Barcellona - Sono passate da poco le 15.30 quando l'auto del Pontefice si ferma davanti alla chiesa di Sant'Agustí, nel cuore del Raval, il quartiere più denso e fragile della città. Ad attenderlo, sulla soglia, il Cardinale Arcivescovo Juan José Omella Omella e il parroco, P. Faustin John Mlelva, che gli porge la croce e l'acqua benedetta per l'aspersione.
Non è una tappa qualunque, e Leone XIV non fa nulla per nasconderlo. È una chiesa agostiniana, e quello che la varca è il primo Papa agostiniano della storia. Ma il filo che lo lega a queste mura è anche più personale, e lo racconta lui stesso, davanti a tutti. «Vi racconto che la prima volta che sono venuto in questa chiesa era il 1984»: stava viaggiando via terra da Roma a León, deviò apposta per cercarla. La trovò chiusa. «Oggi è aperta», dice, e in quella frase semplice c'è tutto il senso del pomeriggio: una comunità che vive, che loda Dio, che accoglie e integra in uno dei luoghi più segnati di Barcellona. «Qui mi sento davvero a casa.»
Il Raval non è uno sfondo neutro. È il quartiere delle dipendenze, della tratta, della povertà che non si lascia nascondere - ed è esattamente lì che l’arcidiocesi ha scelto di portare il Papa. Prima delle sue parole, le testimonianze: un rappresentante della Caritas diocesana, una voce sul tema delle dipendenze, una sulla tratta delle donne. Poi un canto, un video. E infine Renzo.
Le domande di Renzo
Renzo è un bambino, e al Papa ha scritto una lettera con dentro le domande che gli stanno a cuore. La prima, disarmante: «Da piccolo volevi essere Papa?». Leone XIV decide di rispondere una per una, con il foglio davanti - «se no ci perdiamo e finiamo alle otto e mezza!» - e quello che ne esce è la parte più umana e disarmata della giornata.
Alla domanda di Renzo risponde di no: da piccolo non ci aveva mai pensato. Sentiva però il desiderio di dedicare la vita a Dio, senza sapere ancora come né dove. «Quando il Signore chiama, bisogna rispondere "sì"», dice, e da lì allarga lo sguardo: «Ogni bambino è un sogno di Dio». Più che chiedersi se da grandi si sarà sacerdoti, medici, maestri o padri di famiglia, l'essenziale è chiedersi se vogliamo essere amici di Gesù.
C'è spazio anche per la leggerezza. Renzo gli aveva chiesto del calcio, e il Papa si concede una digressione che strappa qualche sorriso: oggi gioca a tennis, da giovane il football americano («un po' più violento!»), e a calcio con i seminaristi a Trujillo faceva il difensore, «non ero un gran goleador». La prima esperienza di un Mundial la visse proprio in Spagna, nel 1982. Ma dietro lo scherzo arriva la lezione: la vita non è una gara da correre da soli, è qualcosa che si gioca in squadra. Chi potrebbe diventare una stella ma non passa mai la palla, alla fine perde.
Le domande di Renzo, però, vanno anche dove fa male. Perché a certe persone capitano cose cattive e ad altre no? Il Papa non finge che sia facile: guarda alla vita di Gesù, che «passò beneficando e risanando» eppure fu crocifisso - e tuttavia il terzo giorno è risorto. Dio non abbandona mai nessuno dei suoi figli. Sui nonni, un richiamo netto: non devono mai restare soli, e all'amore con cui si sono presi cura di noi si risponde con amore. E sul perdono, la consegna evangelica delle «settanta volte sette», ma spiegata con precisione: perdonare non significa dire che il male è stato giusto, né dimenticare per forza. «Perdonare significa non lasciare che l'odio diventi padrone del nostro cuore.»
La dignità che precede ed eccede
Esaurite le domande del bambino, Leone XIV si rivolge agli operatori della carità, e il tono si fa più alto senza mai raffreddarsi. Con Agostino ricorda che essere cristiani è prima di tutto un dono, una grazia. La carità evangelica «dà forma e identità» alla vita di ogni credente, e ogni comunità diocesana è chiamata ad avvicinarsi alle ferite dei più piccoli «con discrezione, delicatezza e perseveranza».
Il passaggio centrale è quello sulla dignità della persona, e qui il Papa cita la sua prima enciclica, Magnifica humanitas: la dignità di ogni essere umano non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze che accumula o dal ruolo che svolge, ma «dal dono che lo precede e lo eccede», dato da Dio. Dalla Genesi - uomo e donna creati a immagine di Dio - discende che ogni persona è fatta per la relazione. E la carità, ricorda citando il Catechismo, resta «il più grande comandamento sociale». Parole che pesano in modo particolare in un tempo in cui, dice Leone XIV, «sembra essersi perso il senso della sacra dignità della persona umana».
Affida infine il lavoro e la dedizione di quegli uomini e quelle donne a Nostra Signora del Buon Consiglio. Dopo la benedizione e un canto finale, si ferma a salutare alcuni membri delle associazioni caritative, poi risale in auto verso la Casa Arcivescovile.
Un pomeriggio straordinario: un Papa agostiniano, in una chiesa agostiniana, nel quartiere più povero della città, che parla a un bambino dell'amicizia con Gesù e agli adulti della dignità di chi viene scartato. A Sant'Agustí, quarant'anni dopo aver trovato la porta chiusa, Leone XIV ha trovato una comunità - e ha detto di sentirsi a casa.
d.V.B.
Silere non possum