Madrid - Questa sera Leone XIV è entrato alla Movistar Arena, poco dopo le diciotto, in papamobile, lasciandosi alle spalle la Nunziatura. Dentro lo attendevano quindicimila persone. Fuori, la capitale era ancora entusiasta per la festa del Corpus Domini vissuta con il Papa qualche ora prima.

Ad accoglierlo il cardinale José Cobo Cano, arcivescovo di Madrid. Prima di salire sul palco il Pontefice ha voluto fare un giro tra la gente, a piedi. Poi le testimonianze. Ha parlato Antonio Banderas, che alla Spagna ha dato un volto nel mondo. Hanno parlato il rettore della Complutense, il presidente della CEOE, il segretario delle Comisiones Obreras, la presidente della CEPYME. In rappresentanza dello sport, due donne che sanno cosa significhi cadere e rialzarsi, Carolina Marín e Teresa Perales. In mezzo, la voce di Sara Baras.

Quindi ha parlato Leone XIV. E ha posto una domanda: quale eredità stiamo lasciando al futuro, e dunque che comunità stiamo costruendo. Senza giri di parole: sappiamo produrre, innovare, comunicare, ha detto in sostanza, ma rischiamo di restare esperti dei mezzi e incerti sul fine. Sul perché, sul per chi.

Tessere reti. Era questa l'immagine attorno a cui ruotava l'incontro, e il Papa l'ha portata dentro le istituzioni: perché l'università non volti le spalle al lavoro, perché l'impresa non riduca l'uomo a fattore di un'equazione, perché lo sport non si dissolva in spettacolo, perché il progresso non dimentichi i poveri e gli anziani e chi non ha voce. Tessere reti significa creare, ha proseguito, e ha ricordato ciò che diceva Benedetto XVI: la fede crea poesia, crea musica, crea bellezza. Ha evocato la saeta della Settimana Santa, Lope de Vega, Teresa d'Ávila, Giovanni della Croce, Calderón, e la prosa di Tommaso d'Aquino, da cui ci vengono gli inni del Corpus Domini che oggi si celebra.

Poi la domanda che nell'Arena ha pesato come una sfida. È possibile credere che l'Europa che tanto amiamo sarebbe la stessa senza l'impronta della fede. Perché temere che l'eternità permei la quotidianità. E poi il grido: Non temete, spalancate le porte a Cristo. La voce di Wojtyła tornata in bocca al suo successore.

Si è soffermato sui poveri, la cui condizione resta un grido che attraversa la storia e interpella i sistemi politici ed economici, e la Chiesa stessa. Si è soffermato sullo sport, un mondo che ha detto di sentire vicino, perché sul campo si impara il rispetto dell'avversario meglio che in un discorso, si impara a perdere senza odiare e a vincere senza umiliare.

L'invito finale è stato a diventare fili nuovi per tessere reti nuove, una società in cui il tempo si impregni di eternità e la cultura custodisca la memoria. Citando Paolo ai Romani, rallegratevi con chi è nella gioia, piangete con chi è nel pianto, ha chiuso ricordando la posta in gioco, che in futuro continui a risplendere la nostra magnifica umanità. Una sola aggiunta, prima della benedizione: siamo tutti costruttori di questa comunità nuova.

Poi il Papa ha lasciato il palco accompagnato dal Card. Cobo Cano e ha raggiunto la residenza arcivescovile per la cena.

d.M.C
Da Madrid per Silere non possum

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