmeneī: le sue condotte - repressione interna, destabilizzazione, violazioni della dignità - restano da condannare e da far cessare; ma la domanda che si impone, e che il Papa di fatto obbliga a porre, riguarda il criterio: come si concilia la condanna di un regime con il diritto di ogni Stato a non essere invaso, con la tutela della sovranità e con il quadro del diritto internazionale che, nel dopoguerra, ha posto un argine all’idea che i confini si cambino “per ragioni superiori”?
Nel discorso ai diplomatici Leone XIV ha parlato apertamente della crisi del multilateralismo e della sostituzione del dialogo con la “diplomazia della forza”, ricordando che il rispetto del diritto umanitario non può dipendere da interessi militari o strategici; se ciascuno si attribuisce il potere di decidere quando una minaccia giustifica una azione preventiva, la categoria della legittima difesa si dilata fino a diventare un lasciapassare permanente, e allora la misura non è più la giustizia ma la potenza, con una conseguenza lineare: la regola della convivenza viene riscritta dai più forti e per i più forti.
È la stessa frattura che si è vista, pochi mesi fa, nel dossier Venezuela–Maduro, quando la valutazione politica del “bene” e del “male” rischiava di scavalcare il perimetro delle garanzie comuni: si può criticare, isolare, sanzionare, perseguire responsabilità, sostenere mediazioni e percorsi democratici, ma se la verifica della legittimità viene affidata a singoli Stati che si auto-investono del ruolo di giudici ed esecutori, il risultato è una carneficina annunciata, perché l’ordine si spezza e ogni conflitto diventa esportabile “in nome della sicurezza”.
In questo quadro la voce del Papa è più concreta di quanto sembri: nel messaggio quaresimale chiede un digiuno anche «dalle parole che percuotono e feriscono», invitando a “disarmare il linguaggio” e a misurare le parole; applicato alla politica internazionale significa rifiutare la mistificazione che trasforma un atto di forza in un atto di virtù, significa chiamare le cose con il loro nome, senza anestetici retorici, perché quando la realtà diventa “opinabile”, diventa opinabile anche la vita degli altri, e la pace - che per Leone XIV è presenza, cammino e responsabilità - viene ridotta a slogan di parte, utile a giustificare azioni che restano immorali proprio perché pretendono di cancellare, con una formula, la dignità dell’altro e la tenuta delle regole comuni.
d.E.R.
Silere non possum