San Cristóbal de La Laguna (Tenerife) - In una «città senza mura», davanti a circa quattromila persone radunate in Plaza de Cristo, Papa Leone XIV ha pronunciato uno dei discorsi più densi e politicamente meno comodi del suo viaggio apostolico in Spagna. Lasciato il Centro Las Raíces alle 10.30 il Pontefice ha raggiunto in auto il luogo dell'incontro con le realtà di integrazione dei migranti, accolto dal Vescovo della diocesi, S.E.R. Mons. Eloy Alberto Santiago Santiago. Ad attenderlo, dopo un canto e il saluto del presule, le testimonianze di un sacerdote venezuelano e di tre migranti.
Il linguaggio della vicinanza
Leone XIV ha costruito l'intero discorso attorno a un'immagine consegnatagli dalla città che lo ospitava: La Laguna come «città senza mura», città aperta. Prevost ha detto: «le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra», ma si annidano «nello sguardo, o nella paura o nell'indifferenza». Ha quindi richiamato il Braille e la scrittura tattile come metafora di una conoscenza che passa «più con le mani che con le parole», denunciando gli «sguardi che vedono e, tuttavia, non riconoscono» e che «trasformano un volto in numero, una storia in fascicolo e una differenza in distanza».
Il riferimento evangelico - il Cristo presente «nell'affamato, nell'assetato, nel nudo, nel malato, nel carcerato e nello straniero» - viene come innestato da Leone XIV sulla figura di Tommaso davanti al corpo glorioso del Risorto: la Chiesa, come l'apostolo, «impara che le ferite, guardate con gli occhi della fede, possono diventare luogo di riconoscimento».
Accoglienza, assistenza, integrazione: tre verbi distinti
Il momento più profondo di questo discorso è quando Leone distingue i registri della carità. «L'accoglienza apre la porta; l'integrazione aiuta a varcare la soglia. L'assistenza mette un balsamo sulla ferita e l'integrazione ricostruisce il futuro». Il Santo Padre ha insistito che la solidarietà «va oltre ogni concessione riduttiva o semplice atto di filantropia»: non è gesto, ma processo.
Significativo che il Pontefice abbia rifiutato ogni lettura unilaterale del fenomeno migratorio. Integrare, ha precisato, «è un cammino reciproco»: a chi accoglie spetta di «allargare la propria casa senza diluire la propria identità»; a chi arriva spetta «una parte nobile e necessaria», che il Santo Padre ha elencato senza sconti - «aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune». Una formulazione che disinnesca in partenza le contrapposte strumentalizzazioni del discorso pubblico sulle migrazioni.
Il monito ai trafficanti
Il momento di maggiore intensità è arrivato con l'apostrofe diretta a «coloro che approfittano della disperazione». Leone XIV ha scandito un elenco - chi «organizza percorsi di morte», «trafficano in esseri umani», «trattengono i documenti», «sfruttano i lavoratori», «minacciano le donne», «ingannano le famiglie» - per poi imporre l'imperativo evangelico: «Fermatevi! Convertitevi!». Citando Geremia e la Lettera di Giacomo, ha avvertito che «il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro», e che per ogni vita perduta i responsabili «dovranno comparire davanti alla giustizia divina».
A questo si lega l'immagine del «secondo naufragio»: accanto ai «cimiteri del mare» esiste «un naufragio silenzioso dopo l'arrivo», il «ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità». «Integrare significa impedire questo secondo naufragio», ha detto il Papa.
Accogliere e annunciare
Ai cattolici Leone XIV ha rivolto una richiesta ulteriore: che l'integrazione «non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario». La Chiesa che accoglie, ha ribadito, è anche Chiesa che annuncia, «offrendo Cristo senza imporlo» e «rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona». Un equilibrio che il Pontefice ha sigillato con un'immagine di reciprocità: la stessa Chiesa «riceve il Vangelo dalle mani dei poveri», invitando le comunità locali a «lasciarsi evangelizzare» dai migranti latinoamericani, filippini e di altre provenienze già parte viva del tessuto ecclesiale.
Nel ringraziare Mons. Santiago, la Caritas diocesana e la Delegazione per le Migrazioni, il Papa ha indicato come modello la Santa Famiglia di Nazaret, costretta alla fuga in Egitto, «riparo di ogni famiglia rifugiata».
Al termine, percorso in golf-cart un giro tra i fedeli e salutati alcuni malati e rappresentanti di Istituti religiosi, Leone XIV si è trasferito alla Casa Vescovile, affacciandosi dal balcone per un saluto a braccio alla comunità locale. «Siamo tutti un'unica famiglia», ha detto a peruviani, colombiani, venezuelani e canari riuniti sotto il balcone, ricordando che «è quando condividiamo con gli altri che scopriamo il vero senso delle nostre vite».
p.R.T.
Silere non possum