Città del Vaticano - La giustizia, nella prospettiva cristiana, non è soltanto applicazione di norme e procedure. È una virtù che nasce dall’ordine dell’amore e che contribuisce a edificare l’unità della comunità. È questa la chiave interpretativa offerta da Papa Leone XIV nel discorso pronunciato questa mattina nell’Aula della Benedizione in occasione dell’apertura dell’Anno giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano.
Si tratta del primo discorso del pontificato agli organi di giustizia del piccolo micro Stato che in questi anni è stato al centro di numerose criticità a causa anche del predecessore di Leone XIV e delle persone di cui si è circondato.
Nell’Aula della Benedizione il Pontefice ha incontrato i membri dell’autorità giudiziaria dello Stato - magistrati, avvocati, officiali e collaboratori - alla presenza anche di alcuni rappresentanti degli organi giurisdizionali italiani. Per questo il discorso di Leone XIV, tra i più rilevanti pronunciati in questo ambito negli ultimi trent’anni, non può essere letto come rivolto soltanto al piccolo ordinamento vaticano. Le sue parole toccano direttamente anche la magistratura italiana, che da mesi occupa studi televisivi e dibattiti pubblici molto più di quanto riesca a dare prova di sé negli uffici e nei tribunali. E sullo sfondo resta un dato che non può essere dimenticato: nella magistratura italiana pesano da anni gravi fenomeni di corruzione, insieme a inefficienze strutturali che continuano a minare la credibilità della giustizia.
Leone XIV apre il suo intervento indicando con precisione anche lo stile con cui questo servizio dovrebbe essere esercitato: in modo «discreto e silenzioso». Il Papa ha ringraziato quanti operano nell’amministrazione della giustizia, richiamando il valore di un compito decisivo non solo per il corretto funzionamento delle istituzioni, ma anche per la credibilità stessa dell’ordinamento giuridico dello Stato.
La giustizia oltre il diritto positivo
Il Papa ha subito indicato un punto centrale del suo discorso: la giustizia non può essere ridotta alle sole categorie tecniche del diritto positivo. In una realtà come quella vaticana, che esiste per garantire la libertà e l’indipendenza della missione della Santa Sede, l’amministrazione della giustizia possiede anche una dimensione ecclesiale e spirituale. Tutte questioni che negli ultimi anni qualcuno aveva dimenticato posizionando all’interno dello Stato in ruoli chiave non solo persone non preparate ma anche lontane dalla pratica della fede.
Per spiegare questo legame, Leone XIV ha richiamato la tradizione teologica della Chiesa. Citando Sant’Agostino, ha ricordato che l’ordine della società nasce dall’«ordine dell’amore» - ordinata dilectio est iustitia. Quando Dio è posto al centro e la dignità dell’altro è riconosciuta, anche la vita sociale trova il suo giusto orientamento. La giustizia, dunque, non è un principio astratto: nasce dalla verità delle relazioni e dal riconoscimento della dignità di ogni persona.
«Dare a ciascuno il suo»
Nel suo discorso il Papa ha poi richiamato una delle definizioni più classiche della giustizia, formulata da San Tommaso d’Aquino sulla base del diritto romano: la giustizia è la «volontà costante e perpetua di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto». Questa definizione, ha spiegato il Pontefice, mette in evidenza il carattere stabile e oggettivo della giustizia. Essa non dipende da interessi momentanei o da equilibri di potere, ma si radica nella verità della persona e nella ricerca del bene comune. In questa prospettiva la giustizia diventa una delle condizioni fondamentali per la vita della comunità: garantisce equilibrio nelle relazioni e costruisce fiducia tra le persone.
Il rapporto tra giustizia e carità
Un altro passaggio significativo del discorso riguarda il rapporto tra giustizia e carità, due dimensioni che nella tradizione cristiana non si oppongono ma si completano. La teologia ha espresso questo rapporto con un’affermazione paradossale: «la carità perfetta è perfetta giustizia». Ciò significa che la carità non sostituisce la giustizia, ma la porta a compimento. Secondo Leone XIV, dove manca una vera giustizia non può esistere neppure un autentico diritto. Il diritto nasce infatti dal riconoscimento della verità dell’essere e della dignità di ogni persona. Solo quando le relazioni sono ordinate secondo verità diventa possibile quella comunione che è il frutto più alto dell’amore.
Il processo come luogo di verità
Il Papa ha poi offerto una riflessione sul significato del processo giudiziario. In una visione puramente tecnica il processo è lo spazio in cui si confrontano pretese opposte. Nella prospettiva indicata dal Pontefice, invece, esso diventa un luogo ordinato in cui il conflitto può essere ricondotto entro un orizzonte di verità e giustizia. Attraverso il confronto regolato tra le parti e l’intervento imparziale del giudice, il dissenso non viene negato ma ricomposto dentro un quadro di regole condivise. Per questo Leone XIV ha sottolineato l’importanza delle garanzie procedurali, dell’imparzialità del giudice, dell’effettività del diritto di difesa e della ragionevole durata dei processi. Non si tratta di meri strumenti tecnici: sono le condizioni che rendono credibile l’esercizio della giurisdizione e rafforzano la stabilità delle istituzioni.
La giustizia e la missione del Papa
Nel contesto dello Stato della Città del Vaticano questa funzione assume un significato particolare. Lo Stato, infatti, esiste per garantire l’indipendenza della Santa Sede nel campo internazionale, come ricorda il Trattato del Laterano. L’amministrazione della giustizia contribuisce quindi non solo alla tutela dell’ordine giuridico interno, ma anche alla credibilità delle istituzioni ecclesiali e alla salvaguardia di quell’unità che è elemento essenziale della vita della Chiesa.

Un servizio giuridico e spirituale
Nella parte finale del discorso il Pontefice ha definito il lavoro dei magistrati vaticani come un servizio che è allo stesso tempo istituzionale ed ecclesiale. Allargando lo sguardo oltre le mura leonine il Papa ha ricordato che l’esercizio della giustizia nella Chiesa non può limitarsi all’applicazione tecnica della norma. Richiede anche sapienza, equilibrio e ricerca della verità nella carità. Ogni processo e ogni decisione devono riflettere questa tensione verso la verità che sta al cuore della vita ecclesiale. Quando la giustizia è esercitata con integrità - ha concluso Leone XIV - diventa un fattore di stabilità e genera fiducia nella società. Il diritto, applicato con rettitudine e spirito ecclesiale, diventa così uno strumento capace di costruire comunione e rafforzare l’unità del Popolo di Dio. In sostanza, Leone XIV ha ricordato ai magistrati vaticani, ma indirettamente anche a quelli italiani, che la giustizia non si amministra perché “si conosce l’amico” o perché “quel mio conoscente mi ha chiesto di intervenire” o perché “quella persona ha buoni agganci allora mi è utile e l’aiuto”. La giustizia si esercita secondo principi chiari, fondati sulla verità e non sull’appartenenza, sulle convenienze o sulle relazioni personali. Il Papa ha anche fatto intendere in modo molto chiaro che il magistrato è colui che applica la legge; non colui che combatte nei talk show per ottenere vantaggi nei propri processi o per difendere una corporazione. Il magistrato applica le leggi, non le scrive, e svolge il proprio compito in modo silenzioso e discreto.
C’è poi un passaggio che interpella anche chi racconta la giustizia. Non si può narrare solo ciò che fa comodo perché l’imputato è un amico o, al contrario, un nemico. Il criterio deve restare sempre la ricerca della verità, secondo parametri di oggettività. Solo così si conserva credibilità. Quello di Leone XIV è stato dunque un discorso molto chiaro che ha ricordato ai presenti che nella Chiesa il diritto non ha il fine di colpire ma è qualcosa anche di ecclesiale. Per la magistratura italiana, con ogni probabilità, non cambierà nulla: continueremo a vedere per i prossimi giorni magistrati sostenere falsità in televisione e sui giornali, piegando tutto alle battaglie di parte, in vista del referendum. Il tutto ovviamente perché la casta si chiude e guai a chi la tocca. Pensate se a fare una cosa del genere ci fossero stati preti e vescovi a combattere contro un Concilio. Sarebbe successo il finimondo.
Sul versante vaticano, invece, la domanda resta aperta: chi occupa determinati ruoli sentirà il peso della coscienza fino al punto di comprendere che è tempo di farsi da parte? Perché il tempo del fanta-diritto usato per colpire i nemici, almeno nella volontà del Papa, è finito.
d.V.B.
Silere non possum